Da questa settimana, il blog della Technoculture Research Unit dedica alla teoria femminista della riproduzione sociale (Social Reproduction Feminism) un piccolo speciale con una introduzione (qui sotto a cura di Federica Timeto e Tiziana Terranova) e durante le prossime settimane, con tre traduzioni (mutuate anche da altri siti affini o nuove traduzioni) di alcuni saggi in inglese che ci sembrano essere particolarmente interessanti dal punto di vista della diffusione e della declinazione anche in lingua italiana di questo importante filone del pensiero femminista. Partiremo dunque tra due settimane con ‘Il lavoro dei dati’ della poetessa statunitense Anne Boyer e seguiremo con il blog post sulla ‘inefficienza strategica’ della teorica queer femminista australiana Sarah Ahmed.
Attraverso questo lavoro vogliamo contribuire anche alla costruzione dello sciopero femminista dell’8 marzo.
Come elaborato nell’introduzione di un recente volume sulla Social Reproduction Theory pubblicato dalla Pluto Press, a cura di Titti Bhattacharya, il SRF privilegia l’analisi dei processi attraverso i quali la produzione del valore economico si lega alla riproduzione della forza lavoro del lavoratore, e dei modi in cui “categorie dell’oppressione (come genere, razza, abilità) sono co-prodotte contemporaneamente alla produzione del plusvalore” (Bhattacharya, SRT, intro).
Anche se Marx parla diffusamente di riproduzione sociale, infatti, il suo uso dell’espressione si riferisce al riprodursi del sistema capitalistico nella società ma trascura le attività e le relazioni dei soggetti coinvolti nella produzione, nel mantenimento e nella cura continua della vita come risorsa del capitale, la forza lavoro come fondamento primo del sociale. Se, sosteneva già Marx, ogni processo di produzione è allo stesso tempo un processo di riproduzione, nell’attuale modello economico “antropogenetico” (Marazzi), “il vivente condensa in sé sia le funzioni del capitale fisso che del capitale variabile, “di materiale e strumenti di lavoro passato e di lavoro vivo presente” (vedi anche la definizione di lavoro clinico di Melinda Cooper e Catherine Walby). Il corpo delle donne e il corpo “femminilizzato” è il luogo di estrazione del valore per eccellenza del capitalismo postfordista, che sussume la vita stessa alla radice.
Il SRF dunque estende a sviluppa l’analisi dei processi economici oltre al lavoro salariato volto alla produzione di beni materiali, soffermandosi sui modi di riproduzione sociale del sistema capitalistico che avvengono in diversi luoghi di cura, quali case, ospedali, scuole, prigioni, con l’obbiettivo di fornire una cornice unitaria (pur se non totalizzante) per l’analisi del sistema integrato di produzione/riproduzione contemporaneo. Rispetto a queste prime formulazioni, la teoria della riproduzione sociale nel femminismo contemporaneo sottolinea come la riproduzione della forza lavoro del lavoratore non è soggetta soltanto a uno sfruttamento economico, ma insieme anche allo sfruttamento delle diseguaglianze di genere, classe, etnia e, ci preme aggiungere, sebbene questa categoria problematicamente compaia a malapena nel corrente dibattito, anche di specie (vedi tuttavia Angela Balzano, Greta Gaard, Donna Haraway, Richard T. Twine ).
Il SRF può dunque essere considerato come una delle declinazioni più importanti della Social Reproduction Theory (SRT), che affonda le sue radici nel femminismo marxista-socialista. Precedenti importanti del SRF sono stati sicuramente i lavori di Silvia Federici, Selma Jones, Mariarosa Della Costa, Leopoldina Fortunato e Alisa del Re che negli anni Settanta in Italia hanno elaborato una critica del concetto marxiano di produzione a partire dal punto di vista della presunta improduttività del lavoro domestico – critica ripresa dalle tesi più recenti di Cristina Morini, Simona de Simoni, Beatrice Busi e Francesca Coin. La SRT si propone anche di superare il residuo umanesimo universalizzante del Marxismo– che per esempio Haraway rimprovera al femminismo marxista in Manifesto Cyborg (MC), e ravvisabile in un testo fondativo del dibattito ma piuttosto ingenuo come The Political Economy of Women’s Liberation (1969) di Margaret Benston. Haraway dunque aveva già ricontestualizzato in un approccio situato, parziale e intersezionale l’analisi della “responsabilità quotidiana delle donne reali a costruire unità piuttosto che a naturalizzarle” (Haraway, MC). Adottare una prospettiva intersezionale per il SRF significa adoperare la categoria di genere non per semplice addizione o estensione rispetto a quella di classe, ma mostrare l’interconnessione fra dinamiche patriarcali e capitalismo nell’informare le relazioni di genere funzionali al “continuo mantenimento e nella riproduzione di una formazione sociale capitalista a livello globale” (Ferguson). Fra queste, le innumerevoli altre diseguaglianze generate dalle relazioni sociali che materialmente incidono sul vissuto dei corpi e le diverse modalità del loro lavoro riproduttivo. In un’ottica intersezionale, il punto di partenza sono sempre i corpi nella specificità delle loro differenze incarnate e situate.
Il SRF mostra dunque come i confini fra lavoro produttivo e riproduttivo non siano affatto così ben definiti: non solo anche il secondo può essere sfruttato come lavoro salariato, ma buona parte del lavoro produttivo nel capitalismo cognitivo, non riguardando più soltanto la produzione di beni materiali, è il più delle volte fornito gratuitamente, assumendo le caratteristiche “femminilizzate” del lavoro riproduttivo (come nel bel volume di Kylie Jarrett sulla ‘casalinga digitale’, ripreso e riassunto in un recentissimo lavoro accessibile qui). Nel primo caso, un esempio è offerto da Fraser che, analizzando la crisi delle pratiche di cura nell’attuale fase del capitalismo finanziario, evidenzia come l’erosione del welfare state dislochi la responsabilità della cura sugli individui e sulle comunità locali, creando un sovraccarico che ha come risultato un aumento delle disuguaglianze fra chi è costretto a offrire il proprio lavoro riproduttivo come produttivo (a basso costo) e chi può permettersi di pagare per il lavoro di cura. Nel secondo caso, è l’analisi di Kylie Jarrett a evidenziare le analogie fra il prosumerismo (consumo produttivo) digitale e il lavoro domestico, caratterizzati entrambi da una forte componente affettiva e cognitiva e da una sostanziale gratuità. “L’espressione casalinga digitale” che usa a questo proposito Jarrett “è una sineddoche che condensa le caratteristiche di un lavoro che è consumo produttivo e lavoro spesso libero e tuttavia sussunto nelle dinamiche del capitale” senza trascurare “l’importanza del genere nella storia sociale e nella teoria del lavoro in particolare rispetto al lavoro associato all’ambito della riproduzione sociale. Per quanto falsa possa apparire l’attribuzione di un certo tipo di attività a un sesso biologico, è da questa attribuzione che il lavoro domestico ha tratto la sua valenza ed è da qui che può essere diversamente mobilitato all’interno dell’ingranaggio oppressivo del capitalismo patriarcale” (Jarrett).
Venute meno le distinzioni tra tempo del lavoro e tempo libero (ora piuttosto tempo del lavoro libero) – il tempo del lavoro accresciuto in intensità ed estensione è potenzialmente infinito – e tra spazio pubblico e spazio privato che caratterizzavano le società disciplinari, la riproduzione della forza lavoro assume oggi un andamento trasversale e ondulatorio, tra la sfera del domestico (lo spazio della casa o l’istituzione della famiglia) e gli altri contesti diffusi di esercizio delle pratiche educative e di cura della fabbrica sociale (un esempio attuale è l’alternanza scuola lavoro descritta da Roberto Ciccarelli, precoce esercizio alla trasformazione della vita in plusvalore, per parafrasare il titolo di un noto saggio di Melinda Cooper) che coinvolgono una materia vivente non più identificabile con la sola generazione naturale, producibile ormai anche biotecnologicamente, né con la sola attività di generazione – vedi le riserve di forza lavoro, che potremmo definire “esogenetica”, fornita da viventi umani e non-umani già esistenti o creati da corpi altri. Come scrive Angela Balzano, “il biocapitale, nell’era postumana dell’antropocene, è al contempo zoepotere e biopolitica” mentre per Cristina Morini, “[n]on c’è separazione che tenga tra corpo e mente: la mente lavorizzata spossessa il corpo di desiderio, lo ammala; il corpo alienato perde parola e libertà di pensiero” (Morini). Il caso delle tecnologie riproduttive, per esempio, è utile per comprendere le strategie capitalistiche di sussunzione del corpo e del desiderio secondo una logica imprenditoriale di stampo neoliberale, dove la scelta demandata all’individuo sulla base di un diritto all’autodeterminazione – come se tutti potessero permettersi di scegliere allo stesso modo – desocializza e depoliticizza la tecnologia mentre sposta l’attenzione dalle cause agli effetti (quello che Morozov chiama “soluzionismo”).
Con l’obbiettivo di riconciliare l’analisi del lavoro salariato e di quello non salariato, il SRF ridà visibilità alle boundary struggles (Fraser) fra la sfera economica e quella sociale (una paradossale e contraddittoria “relazione di separazione-e-dipendenza-e-disconoscimento”) e sottolinea con forza quanto il primo non potrebbe esistere senza il secondo, che a sua volta non è mai completamente svincolato dai rapporti di produzione, ma da questi condizionato nei tempi e nei modi che si “ritaglia” (Bhattacharya), arrivando anche a coincidere in casi estremi di spossessamento del vivente, come la schiavitù degli allevamenti intensivi o nei brevetti di essere viventi.
Il primo appuntamento dunque è per la fine del mese, quando ri-pubblicheremo Il lavoro dei dati non finisce mai di Anne Boyer, un testo apparso originariamente sul magazine Guernica (qui l’originale), in cui aa’utrice riflette sull’intersezione femminilizzata e paradossale fra lavoro di cura e lavoro dei dati nelle sale d’attesa delle cliniche oncologiche a partire dall’esperienza personale. La traduzione che proponiamo è stata realizzata dal collettivo Les Bitches, e apparsa per la prima volta in italiano sul loro blog.
Immagine in evidenza: Hannah Hill
Ok, tutti ce lo siamo detti tra i denti ma non è mai uscito sulla pubblica piazza: chi guarda porno su Youporn ormai viene visto alla stregua di quelli che nemmeno cinque anni fa si nascondevano nella sezione hard di un videonoleggio o di chi come me scrivono su Facebook post lunghi come questo. I blog not-safe-for-work sono invece delle gallerie curate gratuitamente da amatori e amanti del genere che pubblicano in modo ragionato le proprie foto o quelle di altri. Mi sono inscritto a Tumblr in un’epoca in cui sembrava che bisognava essere attivi su tutti i social, anche quando non si capiva bene a cosa servissero ma mi sono avvicinato al suo lato speziato molto dopo per risvegliare quel piacere dei racconti erotici amatoriali che leggevo da adolescente fatti di luoghi oscuri e situazioni liminali in cui non mi sarei mai cacciato, per poi scoprire un mondo fatto di foto, di video e una fitta rete di blog che “parlavano” tra di loro.
Cerchiamo immediatamente delle buone ragioni o delle ragioni qualsiasi per strapparci via le giffine porno, assaggi di fantasie, un colpo d’occhio su più lunghe trame di desiderio. A lungo vituperate come simbolo di una sessualità predatoria e compulsiva, Tumblr in realtà ha diffuso album con scatti animati di fantasie di ogni tipo, trascendendo dalla categorizzazione del labeling e del tagging, funzionando piuttosto per disseminazione e contagio di hashtag, o come la tecnica voluttuosa delle ciliegie: una tira l’altra.
“Una donna deve continuamente guardare se stessa”, scriveva John Berger in Modi di vedere (
Facendo zapping fra le diverse serie di cui discute, l’autrice ci ricorda che la genealogia femminista non è leggibile in modo lineare, s’inceppa, si costruisce per interpolazioni e deviazioni, riprese e scarti, in un richiamarsi continuo fra i tempi stratificati della realizzazione, della narrazione e della visione. Da un lato ci sono le serie che presentano un focus più storico-documentario, cioè quelle che raccontano la storia delle conquista dei diritti civili e politici, non sempre facilmente reperibili per il pubblico italiano e di cui Fabbiani offre un’interessante panoramica (persino uno sceneggiato su Anna Kuliscioff prodotto dalla Rai nel 1981, che però si concentra sulle relazioni d’amore della protagonista a discapito della sua attività politica). Dall’altro ci sono serie, pur diversissime tra loro per produzione, genere e ambientazione, da cui emergono tuttavia alcuni temi ricorrenti: il corpo e la sessualità, la famiglia, la maternità, il lavoro, la norma e le differenze, la violenza maschile e quella istituzionale.





o come risultato di una lotta per l’esistenza, la scienza della vita avrebbe patrocinato un vero e proprio programma per la conoscenza dell’esistenza umana, ovvero l’antropologia del XIX secolo, cioè la scienza dell’uomo. In aggiunta ai tratti esterni, che venivano già usati nella mappatura della Natura in Storia Naturale, gli auto-proclamatisi scienziati delle scienze dell’uomo svilupparono anche i propri strumenti particolari; strumenti matematici come l’indice facciale per misurare i corpi umani, che divenne la base per la descrizione e classificazione degli attributi mentali umani, tanto morali quanto intellettuali, su una scala che si diceva servisse a registrare il grado di sviluppo culturale.
metà del secolo, ovvero alla metà degli anni Settanta, ritroviamo la fisica delle particelle nel lavoro del filosofo francese Michel Foucault; lavoro che avrebbe aperto nuove strade al pensiero critico. Foucault, per esempio, traccia una distinzione tra un modus operandi tipico del potere giuridico-politico, che ricorda le leggi sul moto di Newton per quanto attiene agli eventi relativi ai corpi più grandi, e quella che lui chiama la ‘microfisica del potere’, che lavora principalmente attraverso il linguaggio (o discorso) e le istituzioni. In questa teoria, il sapere/potere è produttivo, ovvero produce i propri soggetti e i propri oggetti, e opera al livello del desiderio; cosa, questa, che ricorda molto gli esperimenti della meccanica quantistica, che hanno ispirato il principio d’indeterminazione di Heisenberg, i quali mostrano come sia l’apparato a determinare gli attributi delle particelle sotto osservazione.

Tutto questo nella serie, purtroppo, scompare: da una parte, Difred è progressivamente trasformata in un’eroina dall’ego forte in un crescendo di azioni che ne risaltano la volontà di ribellione, come già era accaduto nel film. Sullo schermo, cosa per nulla secondaria, Difred si chiama June




Difred vede tutti quelli intorno a sé come sagome: Serena Joy, la moglie del Comandante, le sembra un’etichetta di prodotti per capelli, il Comandante un’acquaforte di propaganda, Luke, il marito da cui con la figlia è stata forzatamente separata tentando la fuga da Galaad, una litografia pubblicitaria, le altre ancelle una fantasia di pastorelle olandesi su una tappezzeria; persino Nick, la Guardia personale del Comandante con cui Difred ha una relazione, è descritto come un idolo di cartone. In questo susseguirsi di quadri sempre uguali si staglia anche la silhouette rossa di Difred, che di sé ci fornisce pochissimi tratti, e che – ma solo nel libro – non ci rivela mai il suo nome: chiusa dentro una stanza-cella dove assiste alla vita da una finestra, Difred non riesce a ricordare com’è lei vista da fuori, ormai spossessata della propria identità dallo sguardo costante degli Occhi – le spie di regime disseminate dappertutto.
è un miscuglio di romanzo epistolare, memoir, critica d’arte, pamphlet politico, scritto quasi interamente in prima persona, che prende avvio da una cena di lavoro in cui Chris-personaggio, come nella vita al fianco del marito accademico Sylvère in qualità di “moglie di” (nonostante abbia già scritto diversi testi e combatta per il suo riconoscimento come cineasta sperimentale), conosce Dick e se ne infatua all’istante. Nel libro, Dick è un professore universitario in cui si è riconosciuto, prendendone subito le distanze, il sociologo e mediologo Dick Hebdige, che sullo schermo diventa invece un artista minimalista (interpretato da Kevin Bacon) ispirato a Donald Judd




ione del libro, a chiarire, “Ospitata da Orlando, il Server del centro Documentazione delle Donne di Bologna, LLI avrà il suo inizio ufficiale nel novembre ’96 col proposito di facilitare, tra l’altro, la diffusione di informazioni tra diverse realtà del movimento lesbico italiano e stabilire connessioni stabili tra singole e gruppi”. In realtà la lista si trasforma molto presto in un primo esperimento di cyber socializzazione che precede la nascita delle community, dei forum e e un’era giurassica prima di Guapa, Brenda e le altre hook up apps.
e la profezia di un processo creativo che produceva nuovi cyber-terreni di sfida alle politiche identitarie, quando queer era ancora solo una parolaccia. E noi eravamo lì, invitate da Katia, che ci regalava una spilla con una zebra e un unicorno che limonavano, la sfida di uno nuovo terreno di incontro tra il lesbismo storicamente separatista e il transfemminismo queer.