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Manovra Napoli: Per un’alleanza di Archivi

Qualcosa è successo, qualcosa sta succedendo e qualcosa succederà.

Quando parliamo di archivi parliamo di memorie.

Uno dei terrori più antichi dell’umanità, come individui e come gruppi, è perdere la memoria.

Perciò la tecnologia a supporto della Memoria, che nei tempi antichi erano la parola, il canto, la poesia, sostenute dalle regole del ritmo, dei toni, della giusta pronunzia e dalla forza della voce, era tenuta nel massimo conto, era arte sacra.

Mnemosine era una divinità, una delle sette Muse.

Senza memoria non si produce poesia non si produce visione, non si puo fare del momento presente il nodo tra passato e futuro.

Queste preziosissime memorie, semi di ogni storia si sono organizzate nel tempo in raccolte detti archivi.

Queste raccolte, prima orali, trasmesse a volte in forma di poemi visionari cantati, come l’Iliade, l’Odissea, il Mahabarata, poi in forma di scrittura sono il materiale che costituisce il Sapere, la Storia, il Mito in cui la comunità si riconosce come autore e fruitore. 

Qualcosa sta succedendo 

A Napoli da qualche mese, in un discreto, silenzioso crescendo di incontri, relazioni e azioni si sta costruendo la Manovra Napoli, come si è deciso di chiamarla per semplicità e verità effettiva.

Cubotto.org

Nata per nutrirsi di e nutrire eventualmente la memoria e l’archivio di memorie della città, ad opera del Genio Collettivo e dei movimenti che via via si stanno aggregando supportandola con mezzi materiali e immateriali ( spazi, persone,idee, denaro) è stata presentata in società a puntate, tra dicembre 2017 e gennaio 2018, nel corso di Assemblee per l’archivio Cubotto_Manovra Napoli.

La Manovra Napoli (e subito viene in mente quella creatura particolarmente cara all’ immaginario cittadino che è il purpo, in italiano piovra) quindi è un processo che partorirà a sua volta una creatura che per ora, giocando con “mamma” e “base” tra il l’italiano base, fondamento l’equivalente inglese, ha nome Mamabase.

per la costruzione di un archivio dei movimenti sociali, ma anche delle storie comuni, dei ricordi, delle lotte, della produzione culturale.Mettere insieme una storia collettiva. Raccoglierla per non disperderla, per condividerla e trasportarla nel tempo. Ma anche per farla rivivere, permetterle di raccontare ancora e ancora,attraverso un software open source (cubotto.org), in una rete confederata di archivi costruita dal basso, internazionale, su di una infrastruttura propria non affidata alle grandi compagnie dei big data.[…] Solo alcuni racconti tra tanti, selezionati scientemente, costruiscono la Storia. Solo alcuni racconti sono l’Archivio su cui si siede il Dominus, quello che muove i fili della sceneggiata spettacolare del presente continuo, investendosi dell’Autorità (ancora una A maiuscola) di decidere per gli altri.

Tutte le memorie che si sono prodotte collettivamente, mentre si costruivano e agivano i movimenti che hanno fatto pensiero, cultura, arte e politica negli ultimi anni, a Napoli, in forma di documenti fotografici, filmici, audio, sono potenzialmente parte di quest’archivio a venire.

Gli spazi fisici e immateriali del racconto di una città, Napoli in questo caso, sono da sempre lo spazio culturale da colonizzare.

Se è vero che la città possiede una indubbia capacità di raccontarsi facendosi mito e poesia condivisi (a volte in un eccesso di autoreferenzialità fine a se stesso), i processi di integrazione, assorbimento, inclusione, digestione di questi racconti e di queste autonarrazioni – messi in atto dal capitale neo liberista, dalla modernità, dal mercato globale dal pensiero eurocentrico, dallo sguardo neo coloniale orientalista, ecc. ecc. che dir si voglia, qual si voglia – attraverso la costruzione di favole egemoniche, capaci di annullarne  differenze, diversità e specificità, producono opportunamente appiattimento ed essenzializzazione.

Sembra che, mai come in questo momento, la città sia pericolosamente e non del tutto consapevolmente, al centro di un’attenzione morbosa in grado di disinnescare il valore positivo di di questa innata capacità mitopoietica.

Il brand “napoli-città diversa caotica e anarchica e vitale” è attualmente una delle leve più potenti per la commercializzazione a scopo turistico e per la riduzione di tutto quello che si sta producendo e pensando a uno sguardo che rassicura e chiude la questione nel recinto delle eventuali “manifestazioni di diversità esotica”. Il risultato è che gli spazi della città, intesi come spazi di pensiero e di azione culturale e politica, dopo questo processo di sterilizzazione e cambio di segno, rientrano via via – e da sempre – come icone di identità pre-moderne, indifferentemente accanto ai pastori di S. Gregorio Armeno, alle cape di morto delle Fontanelle, alle cene nei bassi con autentiche “vaiasse”, ad alimentare l’ambito sempre innocente dell’antico, autentico desiderio dell’altro, del differente, della possibilità alternativa.

È così che possibili vie rivoluzionarie, visioni altre, istanze radicali si riducono a beni-merci di consumo: itinerari trasgressivo-turistici acquistabili e consumabili nell’arco di un weekend, oggetti-opere, materiali o immateriali di artisti, talvolta furbi e ingenui, destinati al collezionismo e/o al consumo culturale-finanziario del sistema dell’arte.

È così che queste direzioni di fuga intese come possibilità di costruzione alternativa del mondo, prodotte da parole e immaginazioni diverse partorite dagli abitanti di questo piccolo spazio del pianeta, di nome Napoli, rientrano nell’Archivio della narrazione egemone, sterilizzate, bonificate e finalmente innocue.

Quante e quali sono le linee di altri futuri possibili, perdute nello svolgersi del tempo-spazio- racconto della città, anche solo guardando agli ultimi 30 anni?

Sepolte, nascoste o dimenticate ma comunque sopravvissute da qualche parte, grazie a collezionisti, flâneurs, addetti ai lavori curiosi e malati d’archivio, in forma di fotografie, filmini e quant’altro, queste memorie e documenti conservano intatto, come un seme non più o non ancora germogliato, una potenza sovversiva.

Perciò raccoglierle, guardarle insieme confrontarle, come si fa con i vecchi album di famiglia serve, mai come ora: per acquisire una coscienza individuale e collettiva di quello che si è stati già capaci di produrre, magari attraverso più di una generazione; per imparare ancora una volta che se si è già stati capaci di pensare diversamente, siamo e saremo ancora capaci di produrre differenza di pensiero e azioni; per confrontarsi e imparare dagli sbagli quello che non si deve fare e quello che è più opportuno fare; per riprendere il filo di discorsi e racconti interrotti che ancora dispiegano, vive, prospettive e visioni da percorrere.

L’essere umano è la sua capacità di ricordare e immaginare, adesso più di prima, nel tempo in cui, quasi insensibilmente, stiamo esternalizzando questa capacità, tagliando in maniera sempre più definitiva il rapporto tra memoria e voce, memoria e visione, memoria e relazione con l’altro. Affidando sempre più alla macchina, la capacità di conservare la memoria.

Spesso nell’illusione che la memoria fuori di noi sia molto più affidabile, vasta e precisa di quella di un singolo umano, stiamo mettendo l’enorme ricchezza-capacità-potere che è il tutt’uno del ricordare-essere-immaginare, fuori di noi, individui e collettività, in mani altrui.

Allo stesso tempo, paradossalmente, siamo tutti più o meno consapevoli o almeno a conoscenza del fatto che quello che produciamo, semplicemente duplicando in rete il nostro ricordare-essere-immaginare, ovvero vivere individuale e collettivo in termini di informazioni e dati, sono la vera ricchezza: sappiamo senza dubbio che siamo noi il capitale di questo tempo.

Mettere insieme queste ricchezze, sia materialmente in un archivio digitale ovvero il cubotto, sia del punto di vista dell’incontrarsi, dello stabilire una relazione consapevole con queste ricchezze, con questa capacità di produrre visioni, riappropriandosi prima di tutto dell’umano, affettivo, visionario e politico, che sottende queste ricchezze, è un’operazione autoriflessiva estremamente importante in questo momento. Significa riprendersi la propria voce, letteralmente, la propria capacità di ricordare-essere-immaginare.

Se l’equazione archivio-memoria-dati-capitale è vera, se è vero che mai come ora sottile e grossolano, materiale e immateriale coincidono, questa certamente non è un’operazione senza rischi.

La macchina come tecnologia non dà garanzie, non è Dio, come abbiamo, per fortuna da tempo scoperto. Il rischio che questa ricchezza enorme possa andare in mani e cuori sbagliati esiste, al di la delle buone intenzioni, come esiste il rischio del bug tecnologico.

Non c’è, come è ovvio che sia, nessun futuro garantito.

È il caso comunque di prendersi il rischio focalizzandosi, più che sull’interrogativo inesauribile “che garanzia e quale futuro per questi archivi/ricchezze?”, sul presente della performance dell’apertura e condivisione di questi archivi, che nel momento vero dell’incontro possono produrre e stanno già producendo autoriflessione, cioè domande essenziali.

Almeno una parte-piccola ma non trascurabile, della città, si sta chiedendo dove siamo? cosa siamo? da dove siamo venuti? dove eventualmente possiamo andare ed essere per il futuro? Cercando di immaginare un futuro. 

Qualcosa è (già da tempo) successo

C’è un filo del discorso che dura da anni tra diverse persone.

In un assolato pomeriggio-sera di luglio ai piedi del vulcano Etna, circa 7-8 anni fa, alcune persone, si incontrano al piano nobile di una antica casa di campagna in rovina, decorata da affreschi in rovina, nel mezzo della valle del Simeto.

In questa rovina di casa e paesaggio che sembra la scena costruita apposta per raccontare il paesaggio culturale in cui siamo immersi tutti da anni, si inizia a tessere la tela delicata sui cui ancora stiamo producendo pensieri visioni e affetti.

Si parla di Storia, di come la storia si fa mito, di storie rimaste fuori dalla storia, di archivi perduti, di memoria, visione e poesia.

Già da tempo il piccolo angolo di mondo, che ci siamo costruiti, noi abitanti dell’emisfero nord del pianeta, grosso modo da quando Colombo ha “scoperto” l’America, è stato dichiarato affetto da mal d’archivio e mania della rovina.

Ci sono stati i profeti e i veggenti del morbo, da Nietzche a Benjamin, i sapienti che per primi hanno annusato il morbo poi alcuni saggi hanno annunciato che la (nostra) Storia è finita e che abbiamo perso il futuro. In concomitanza il nostro presente è diventato (anche) digitale.

Oggi, che il morbo sembra aver assunto carattere endemico, persone comuni come noi e anche alcuni specialisti cominciano a pensare che il morbo non è veramente malattia, che piuttosto è una mania e una malia d’amore.

E’ una passione che ha sede nel cuore, che guarda con scioltezza avanti e indietro nel tempo e nello spazio, tornati ad essere la stessa cosa, come ai tempi di Omero e del Mahabaratha, in un sguardo che è sempre nel presente.

La Malinconia non è più quella di una volta, come dice il bel titolo di un articolo di Beatrice Ferrara.

Successivamente il filo mai interrotto di questa conversazione ha incrociato le sperimentazioni e le invenzioni di un manipolo di creature ipertecnologiche, tanto malate e ammaliate dall’algoritmo e dalla scrittura binaria, quanto noi eravamo malati di archivi materiali e immateriali.

Da questi incontri, passando per Milano, in residenza a Macao è nata la sperimentazione del Cubotto, ad opera del Genio collettivo

un software open source sviluppato con l’intento di facilitare la raccolta, la catalogazione, la valorizzazione, la fruizione, la distribuzione e l’uso di oggetti audiovisivi e non (suono, video, foto, testi) da parte di un numero illimitato di persone in un contesto di lavoro sia locale che remoto. La visione che ha guidato questo processo di sviluppo collettivo durato più di un decennio muove i suoi passi dalla necessità di fornire strumenti a basso costo per la costruzione di una federazione di archivi condivisi senza un centro, una costellazione di persone e macchine che a partire dal mediterraneo, dal sud, può dare luogo alla stratificazione di una storia non di dominio, non di potere, ma popolare,

dice il testo della call per Opere in lotta in occasione della prima uscita publica durante l’evento Sensibile comune: Le opere vive (a cura di Ilaria Bussoni, Nicolas Martino, Cesare Pietroiusti), tenutosi alla Gnam nel gennaio 2017.

e qualcosa succederà

Dopo questa prima uscita pubblica Cubotto e Genio Collettivo hanno sperimentato il contesto della 53a Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro a giugno 2017, per tornare di nuovo a Sud a Napoli.

MamaBase è il neonato progetto di archivio delle lotte sociali e delle autoproduzioni che si sta sviluppando a Napoli tra varie realtà e in rete con altri archivi della rete Cubotto.

Siamo nel terzo millennio e il digitale è la forma e il mezzo è il luogo in cui si raccolgono memorie.

Da Aprile, al terzo piano dell’Ex Asilo Filangieri, ogni martedì e giovedì, a partire dalle 15 sino a sera tarda, funzionerà un laboratorio, un point, per chi volesse consegnare materiale o anche ragionare-praticare-fare l’archivio, mentre presso il Giardino Liberato di Materdei sono già presenti i due server che costituiranno la rete Cubotto di Napoli.

Ci si augura non tanto una copiosa raccolta dati quanto un momento di autoriflessione, attraverso l’archivio, fatto di incontri di visioni e revisione condivise di passati prossimi o remoti, di parole e relazioni che aprano al nuovo guardando indietro.

“Costruire un altro Archivio, aprendo gli archivi di quello che è scartato, escluso dalle narrazioni dominanti, può consentire il racconto di altre storie, costruire altri pensieri, immaginare altre culture. Perciò lavorare l’archivio, farlo, aprirlo, metterlo in discussione è un’ azione culturale e politica radicale”.

 

 

 

 

 

Paul Preciado Testo Junkie

Le streghe son tornate incinte. Di giustizia riproduttiva, ormoni e resistenza transfemminista.

A blizzard of hormones,
for months,
undersea volcanoes spewing hot affects
tectonic emotional swings
intense food cravings
my body is foreign to me
it’s changing, in ways I don’t like,
shape, texture
and so many little blacks hairs coming back,
despite being tortured out of existence,
on my cheeks, in my cleavage,
I have to wear baggy clothes,
all my underwear was too tight
for gamete making temperatures,
I have to take my vitamins every day,
all to make a baby.
I’m a trans woman
and I’m pregnant.

 

Sullo schermo lentamente mettono a fuoco, da un lato le immagini da un microscopio, dall’altro le parole. Lentamente viene alla luce questa gravidanza di donna trans, in un progetto che mette in versi l’appropriazione della scienza per realizzare allo stesso tempo un desiderio e un atto di giustizia riproduttiva.

In Italia ci stiamo organizzando per i 40 anni della legge 194. Più che una celebrazione, un momento di condivisione di lunghe resistenze e nuove lotte, per la contraccezione consapevole, l’aborto libero e gratuito, per una visione non medicalizzata dei corpi. La difesa dei consultori non guarda al passato ma abbraccia le esperienze delle consultorie autogestite in cui i soggetti stessi possano produrre e far circolare strumenti e conoscenze per il proprio benessere.

Intanto arrivano in Europa donne dai Sud, dove i governi occidentali e le case famraceutiche sono ben liete di impiantare contraccettivi sottocutanei che le donne si fanno installare con la certa disperazione di subire stupri durante il lungo viaggio che le separa dall’Occidente. Molto spesso i medici che incontreranno una volta arrivate si rifiuteranno di rimuoverli “per ragioni di sicurezza”. La lotta per la giustizia riproduttiva ha molti volti, tutte istantanee dell’autodeterminazione oggi. Uno di questi volti è quello di micha cárdenas, teorica, ma soprattutto bio artista e hackttivista, cioè a partire dalla riappropriazione della tecnologia, soprattutto fai da te, produce interventi critici usando anche il corpo come un’opera d’arte. Nei suoi versi ci racconta l’odio per i peli, la frustrazione che aumenta con il livello del testosterone da quando ha smesso di assumere estrogeni e T blockers. Lei non è testo junkie, non ha iniziato ad assumerli per sperimentare, né smette di assumerli per lo stesso motivo. Lo fa e l’ha fatto per necessità, lo ripete più volte tra le parole che scorrono, per il bisogno che esprime un incontenibile desiderio di vita, una pratica di resistenza alle aspettative sociali che segnano il suo destino in modo violento. Un desiderio di vita comprensibile solo a chi non conosce privilegio alcuno.

 

micha cárdenas

Pregnancy, dunque, non è una sperimentazione, ma un lavoro di scienza degli oppressi, un intervento poetico militante da parte della trans women of color. Per realizzare la gravidanza produce una banca di tessuto criogenico aka banca del seme. Vediamo sui vetrini il materiale organico in modo sempre più chiaro, attraverso la poesia si fa chiaro il suo progetto. I gameti aumentano e aumenta la loro attività fino a prendere tutto lo schermo, esplodendo in una vera e propria festa danzante negli ultimi fotogrammi. Un party in barba ai medici, ai bugiardini, alle bugie della scienza che l’ha obbligata per anni al lutto di un futuro riproduttivo da cui sarebbe stata esclusa con l’inizio della terapia ormonale. In molti paesi – compresa l’Italia e la Francia da cui scrive Paul Preciado di Testo Tossico – la procedura ufficiale per iniziare una transizione passa per una diagnosi di pazzia o, in modo più sofisticato disforia di genere, e prosegue con la sterilizzazione.

 

Pregnancy – from fembot collective on Vimeo.

 

Da questa prospettiva micha ci invita a rileggere le questioni della giustizia riproduttiva come un fallimento del femminismo e delle culture queer bianche nel guardare al futuro. Ed è da questa prospettiva che lei si attiva per riscriverlo a partire dal suo corpo. La sci-fi, new media art, le tecnologie digitali e il design speculativo, a chi spetta scrivere il futuro? Ci chiede. L’imperativo del No Future ha relegato ad anatema il desiderio riproduttivo queer, leggendolo solo attraverso le lenti miopi dell’occidente cisgenere. Dai suoi versi sputa sulla filosofia occidentale, anche quella considerata più all’avanguardia e critica, e si fa prestare parole e sangue da Gloria Anzaldua, invece, per celebrare la resistenza vitale, il suo lungo sguardo volto agli orizzonti futuri, per sciogliere i cappi che da sempre legano le donne trans ad immaginari mortiferi. “I want more than just to live”.

Il video mette a fuoco lentamente e fa molto di più che trovare parole a tutte le domande che ci stiamo ponendo. Le immagini si susseguono insieme ai versi e intanto micha sente la vita crescere dentro di sé, 9 milioni di vite. Quante persone ci sono dentro di me? Una moltitudine. E ce la mostra. Sadie, un’altra donna trans conosciuta su un forum per la gravidanza di donne trans, le consiglia di non pagare nessuno specialista, quello di cui ha bisogno per portare avanti il progetto è un microscopio giocattolo e dei vestiti larghi. L’esperienza e la condivisione orizzontale sono la vera sfida alla scienza. Per conoscere la strada del Pharmacon e delle droghe bisogna battere le strade delle streghe, ci racconta Preciado, accompagnato da Silvia Federici. Dobbiamo infatti tener presente che la persecuzione delle streghe è la storia del capitalismo e del colonialismo, una storia fatta di appropriazione di terre, risorse, forza lavoro e annientamento delle resistenze. Le donne che curano, a partire da conoscenze autoprodotte e tramandate orizzontalmente, restano la più grande resistenza alla medicina, intesa come potere di disciplina dei corpi. Così tutti i saperi femminili, froci e non occidentali sono da espellere con violenza da dove si produce il sapere tradotto in scienza. I roghi sono così il tentativo di porre fine ai “saperi narco-sessuali”, ma ancora oggi, proprio come ci mostra micha cárdenas, il fuoco brucia sotto la cenere. La scienza e la tecnologia sono state utilizzate per patologizzare le esperienze di cura collettiva, bonificare del potenziale erotico i processi di soggettivazione collettiva e distruggere definitivamente l’ecologia di corpi, territori e risorse. Ed è prorio da qui che monta la resistenza.

Copertina dell’edizione in inglese di Testo Junkie

Paul B. Preciado, nel suo saggio/memoire sull’esperienza della transizione, Testo Tossico, colloca la questione degli ormoni all’interno della tecnologia dei generi. L’ormone non produce genere, ma ne apre le porte. Se Judith Butler definisce il genere come imitazione senza modello, l’ormone per Preciado realizza il sogno di transitare da una finzione all’altra. L’estrogeno non è la femminilità, che è un effetto della tecnologia sociale, ma è vettore per il divenire molecolare che apre la porta ad infinite possibilità narrative. Ormone, sin dalla sua etimologia è ciò che scatena; una frattura epistemologica che ci obbliga a dover pensare i confini tra dentro e fuori. È a tutti gli effetti una tecnologia di trasmissione wireless, che ci obbliga ad espandere i confini del corpo e della biopolitica ben oltre i confini della pelle. Allo stesso tempo a ripensare al modo in cui il potere scrive sui nostri corpi e a noi spetta appropriarcene per produrre e narrare nuove resistenze.

Giovedì 22 marzo, presso l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli, per il ciclo di seminari “Postcoloniale, queer e femminista: percorsi di lettura per una vita non fasista“, discuteremo intorno a Testo Tossico di Preciado per ragionare sul regime post-industriale “farmaco-pornografico”, che prende in considerazione, cioè, i processi molecolari di governo della soggettività sessuale, così come le tecnologie di produzione e rappresentazione del corpo. “La verità sul sesso non è svelamento, ma sex design”.

Nina Ferrante

 

Sciopero dell’8M – Appello al mondo della ricerca e della formazione.

Da più di un anno la marea transfemminista di Non Una di Meno si è alzata a livello globale, esondando inarrestabile. Anche in Italia, dopo un anno che ha visto al lavoro assemblee in circa 70 città, dopo 6 incontri nazionali, dopo lo sciopero globale delle donne dell’8 marzo scorso, e il progetto di scrittura collettiva di un piano antiviolenza, contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere, la marea continua inarrestabile e si prepara al prossimo 8 Marzo.

In questi mesi a Napoli ci siamo incontrat* settimanalmente come assemblea cittadina NUDM, attraverso tavoli di lavoro per studiare insieme il Piano Transfemminista di NUDM e ad elaborare il nostro piano territoriale di mobilitazione. Un lavoro ancora tutto in itinere, ma che a ridosso dell’ultimo appuntamento nazionale a Milano vogliamo rilanciare, ripartendo innanzitutto dall’università, dai luoghi del sapere, in quanto luoghi primari per la produzione di un sapere critico e dunque anche dove vengono prodotti pensieri e pratiche per il contrasto alla violenza del genere.
Le riforme e anni di politiche di austerità e tagli hanno spazzato via dall’università centri e dipartimenti in cui venivano prodotti pensieri critici, impoverendo sempre più la didattica, ma soprattutto diminuendo la possibilità di incontro e confronto per creare e diffondere un pensiero trasformativo, soprattutto in una prospettiva femminista. Così, mentre vediamo che grazie al capitalismo che investe nel diversity managment fioriscono master o studi specifici rivolti alle donne, soprattutto in chiave d’impresa, la prospettiva femminista, intesa come pensiero critico e sfida agli apparati disciplinanti del sapere, viene scacciata malamente dall’università.
Gli studi di genere, in particolare, sono da anni sotto il peso di offensive ideologiche mirate a criminalizzare ed espellere dall’università i saperi delle donne e delle soggettività lgbt, che erano timidamente riusciti ad affermarsi grazie ad anni di lotte e non di certo per gentile concessione.Come affermato nel piano, riteniamo che il femminismo non sia una materia o un corso, ma un’inclinazione che interpella direttamente le discipline anche come sistemi di potere. Le università dovrebbero essere tra i primi mezzi di diffusione di un sapere critico, ma soprattutto sono i luoghi di divulgazione della cultura, la quale, per poter cambiare i contesti di vita quotidiani, deve necessariamente essere modificata. Il sessismo non può più essere giustificato con la copertura della neutralità dei saperi e dei linguaggi.
Inoltre, sebbene sia evidente che le studenti sono ben più della metà degli iscritti in molte facoltà, continuiamo a vedere che man mano che si risale la gerarchia delle posizioni accademiche, troviamo sempre meno donne, persone dichiaratamente omosessuali, per non parlare della totale assenza di persone trans, senza neanche voler sottolineare la bianchezza dei contesti di formazione. Riteniamo che questo sia da attribuire alla disparità di risorse materiali e aspettative sociali che, quando non rappresentano una barriera all’entrata sin dal principio, costituiscono un impedimento che costringerà in continuazione le donne e le altre soggettività a dover scegliere tra il proseguimento della propria formazione e carriera e il lavoro non riconosciuto di cura.
Questa condizione di ingiustizia e disuguaglianza ci rende da sempre più precari* e più vulnerabili, e dunque da sempre più oggetto di prepotenze di ogni tipo e molestie sessuali che non possiamo denunciare sotto il ricatto della laurea o dei rinnovi delle borse e dei contratti, rendendoci sempre più isolate e frustrate.

Anche per questo pensiamo sia necessario avviare una discussione all’interno delle nostre facoltà in materia di prevenzione della violenza di genere, educazione alle differenze, perché la scuola e le università non contribuiscano più a diffondere una visione stereotipata e sessista dei generi e dei rapporti di potere tra essi.

  • Vogliamo continuare a lottare contro i tagli affinché i saperi critici non si estinguano e il femminismo venga riconosciuto, senza alcuna distinzione tra settori disciplinari, materie scientifiche ed umanistiche, un valore da riaffermare, sottraendolo alle logiche d’impresa e produttiviste dell’università con cui ci confrontiamo.
  • Pretendiamo di riaprire gli archivi delle conoscenze e recuperare i saperi e le storie che sono condannate all’oblio, perchè considerate minoritarie: rivediamo i programmi, riscriviamo i manuali, torniamo a leggere ciò che ci viene precluso.
  • Siamo stanch* di non poter denunciare casi di molestie sempre più frequenti nelle università.
  • Vogliamo mettere al centro il non riconoscimento del lavoro di moltissime ricercatrici precarie e non strutturate, le cui forme di sciopero si limitano, dato che il loro lavoro non viene considerato propriamente un lavoro; generazioni di precari* che portano avanti un vero e proprio “badantato accademico”, spesso non retribuito e senza alcuna garanzia viste la totale precarizzazione delle condizioni di lavoro, a cui viene chiesto di produrre pensieri/saperi/ricerca spesso in una modalità di vero e proprio autosfruttamento, per la passione profusa e la speranza che un giorno le cose possano andare meglio.
Questi sono solo alcuni dei motivi che ci spingono ad aderire allo sciopero dell’8 marzo come student* dottorand*, persone impegnante nella ricerca ad ogni titolo e professoressi. E proprio per questi stessi motivi vorremmo invitare tutt* a scioperare con noi.

#WETOOGETHER

Le proposte per aderire allo sciopero sono le seguenti:

– Per le poche persone nell’università che sono nella posizione di poterlo fare di aderire allo sciopero.
– Diversamente, durante la mattinata dell’8 e nei giorni immediatamente precedenti, svolgere lezioni che permettano l’introduzione, l’approfondimento e la discussione dei temi che hanno portato alle numerose manifestazioni globali e allo sciopero internazionale.
– Sospensione totale della didattica.
– Sciopero dalle email.

– Partecipazione alla passeggiata serale Non Una Di Meno.

Queste sono solo alcune delle modalità di svolgimento dello sciopero, ma siamo aperte ad altre proposte che possano rendere il nostro percorso più largo ed attraversabile.

L’8 marzo rilanciamo i saperi eccentrici e liberiamo la didattica dal maschilismo.
Non una di meno – Napoli

ELENCO ADESIONI:

Milena Bernardo studente filosofia
Antonia Anna Ferrante
Francesca De Rosa – ricercatrice precaria
Giulia Follo – studente
Alessia Peca – studente
Francesca Galloni – studente
Arianna Boccamaiello – studente
Sofia Esposito – studente
Serena Mammani – Studente
Virginia Papaleo – studente
Tiziana Terranova – TRU Centro Studi Postcoloniali e di Genere
Lidia Curti – Feminist Futures Centro Studi Postcoloniali e di Genere
Marina Vitale – Feminist Futures Centro Studi Postcoloniali e di Genere
Silvana Carotenuto – Feminist Futures Centro Studi Postcoloniali e di Genere
Alessandra Ferlito – TRU Centro Studi Postcoloniali e di Genere
Roberto Terracciano – TRU Centro Studi Postcoloniali e di Genere
Iain Chambers – Centro Studi Postcoloniali e di Genere
Olga Solombrino – Centro Studi Postcoloniali e di Genere
Celeste Iannicello – Centro Studi Postcoloniali e di Genere
Annalisa Piccirillo – Centro Studi Postcoloniali e di Genere
Mara De Chiara – Centro Studi Postcoloniali e di Genere
Alessandro Buffa – Centro Studi Postcoloniali e di Genere
Stamatia Portanova – TRU, Feminist Futures Centro Studi Postcoloniali e di Genere

 

Postcoloniale, Queer e Femminista: traduzione della prefazione di Denise Ferreira Da Silva ‘Toward a Global Idea of Race’ 1 Marzo 2018, ore 16.30

Dopo il seminario dell’8 febbraio dedicato a Critique de la raison negre di Achille Mbembe, il 1 marzo 2018 alle ore 16.30 presso l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli, si terrà il secondo appuntamento del ciclo di seminari ‘Postcoloniale, Queer e Femminista: Percorsi di lettura per una vita nonfascista‘ organizzato dalla Technoculture Research Unit (Centro di Studi Postcoloniali e di Genere, Università L’Orientale). Insieme a Silvana Carotenuto e Claudia Bernardi, parleremo di un altro saggio di filosofia nera, cioè il volume della filosofa e teorica afrobrasiliana Denise Ferreira da Silva Toward a Global Idea of Race (Minnesota University Press, 2007)

Toward a Global Idea of Race è un’archeologia del sapere che colma in maniera necessaria e acuta quell’enorme vuoto nella critica foucauldiana che riguardava il rapporto tra l’emergere dell’Uomo come figura del soggetto e l’individuazione dei suoi Altri sulla base di quello che Da Silva chiama ‘l’arsenale simbolico del razziale’. Da Silva parte dunque dal problema costituito dal fatto che la ‘morte del soggetto’ o dell’uomo, annunciata dal pensiero postmoderno e proseguita nella teorizzazione del postumano, non ne ha provocato la scomparsa. Per Da Silva, il ‘fantasma’ del soggetto, cioè di quella costruzione del soggetto postilluminista che incarnava i principi di universalità e auto-determinazione, continua a infestare il presente con i suoi strumenti e con il materiale usato originariamente nel suo assemblaggio. Lungi dal costituire un elemento che arriva dopo la costituzione del soggetto post-illuminista e degli strumenti della ragione universale, e che sarebbe definito esclusivamente dalla sua ‘esclusione’, il razziale definisce dall’interno la differenza tra il soggetto libero e auto-determinato (che lei chiama ‘trasparente’) e quello che invece è in qualche modo sempre oggetto del sapere e soggetto alle leggi della (sua) natura.

In un serrato confronto con la filosofia moderna, le scienze umane e sociali, gli studi postcoloniali e le teorie critiche sulla razza, Ferreira insiste che il razziale costituisce il dispositivo discorsivo e scientifico principale attraverso cui il soggetto europeo postilluminista si è costituito la sua libertà (auto-determinazione e trasparenza o invisibilità) e che per smontare quello che lei definisce l’arsenale della razza bisogna confrontarsi con il sapere scientifico e non solo con il discorso storico. Se oggi appunto il sapere scientifico (pensiamo all’uso dei Big Data per produrre nuove mappe del sociale e trovare nuovi ‘leggi’ che lo determinano) è egemone rispetto a quello storico (associato con le inutili scienze umane), e se inoltre le nuove macchine computazionali che producono l’infrastruttura tecnosociale contemporanea incarnano il diventare processuale della ragione (come software e computazione), allora il focus di Da Silva sulla scienza e sulla ragione ci sembra fondamentale.

Per Da Silva,  il nomos produttivo (cioè la ragione in quanto principio regolatore del mondo che ho sostituito il volere divino e la magia) ha risposto al problema di come difendere il soggetto umano dalla minaccia di essere determinato dall’esterno da leggi scientifiche rendendo questo soggetto da un lato trasparente (non problematizzato, invisibile) e dall’altro costituendo uno spazio globale in cui distribuire i popoli che invece sono soggetti alla determinazione delle leggi della ragione universale. I discorsi razziali che circolano sulla rete testimoniano il modo in cui ancora il globale rimane lo spazio della differenza razziale (sotto il nome di differenza culturale) diviso tra soggetti auto-determinati e moralmente superiori (europei e bianchi) e soggetti razzializzati. I soggetti razzializzati sono sempre moralmente e socialmente (culturalmente) sospetti nella misura in cui a loro si offre l’opzione odi diventare completamente come ‘noi’ (assimilarsi oppure ‘essere obliterati’ secondo Da Silva) o rimanere segregati nelle ‘loro’ regioni del mondo o quartieri (ghetti e banlieu) secondo quella che Da Silva, nella sua analisi della sociologia delle relazioni razziali della scuola di Chicago, chiama la ‘sociologica dell’esclusione”. E allora è un caso che al primo Global Community Summit di Facebook dedicato ai gruppi e ai loro amministratori non ci siano le iniziatrici del movimento Black Lives Matter (Patrisse Cullors, Opal Tometi, e Alicia Garza)?

E’ questa socio-logica inoltre che spiega per Da Silva la sistematicità dello sterminio dei neri e degli scuri di pelle (quelli che in inglese si chiamano i black and brown people) come un effetto della differenza culturale e razziale, e che catalizza lo shock al pensiero prodotto dall’immagine seriale e ripetuta del corpo nero (maschio e giovane) che cade sotto i colpi da sparo della polizia.. Quest’immagine che nella sua ripetitività ha scatenato negli Stati Uniti il movimento #blacklivesmatter si trova non a caso anche in un altro importante saggio della critica nera e femminista contemporanea, In the Wake: On Blackness and Being di Christina Sharpe, in cui la questione del trauma originario del middle passage ma anche di tutti i successivi lutti e morti diventa centrale. All’inizio dell’archeologia del razziale assemblata da Da Silva, non troviamo più la rappresentazione pittorica dell’emergere del soggetto moderno, come ne Las Meninas di Diego Velasquez nelle prima pagine d Le Parole e le cose di Foucault, ma la serialità di un corpo nero o scuro che cade sotto i colpi di pistola e del suo dialogo (immaginario) con i poliziotti che lo uccidono. Da Silva ci chiede di soffermarci su queste domande: cosa significa pensare la nascita della modernità e la morte del soggetto a partire dal razziale come significante della differenza umana e costitutivo dello spazio globale? Perché la nozione di ‘differenza culturale’ come sostiene Da Silva, non ha fatto che replicare gli effetti del razziale (la trasparenza dell’occidente e l’affettabilità dei suoi altri?) Perchè i soggetti non-trasparenti (cioè soggetti a una determinazione esterna) sono sistematicamenti preclusi dalla presunta universalità del diritto? E inoltre, nelle parole di Da Silva, come razionalizza e spiega il sapere sociale scientifico l’omicidio continuo della gente di colore?

A seguire proponiamo dunque una breve traduzione (a cura dell’autrice di questo post) delle prime pagine di Toward a Global Idea of Race invitando chi ci legge e chi può a raggiungerci all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli l’1 Marzo alle ore 16.30. Vi invitiamo anche a rileggere la traduzione di Beatrice Ferrara di ‘Differenza senza Separazione’ di Da Silva sempre su questo blog, dove la ‘differenza culturale’ (per Da Silva il nome contemporaneo per la differenza razziale) viene affrontata dal punto di vista delle concezioni del tempo e dello spazio della fisica newtoniana, della teoria della relatività e della fisica quantistica – proponendo che concetti come ‘nonlocalità’, ‘incertezza’ e ‘entanglement’ possono rappresentare nuovi indicatori poetici per ripensare la differenza oltre la separabilità.

Prefazione: Prima dell’evento

La nostra generazione è morta quando i nostri genitori sono nati

BRUNO, MASCHIO NERO, ETA’ 18 (META’ ANNI 90)

Quel momento che cade tra il rilascio del grilletto e la caduta di un altro corpo nero, di un altro corpo scuro, e di un altro ancora… infesta questo libro. Che si può fare? Catturare questo momento e mentre si ricorda, ri-significare e ri-configurare quello che si trova a monte di questi momenti elusivi. Forse, se si formulano delle domande o nomina un problema? Che tipo di spiegazioni sono state messe insieme? Quando è diventato scontato, cioè una verità scientifica, un fatto di esistenza globale, che le generazioni sono morte a un certo punto nei primi anni 60? Come mai così tante generazioni sono morte mentre io nascevo? Chi è morto? Perché? Ci sono troppe risposte a queste domande… Ascoltami… leggimi…

Sono morto.

Sei giovane e nero. Vivi in un quartiere dove il crimine prospera. Togliamo le armi dalle strade, arrestiamo pericolosi criminali. Succede che vivi in un posto che ha il tasso più alto di omicidi e stupri. Noi abbiamo lavorato bene. Ci siamo avvicinati al tuo palazzo, ci sei sembrato sospetto; ci siamo fermati, siamo usciti dalle nostre macchine con le nostre pistole, e ti abbiamo detto di alzare le mani. Abbiamo sparato. Siamo la polizia. Siamo stati addestrati molto bene a fare il nostro lavoro.

Sono un immigrato. Lavoro. Ho i miei documenti. Vivo qui perché costa poco. Appartengo a un’ importante famiglia africana. Perché mi avete ucciso?

Sei nero, sei maschio e sei giovane. Non ne sappiamo niente di importanti famiglie africane. In Africa i neri vivono nelle capanne, cacciano e raccolgono durante il giorno, mangiano e cantano la notte, e si ammazzano tutto il tempo. Lì non c’è domani. Stai meglio qui. Perché stai morendo? Tu sei nero e giovane. Sei in carcere o in libertà condizionata. I liberali dicono che l’America è una società razzista. Dicono che i neri e gli scuri di pelle sono o totalmente senza lavoro o concentrati nei lavori peggio pagati; dicono che i datori di lavoro non assumono i giovani maschi neri. Voi siete il sottoproletariato: gente senza futuro, gente che non si sa comportare perché le istituzioni – famiglie, imprese, chiese e così via – hanno lasciato i ghetti insieme alla classe media che ha approfittato delle discriminazioni positive per trovare lavori migliori e posti migliori in cui vivere. Tu spacci. Tu sei uno stupratore. Tu sei un criminale. Tu potresti persino essere un terrorista. Noi ti cacciamo dalle strade. Se non ti arrestiamo, ti spareremo, con tutti i proiettili necessari.

Io sono un Fulani.

Sei in America adesso. Questa non è l’Asia o l’Africa. Qui è diverso. Alcuni radicali dicono che la gente come te non ha possibilità. Tu sei nero. Non ci piacciono i neri. Dicono che l’America è la terra della supremazia bianca. Non è solo che non ti assumiamo, ma anche che tu ci aiuti a creare un legame tra gli Americani bianchi. Tu fai funzionare il sistema.

Ma se io faccio tutto ciò… perché mi uccidete? Se mi tenete semplicemente nel ghetto, se non ho una scuola decente, un lavoro decente, diritti sociali… Voi avete tutte le risposte. Voi mi conoscete. Perché avete bisogno di uccidermi? Non vi basta essere bianchi?

In questo libro mi confronto con l’apparato di sapere – gli strumenti scientifici del sapere razziale – che produce questa domanda… Contro l’assunto che l’elemento storico costituisce il solo contesto ontologico, esamino il modo in cui gli strumenti dei progetti scientifici ottocenteschi hanno prodotto la nozione del razziale che istituisce il globale in quanto contesto ontoepistemologico – un gesto violento e produttivo necessario a sostenere la versione post-illuminista del Soggetto come la sola cosa esistente che si auto-determina. L’arsenale dei saperi che in questo momento governa la la configurazione globale (giuridica, economica, e morale) istituisce l’assoggettamento razziale mentre presuppone e postula che l’eliminazione dei suoi ‘altri’ è necessaria per la realizzazione dell’esclusivo attributo etico del soggetto, cioè l’auto-determinazione.

Nel corso di questo libro produco uno scavo della rappresentazione moderna mentre cerco di afferrare il ruolo produttivo che il razziale gioca nelle condizioni post-illuministe. Ogni parte del libro descrive un momento particolare di questa impresa. In primo luogo, considero il contesto di emergenza, e l’irrisolto problema ontologico che infesta la filosofia moderna dal primo diciassettesimo fino al primo diciannovesimo secolo, cioè proteggere l’uomo, l’essere razionale, dai poteri vincolanti della ragione universale. Questa lettura rivela che tutto ciò è stato fatto scrivendo il soggetto come una cosa storica e auto-determinata – una soluzione temporanea consolidata solo alla metà dell’Ottocento, quando l’uomo è diventato un oggetto del sapere scientifico. Secondo, la mia analisi del regime di produzione del razziale mostra come le scienze umane e sociali hanno affrontato questo problema ontologico fondamentale usando la differenza razziale come un attributo costitutivo dell’umano. Questa soluzione istituisce l’enunciato più basilare dell’assoggettamento razziale: mentre gli strumenti della ragione universale (le “leggi della natura”) producono e regolano le condizioni umane, in ogni regione globale, essa stabilisce (moralmente e intellettualmente) diversi tipi di essere umani, nominalmente, il soggetto auto-determinato e i suoi altri determinati da forze esterne, coloro le cui menti sono soggette alle loro condizioni naturali (nel senso scientifico). Precisamente questo enunciato, sostengo, sottende l’argomento basilare della sociologia delle relazioni razziali, cioè, che le cause della subordinazione degli altri d’Europa risiede nelle loro caratteristiche fisiche e mentali (morali e intellettuali) e il postulato che la soluzione al problema dell’assoggettamento razziale richiede l’eliminazione della differenza razziale. Infine, la mia analisi dei suoi effetti di significazione mostra come questo enunciato e gli strumenti scientifici che lo sostengono informano la costruzione prevalente dei soggetti statunitensi e brasiliani. In questi scritti, gli strumenti storici e scientifici producono contemporaneamente il soggetto nazione come un essere auto-determinato mentre circoscrivono la regione morale subalterna (altro-determinata) abitata dai membri non-Europei della comunità nazionale.

Dietro questo libro c’è il desiderio di comprendere perché e come dopo un secolo di confutazioni, il razziale sembra governare incontrastato la configurazione globale contemporanea. Spero che la mia critica della rappresentazione moderna dimostri che la forza politica del razziale risiede nel fatto che costantemente (ri)produce l’enunciato fondativo ontologico moderno. Ogni uso del razziale consistentemente articola l’attributo speciale dell’uomo, l’auto-determinazione, mentre fa esistere e contemporaneamente disconosce quello che significa altri-menti, annunciando la sua necessaria eliminazione. Poiché la spiegazione prevalente dell’assoggettamento razziale segue anch’essa questo mandato ontologico, non ci sorprende che oggi è usata in spiegazioni che sminuiscono le morti violenti della gente di colore, mentre un’infinita evidenza scientifica sociale le rende non solo scontate (in quanto risultato dell’esclusione giuridica e economica) ma anche giustificate (in quanto l’esito previsto della traiettoria della coscienza altro-determinata). Sento la domanda: come giustifica il sapere sociale scientifico l’omicidio della gente di colore? La mia risposta è: come spiega questo omicidio l’arsenale delle scienze sociali? Nelle prossime pagine offro una risposta temporanea a tutto ciò.

Post-coloniale, queer, femminista: Critica della Ragion Negra di Achille Mbembe

‘Quando si parla di Africa, la corrispondenza tra parole, immagini e cose non importa quasi per niente. Non è necessario che il nome corrisponda alla cosa o che la cosa risponda al suo nome’

‘Chi vorrebbe essere un Negro o essere trattato come tale?’

(Achille Mbembe Critica della Ragion Negra, 2013)

 

Uno dei video cosiddetti virali più discussi e citati nella new media theory contemporanea è certamente Kony 2012, definito all’epoca ‘il video più virale di tutti i tempi’. Kony 2012 è un cortometraggio di trenta minuti che, dopo esser stato caricato su YouTube e poi su Vimeo tra la fine di febbraio e inizi di marzo 2012 da una ONG, Invisible Children, ha accumulato 93 milioni di visualizzazioni nel il primo mese dopo la pubblicazione, attirando l’attenzione di celebrità come Oprah Winfrey, e causando il il crollo psichico del suo regista, il 33enne James Russell, arrestato nel marzo 2012, nel pieno della popolarità del video, mentre correva nudo nel traffico di San Diego, California.

Kony2012 si presentava come un video sul conflitto pluridecennale in Uganda e chiedeva agli utenti che lo avessero visualizzato di ‘prestare attenzione fino alla fine’ per partecipare entro una determinata data alla cattura di un criminale di guerra, l’ugandiano Joseph Kony, leader della Lord’s Resistance Army (LRA) – un’organizzazione accusata di rapire i bambini per costringerli a diventare soldati e arrivando persino a convincerli a uccidere i loro genitori. Sulla base di queste accuse, Kony era stato condannato per crimini di guerra e per crimini contro l’umanità dalla Corte penale internazionale con sede all’Aia, nei Paesi Bassi. Nel video, lo statunitense Russell racconta del suo incontro con i ragazzini vittime di Kony in Africa e del suo desiderio di porre fine ai crimini di Kony per amore del figlio e per la sua amicizia nei confronti di uno dei bambini rapiti da Kony e incontrato in Africa.

Sia Wendy Hui Kyong Chun che Jack Batrich, trattando del fenomeno Kony2012, hanno sottolineato il modo in cui il video non ha praticamente niente a che fare con l’Uganda, come non fornisca nessun contesto storico e politico per capire il conflitto che vuole rappresentare, e come, nel migliore dei casi, questo video rappresenti l’ennesima performance del vecchio ‘fardello dell’uomo bianco’, o nel peggiore, una specie di incitazione al linciaggio dell’Uomo Nero. Per Bratich, K-12 è stato essenzialmente una ‘caccia all’uomo distribuita e globale, un esperimento nascente distopico che ricorda Running Man (in italiano, L’implacabile, 1987) e La Fuga di Logan (1978), ma aggiornato per la generazione ‘Hunger Games’ in cui la spettorialità diventa partecipazione e intervento’. Per questi critici, dunque, Kony2012 non ha niente a che fare con l’Africa, ma è stato un modo di mettere in atto e immaginare il potere dei social networks, che cavalcava l’onda delle grandi rivolte nordafricane del 2011 e del più modesto ma significativo movimento di Occupy Wall Street. Questa rappresentazione del potere dei social media rimanda a quella che potrebbe essere definita una nuova ‘ragione universale’, incarnata dai giganti dei media sociali, per cui l’umanità è naturalmente e intrinsicamente animata da un desiderio di connettersi. Ci sembra importante sottolineare come questo universalismo dei media sociali rappresentato da KONY 2012 abbia ancora una volta come oggetto un Uomo Nero da catturare, dei bambini neri da salvare, e un’Africa, che, come sottolinea ripetutamente il filosofo postcoloniale camerunense Achille Mbembe nel suo Critica della ragion negra, rimane per l’Occidente ‘il simulacro di un potere oscuro e cieco’ verso cui si può provare al massimo ‘senso di colpa, risentimento e pietà’ ma mai ‘un richiamo alla responsabilità o alla giustizia’. Estendendo la critica che Mbembe muove alla ‘ragion negra’ (la ragione che ha come oggetto l’Africa e l’Uomo Nero) verso il nuovo orizzonte della comunicazione ipersociale, le notizie sull’Africa ancora oggi sono, per definizione, bufale o fake news: ‘il termine Africa’, sostiene Mbembe ‘si riferisce a una forma vuota che, in senso stesso, sfugge ai criteri di verità e falsità… Tutto quello che importa è il potere della falsità’.

Il giorno 8 febbraio si terrà presso l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli, il primo di una serie di cinque incontri organizzati dalla TRU e dal Centro Studi Postcoloniali e di Genere dell’Università ‘L’Orientale’, con il titolo ‘Postcoloniale, Queer e Femminista: percorsi di lettura per una vita nonfascista’, dedicato appunto a Critica della ragion negra di Achille Mbembe. Il ciclo di seminari proseguirà poi in un percorso che ci porterà a discutere della ricerca di Denise Ferreira Da Silva, di Beatriz/Paul Preciado, di Donna Haraway e infine di José Esteban Munoz. La serie di incontri prevede delle tavole rotonde su cinque volumi recenti di voci note e meno note in Italia di quel movimento intellettuale transversale (postcoloniale, queer, femminista, anti-razzista etc) che attraversa le cosiddette scienze umane e sociali con particolare forza almeno a partire dagli anni sessanta producendo un conflitto con la neutralità dei saperi e delle discipline. Insieme ad Antonia Anna Ferrante, siamo partite dal desiderio di aprire uno spazio di discussione in città attorno al pensiero postcoloniale, queer e femminista contemporaneo, scegliendo una serie di volumi e titoli capaci di innescare discussioni per noi necessarie anche a produrre un modo diverso di studiare e criticare la cultura di rete, i media digitali e la ragione computazionale.

Il laboratorio, che può essere seguito come parte del percorso di studi da student* del corso di laurea magistrale in Lingue e Comunicazione Interculturale in area Euromediterranea del ‘L’Orientale’, ma che è aperto al pubblico in generale, è stato pensato come una serie di conversazioni iniziate e animate da una serie di relator* intern* al Centro Studi Postcoloniali e di Genere per la maggior parte, ma, grazie a un finanziamento del Dipartimento di Scienze Umane e Sociali dell’Orientale, anche con qualche partecipazione esterna. La politica di austerity che inesorabile si è abbattuta specialmente sulle università sudalterne ci impedisce di invitare direttamente gli autori/autrici/autoru di questi saggi, ma in questo vogliamo anche vedere un’opportunità di parlare di libri e attraverso i libri anche in assenza della voce autoriale, permettendo a questo vecchio, amato medium di coinvolgerci con le sue specifiche lentezze e velocità di pensiero. Non è necessario aver letto i volumi per partecipare alla conversazione, ma è necessaria la curiosità e l’apertura mentale.

Sebbene dunque i vari incontri siano introdotti da docenti e ricercator* universitari, ci aspettiamo che questo sia appunto solo l’inizio di conversazioni che coinvolgano anche chiunque si senta di voler condividere con noi un percorso filosofico e teorico, per citare la famosa affermazione di Michel Foucault, ‘non-fascista’. Nella misura in cui il rapporto coloniale italiano con l’Africa ci interpella direttamente, il senso di ‘non-fascista’ per noi appare letterale, nel senso di una rottura con l’immaginario razzista che ancora oggi continua a pervadere il rapporto tra italiani, l’ ‘Africa’ e l ‘ ‘Uomo Nero’. La critica della ragion ‘nera’ ci interpella a partire proprio dalla nostra specifica varietà di ‘nero’ politico.

Siamo felic* che la nuova gestione dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli dopo la scomparsa del compianto avvocato Marotta, abbia accolto e sostenuto questa iniziativa e la ringraziamo nella persona di Fiorina Li Vigni con la preziosa mediazione di Nicola Capone.

Introdurranno la conversazione sul volume di Mbembe Rossella Bonito Oliva (docente di Etica Interculturale e Filosofia Morale), Iain Michael Chambers ( Studi culturali e postcoloniali del Mediterraneo), e Miguel Mellino (Studi Postcoloniali e Relazioni Interetniche e Antropologia Culturale)

Introduzione e ringraziamenti di Giampiero Moretti (Direttore Dipartimento di Scienze Umane e Sociali) e di Tiziana Terranova e Anna Antonia Ferrante (TRU/Centro Studi Postcoloniali e di Genere, curatrici dell’evento)

Tecnoculture postcoloniali, queer e femministe: ciclo di seminari all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici

     ‘Quando si parla di Africa, la corrispondenza
tra parole, immagini e cose non importa
quasi per niente.
Non è necessario che il nome corrisponda
alla cosa o che la cosa risponda al suo nome’

 

‘Chi vorrebbe essere un Negro o essere
trattato come tale?’
(Achille Mbembe, Critique de la Raison Negre, 2013)

 

Uno dei video cosiddetti virali più discussi e citati nella new media theory contemporanea è certamente Kony 2012, definito all’epoca ‘il video più virale di tutti i tempi’. Kony 2012 è un cortometraggio di trenta minuti che, dopo esser stato caricato su YouTube e poi su Vimeo tra la fine di febbraio e inizi di marzo 2012 da una ONG, Invisible Children, ha accumulato 93 milioni di visualizzazioni nel il primo mese dopo la pubblicazione, attirando l’attenzione di celebrità come Oprah Winfrey, e causando il il crollo psichico del suo regista, il 33enne James Russell, arrestato nel marzo 2012, nel pieno della popolarità del video, mentre correva nudo nel traffico di San Diego, California.

Kony 2012 si presentava come un video sul conflitto pluridecennale in Uganda e chiedeva agli utenti che lo avessero visualizzato di ‘prestare attenzione fino alla fine’ per partecipare entro una determinata data alla cattura di un criminale di guerra, l’ugandiano Joseph Kony, leader della Lord’s Resistance Army (LRA) – un’organizzazione accusata di aver compiuto numerosi efferati massacri e di rapire i bambini per costringerli a diventare soldati, arrivando persino a convincerli a uccidere i loro genitori. Sulla base di queste accuse, Kony era stato condannato per crimini di guerra e contro l’umanità dalla Corte penale internazionale dell’Aia. Nel video, lo statunitense Russell racconta del suo incontro con i ragazzini vittime di Kony in Africa e del suo desiderio di porre fine ai crimini di Kony per amore del figlio e per la sua amicizia nei confronti di uno dei bambini rapiti da Kony e incontrato in Africa.

Sia Wendy Hui Kyong Chun che Jack Bratich, trattando del fenomeno Kony 2012, hanno sottolineato il modo in cui il video non ha praticamente niente a che fare con l’Uganda, come non fornisca nessun contesto storico e politico per capire il conflitto che vuole rappresentare, e come, nel migliore dei casi, questo video rappresenti l’ennesima performance del vecchio ‘fardello dell’uomo bianco’, o nel peggiore, una specie di incitazione al linciaggio dell’Uomo Nero. Per Bratich, K-12 è stato essenzialmente una ‘caccia all’uomo distribuita e globale, un esperimento nascente distopico che ricorda Running Man (in italiano, L’implacabile, 1987) e La Fuga di Logan (1978), ma aggiornato per la generazione ‘Hunger Games’ in cui la spettorialità diventa partecipazione e intervento’. Per questi critici, dunque, Kony 2012 non ha niente a che fare con l’Africa, ma è stato un modo di mettere in atto e immaginare il potere dei social networks, cavalcavando l’onda delle grandi rivolte nordafricane del 2011 e del più modesto ma significativo movimento di Occupy Wall Street.

Questa rappresentazione del potere dei social media rimanda a quella che potrebbe essere definita una nuova ‘ragione universale’, incarnata dai giganti dei media sociali, per cui l’umanità è naturalmente e intrinsecamente animata da un desiderio di connettersi. Ci sembra importante sottolineare come questo universalismo dei media sociali rappresentato da Kony 2012 abbia ancora una volta come oggetto un Uomo Nero da catturare, dei bambini neri da salvare, e un’Africa, che, come sottolinea ripetutamente il filosofo postcoloniale camerunense Achille Mbembe nel suo Critique de la raison nègre (2013), rimane per l’Occidente ‘il simulacro di un potere oscuro e cieco’ verso cui si può provare al massimo ‘senso di colpa, risentimento e pietà’ ma mai ‘un richiamo alla responsabilità o alla giustizia’.

Estendendo la critica che Mbembe muove alla ‘raison nègre’ (la ragione che ha come oggetto l’Africa e l’Uomo Nero e i processi di soggettivazione anche radicali innescati in coloro che sono oggetto di questa ragione) verso il nuovo orizzonte della comunicazione ipersociale, le notizie sull’Africa ancora oggi sono, per definizione, bufale o fake news: ‘il termine Africa’, sostiene Mbembe ‘si riferisce a una forma vuota che, in senso stesso, sfugge ai criteri di verità e falsità… Tutto quello che importa è il potere della falsità’. Non è l’esistenza fisica di Joseph Kony ad essere falsa, ma la cornice narrativa ad essere basata su quella possibilità, accordata all’Africa in quanto oggetto di un sapere e potere coloniale, di poter parlare senza doversi preoccupare di conoscere di quello di cui si parla e senza neanche la curiosità di avvicinarsi davvero. In questo senso forse l’attuale cultura di rete eredita questa peculiare modalità di conoscere istaurata dal colonialismo, come pure, quella che Mbembe definisce come la tendenza occidentale a pensare la relazione sociale attraverso la somiglianza, piuttosto che attraverso ‘la co-appartenenza a un mondo comune’.

 

Il giorno 8 febbraio, tra poco più di una settimana, si terrà presso l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli, il primo di una serie di cinque incontri organizzati dalla TRU e dal Centro Studi Postcoloniali e di Genere dell’Università ‘L’Orientale’, con il titolo Postcoloniale, Queer e Femminista: percorsi di lettura per una vita non fascista, dedicato appunto a Critique de la raison négre di Achille Mbembe. Il ciclo di seminari proseguirà poi in un percorso che ci porterà a discutere della ricerca di Denise Ferreira Da Silva, di Beatriz/Paul Preciado, di Donna Haraway e infine di José Esteban Munoz. La serie di incontri prevede delle tavole rotonde su cinque volumi recenti di voci note e meno note in Italia di quel movimento intellettuale (postcoloniale, queer, femminista, anti-razzista etc) che attraversa le cosiddette scienze umane e sociali con particolare forza almeno a partire dagli anni sessanta producendo un conflitto con la neutralità dei saperi e delle discipline. Insieme ad Antonia Anna Ferrante, siamo partite dal desiderio di aprire uno spazio di discussione in città attorno al pensiero postcoloniale, queer e femminista contemporaneo, scegliendo una serie di volumi e titoli capaci di innescare discussioni per noi necessarie anche a produrre un modo diverso di studiare e criticare la cultura di rete, i media digitali e la ragione computazionale.

Il laboratorio, che può essere seguito come parte del percorso di studi da studenti del corso di laurea magistrale in Lingue e Comunicazione Interculturale in area Euromediterranea del “L’Orientale”, ma che è aperto al pubblico in generale, è stato pensato come una serie di conversazioni iniziate e animate da una serie di relator* intern* al Centro Studi Postcoloniali e di Genere per la maggior parte, ma, grazie a un finanziamento del Dipartimento di Scienze Umane e Sociali dell’Orientale, anche con qualche partecipazione esterna. La politica di austerity che inesorabile si è abbattuta specialmente sulle università sudalterne ci impedisce di invitare direttamente gli autori/autrici/autoru di questi saggi, ma in questo vogliamo anche vedere un’opportunità di parlare di libri e attraverso i libri anche in assenza della voce autoriale, permettendo a questo vecchio, amato medium di coinvolgerci con le sue specifiche lentezze e velocità di pensiero. Non è necessario aver letto i volumi per partecipare alla conversazione, ma è necessaria la curiosità e l’apertura mentale.

Sebbene dunque i vari incontri siano introdotti da docenti e ricercator* universitari, ci aspettiamo che questo sia, appunto, solo l’inizio di conversazioni che coinvolgano anche chiunque si senta di voler condividere con noi un percorso filosofico e teorico, per citare la famosa affermazione di Michel Foucault, ‘non-fascista’. Nella misura in cui il rapporto coloniale italiano con l’Africa ci interpella direttamente, il senso di ‘non-fascista’ per noi appare letterale, nel senso di una rottura con l’immaginario razzializzato che ancora oggi continua a pervadere il rapporto tra italiani, l’ ‘Africa’ e l ‘ ‘Uomo Nero’. La critica della ragion ‘nera’ ci interpella a partire proprio dalla nostra specifica varietà di ‘nero’ politico.

Siamo felic* che la nuova gestione dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli dopo la scomparsa del compianto avvocato Marotta, abbia accolto e sostenuto questa iniziativa e la ringraziamo nella persona di Fiorina Li Vigni con la preziosa mediazione di Nicola Capone.

Introdurranno la conversazione sul volume di Mbembe Rossella Bonito Oliva (docente di Etica Interculturale e Filosofia Morale), Iain Michael Chambers ( Studi culturali e postcoloniali del Mediterraneo), e Miguel Mellino (Studi Postcoloniali e Relazioni Interetniche e Antropologia Culturale)

Introduzione e ringraziamenti di Giampiero Moretti (Direttore Dipartimento di Scienze Umane e Sociali) e di Tiziana Terranova e Anna Antonia Ferrante (TRU/Centro Studi Postcoloniali e di Genere, curatrici dell’evento)

 

CALENDARIO

 

Giovedì 8 febbraio 2018, ore 16.30

Saluti: Giampiero Moretti (Direttore Dipartimento di Scienze Umane e Sociali, L’Orientale)
Introduzione al ciclo di seminari: Antonia Anna Ferrante e Tiziana Terranova

Discussione: Critique de la  raison négre  (2013) di Achille Mbembe
con: Rossella Bonito Oliva, Iain Chambers, Miguel Mellino


Giovedì 1 Marzo 2018, ore 16.30

Toward a Global Idea of Race (2007) di Denise Ferreira Da Silva
con: Silvana Carotenuto, Tiziana Terranova, Claudia Bernardi


Giovedì 22 marzo 2018, ore 16.30

Testo Tossico (2008) di Paul (Beatriz) Preciado
con: Antonia Anna Ferrante, Stamatia Portanova, Alessia (Leo) Acquistapace


Giovedì 12 aprile 2018, ore 16.30

Staying with the Trouble (2016) di Donna Haraway
con Lidia Curti, Tiziana Terranova, Marina Vitale, Federica Timeto


Giovedì 3 maggio 2018, ore 16.30

Cruising Utopia: the Then and There of Queer Futurity (2009) di José Esteban Muñoz
con: Antonia Anna Ferrante, Marina De Chiara, Roberto Terracciano, Renato Busarello

 

Location: Istituto Italiano per gli Studi Filosofici,
Palazzo Serra di Cassano, Napoli – Via Monte di Dio, 14

 

 

 

Sulla necessità di un archivio dei movimenti sociali: presentazione del software Cubotto a L’Asilo, Napoli

Venerdi 24 dicembre alle ore 20.00 si terrà presso i locali de L’Asilo Filangieri a Napoli l’Assemblea per l’archivio Cubotto, il progetto di software open source prodotto e distribuito da Genio Collettivo che permette di condividere grandi archivi di file video e immagini con possibilità inedite di accesso collettivo al montaggio.

Il tema dell’archivio è stato uno dei temi centrali del lavoro di ricerca del Centro Studi Postcoloniali e di Genere a cui la TRU informalmente afferisce e che Alessandra Cianelli in particolare ha sviluppato in chiave artistica attraverso il suo lavoro sull’archivio coloniale nel progetto ‘Il paese delle terre d’oltremare’, che mette in relazione l’archivio coloniale familiare (un nonno morto in Libia) con la struttura monumentale della Mostra D’Oltremare a Napoli voluta da Mussolini per celebrare il colonialismo italiano. Nel futuro prossimo abbiamo in programma di intervistare Alessandra Cianelli e Alessandro Gagliardo sulla sperimentazione che l’archivio distribuito con capacità di montaggio che il Cubotto permette, per una moltiplicazione dei racconti che sfugga e ecceda le macchine dei Big Data. La suggestione di Alessandro Gagliardo circa la possibilità di collegare funzionalità blockchain (il registro distribuito che à alla base di Bitcoin) al Cubotto e il suo coinvolgimento nella rete Faircoin saranno anch’esse oggetto di riflessione.

Pubblichiamo volentieri qui sotto il comunicato di Alessandra Cianelli (membra di TRU) e di Alessandro Gagliardo (Malastrada/Genio Collettivo) che annunciano l’assemblea all’Asilo domani  per iniziare una sperimentazione con il Cubotto che lavori l’archivio video dei movimenti sociali a Napoli per generare una proliferazione di storie singolari e collettive. A seguire anche un contributo di Alessandra Cianelli ‘Discorso sulla necessità di un archivio (Gli sguardi amorosi riaprono gli occhi dei dormienti chiusi dal passato insolente)’, ripreso dal suo blog.

Comunicato_Manovra Napoli_ Cubotto.org

Costruire un archivio a Napoli. Un archivio dei movimenti sociali, ma anche delle storie comuni, dei ricordi, delle lotte, della produzione culturale. Mettere insieme una storia collettiva.
Raccoglierla per non disperderla, per condividerla e trasportarla nel tempo. Ma anche per farla rivivere, permetterle di raccontare ancora e ancora. Fare tutto ciò attraverso un software open source (cubotto.org), in una rete confederata di archivi costruita dal basso, internazionale, su di una infrastruttura propria
non affidata alle grandi compagnie dei big data.
La Storia è fatta di racconti; l’Archivio con la A maiuscola è fatto di racconti scelti  che fanno la cultura ovvero le idee e il pensiero dominante di un dato momento. E’ sulla tela di questi pensieri dominanti che si intrecciano politica ed economia. Solo alcuni racconti tra tanti, selezionati scientemente, costruiscono la Storia.
Solo alcuni racconti sono l’Archivio su cui si siede il Dominus, quello che muove i fili della sceneggiata spettacolare del presente continuo, investendosi dell’Autorità (ancora una A maiuscola) di decidere per gli altri. Costruire un altro Archivio, aprendo gli archivi di quello che è scartato, escluso dalle narrazioni dominanti, può  consentire il racconto di altre storie, costruire altri pensieri, immaginare altre culture. Perciò lavorare l’archivio, farlo, aprirlo, metterlo in discussione  è un azione culturale e politica radicale.


‘Discorso sulla necessità di un archivio (Gli sguardi amorosi riaprono gli occhi dei dormienti chiusi
dal passato insolente)’

di Alessandra Cianelli

Una interrogazione sul senso dell’archivio è in senso più vasto e più sottile un discorso sulla memoria. Iniziamo dalla pratica artistica con l’intento di irrompere, provocare o evocare l’Archivio, non solo di raccogliere e mettere insieme memorie e memorabilia, per tentare di eluderne la natura mortuaria e monumentale. Il digitale, la rete, la dimensione 2.0, hanno facilitato l’emersione e l’accesso potenziale a un numero illimitato di archivi, ma ogni singolo frammento di questo ARCHIVIO venuto alla luce è condannato, potenzialmente, contestualmente a scomparire nell’oblio della rete.
La pratica di sperimentazione è non solo nella modalità di apertura, irruzione nell’archivio, ma anche nella strutturazione di un archivio potenzialmente, possibilmente, se ci riusciamo, diverso. Tentiamo di provocare una teoria che si sprigiona dalla pratica. Che senso ha raccogliere pezzi di ARCHIVIO? 1, 2 o migliaia di lettere del Nonno Coloniale, fanno la differenza? In che modo confrontano la Storia? Altre storie? Archivi analogici e/o digitali?
Costruiamo il Museo delle Lettere del Nonno, poi chiamiamo gli artisti a usare quelle lettere per legittimare il Museo, consacrare l’Archivio e ridonarlo al rigor mortis della Storia e del Monumento: l’Arte torna ad essere decorativa, gli Artisti Cortigiani.
Rischiamo di praticare posizioni pericolose, diciamo cose che si espongono e si possono prestare a moltissimi fraintendimenti, di qui la necessità di costruire una rete umana, relazionale, fatta di confronti, discorsi, condivisioni.
Lanciamo queste enormi quantità di memorie affettive, piccole e grandi variabili della Storia, nel mare indifferente della rete, restituendole all’opacità dell’ininterrotta esposizione e alimentando – forse- l’ulteriore inquinamento o sovraccarico o marasma del sistema mnemonico digitale collettivo. Ne favoriamo la morte o non ne favoriamo la vita, la partecipazione alla vita; rischiamo di escluderli dalla produzione di senso collettivo della vita per la vita. Il sovraccarico o inquinamento sollecita la necessità di una ecologia dell’archivio.
Non che non sia importante tirare fuori le storie a cospetto della Storia o i Documenti che fanno la Storia. Agiamo, se possiamo, con umiltà, praticando un’ecologia della mente prima di tutto, da artefici artisti, da umani politici. L’apertura dell’archivio è la performance dell’apertura dell’archivio prima di tutto. 
Quello che resta è cenere che può senza danni riaffondare nel mare digitale o nelle profondità della memoria individuale, elaborato, digerito. Nel sistema digestivo, come nell’offerta sacrificale, il fulcro del processo è la combustione che trasforma, nutre ed elimina quello che non serve: in questo modo la pratica dell’Archivio può nutrire il futuro.
Le pratiche artistiche e politiche in questo momento si intersecano, si s-cambiano e a volte coincidono. La pratica di oggi non è quella di ieri e non sarà quella di domani. La caffettiera non si pulisce una volta per tutte, ma ogni giorno, il caffè è ogni giorno diverso. La teoria è di per se stessa una volta per tutte, fatta di parole, che si cristallizzano nella forma visiva della scrittura o nella forma del suono: usate e abusate, perdono senso, si staccano dal significato originario. Ma se si rompe la forma le parole sono il mezzo per riconnetterersi al significato che le ha sprigionate. Le teorie possono essere un altro aspetto delle pratiche e viceversa, la stessa cosa, in un’altra forma. La pratica ininterrotta della provocazione e della rottura della forma, la sua incessante, quotidiana, umile ricostruzione sempre diversa, potrebbe pro-creare una tecnologia della conoscenza che si muove ad un altro livello: quello dell’attenzione ininterrotta al fare (pensiero, parola, segno, gesto, suono, respiro). Così potrebbe emergere solo il necessario, frammenti di Archivio che riagiti nel presente diventano evidenti per quello che serve a rimettere in circolo passato e futuro…

La TRU a Futuro Remoto

Sabato 8 e Domenica 9 Ottobre, la TRU sarà presente a Piazza del Plebiscito (NA), nell’ambito della manifestazione di divulgazione scientifica Futuro Remoto, organizzata dalla Fondazione IDIS – Città della Scienza. In collaborazione con il Hub.dfx Makerspace di Giugliano, presenteremo ‘Open Rehabilitation Proptotypes’, un progetto di Vittorio Milone (TRU), Antonietta Battista, Daniela Faticato e Stefano Silvestri. Ecco una breve descrizione del progetto:

Partendo dalla constatazione che le ricerche tecnologiche e scientifiche rimangono non di rado focalizzate sulla difesa della proprietà intellettuale e sulla massimizzazione dei profitti, la TRU intende portare l’attenzione su quegli aspetti del fenomeno dei ‘makers’, e della cosiddetta ‘quarta rivoluzione industriale’, che sono soprattutto rivolti a facilitare una maggiore cooperazione, condivisione ed apertura. Sotto questi aspetti, la cultura del ‘making’ diventa una potenziale piattaforma di innovazione socio-politica e di democratizzazione/divulgazione dei saperi tecno-scientifici specializzati, laddove l’innovazione può essere concepita anche e soprattutto per il beneficio delle comunità.

A tale scopo, la TRU presenterà ‘Open Rehabilitation Prototypes’: una iniziativa di sviluppo di strumenti open source per la riabilitazione, nella quale uno dei membri della TRU è stato direttamente coinvolto. La presentazione prevede un target non necessariamente di specialisti, ed è composta da una prima fase illustrativa del progetto, della durata massima di 30 minuti (comprese eventuali domande del pubblico), e da una seconda fase durante la quale il pubblico avrà la possibilità di testare direttamente due prototipi di strumenti hardware e software: il primo destinato al supporto dei bambini con diversi gradi di disabilità fisica nell’apprendimento della lettura, il secondo al trattamento psicoterapeutico del cosiddetto ‘disordine da stress post traumatico’.

Questi prototipi, già selezionati per la “European Maker Faire” di Roma del 2014, rappresentano delle alternative personalizzabili, open source e a basso costo, alle spesso meno accessibili soluzioni terapeutiche esistenti sul mercato. Il progetto verrà perciò introdotto come un esempio di quello che la studiosa Denisa Kera ha definito ‘laboratori subalterni’, luoghi di sperimentazione e di accessibilità anche terapeutica, situati ai confini del sistema economico ed istituzionale.

Nuovo numero di Anglistica: Inflections of Technoculture

È ora online il nuovo numero di Anglistica Inflections of Technoculture. Biodigital Media, Postcolonial Theory and Feminism, a cura di Iain Chambers e Tiziana Terranova.

Il numero speciale tenta di gettare una luce sulle zone oscure tra le proprietà dei media digitali e le questioni poste dai soggetti postcoloniali. Partendo da campi di studio così diversi come la televisione e la radio, il cinema e il ciberspazio, il nuovo materialismo e la xenogenesi, i contributi di questo numero delineano un quadro teorico composito che interroga le ontologie e le economie postcoloniali rivolgendo una particolare attenzione ai processi di inclusione/esclusione, alla creazione di confini,  alle performance razziali e di genere in un mondo globalizzato.

La maggior parte degli interventi è stata scritta da ricercatrici e ricercatori del Dottorato di Studi culturali e postcoloniali del mondo anglofono dell’Orientale (molti dei quali collaborano tutt’oggi con il Centro di Studi Postcoloniali e di Genere e con la TRU) e del dipartimento di Comunicazione e Media della Goldsmiths University of London. Questo numero è il risultato di uno scambio particolarmente proficuo tra i due gruppi.

Inflection of Technocultures è disponibile gratuitamente sul sito Web di Anglistica AION