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Leggendo “Zapping di una femminista seriale” di Federica Fabbiani

“Una donna deve continuamente guardare se stessa”, scriveva John Berger in Modi di vedere (1972, trad. it. 2015), per evidenziare come la “sostanziale apparenza” del femminile nella tradizione figurativa occidentale incidesse sui modi in cui le donne facevano esperienza di sé prima di tutto in quanto rappresentazioni. Una condizione di immaginità sostanziale [to-be-looked-at-ness] denunciata qualche anno dopo da Laura Mulvey (1975) quale strategia per precludere allo sguardo femminile l’accesso all’esperienza attiva e al piacere della visione. Le prospettive molteplici offerte della produzione televisiva contemporanea mostrano fortunatamente che la rappresentazione malestream, cioè quella che inchiodava l’oggetto-donna alla fissità dello stereotipo (come mancanza o come eccesso), ha finalmente lasciato spazio a una pluralità di punti di vista. A partire da questa considerazione, in Zapping di una femminista seriale (Ledizioni, 2018), Federica Fabbiani si addentra nel mondo delle personagge seriali tracciando una provvisoria cartografia in cui si domanda non solo se esista una trama femminista nella serialità, ma soprattutto se sia possibile, o piuttosto se e in che termini abbia senso, cercare uno sguardo femminile come possibile alternativa allo sguardo maschile.

Sex and the City è stata la prima serie televisiva a sdoganare il desiderio femminile e la ricerca di empowerment delle sue protagoniste, ma anche a circoscrivere tutto questo entro il recinto di un esasperato materialismo bianco e alto-borghese certamente non rivoluzionario sul piano sociale. Quali strade ha percorso Carrie Bradshaw (interpretata da Sarah Jessica Parker) tra uno stiletto Manolo Blahnik e una balconette effetto supervolume come quello che indossa oggi, trascorsi vent’anni, nel revival-spot di Intimissimi? Cosa significa quando dice che è riuscita ad avere successo “senza cambiare mai”? Si tratta ancora della stessa scena? E dove si colloca la spettatrice quando il personaggio afferma di vestire “semplicemente i propri panni”,[1] adesso solo un po’ più cheap che chic? Insomma, si chiede Fabbiani, possiamo davvero archiviare Carrie Bradshaw?

Indubbiamente stiamo assistendo a un re-styling di quel femminismo pop che la studiosa Angela McRobbie individuava negli anni Novanta: un femminismo mediatizzato veicolato da slogan che, strizzando l’occhio alla società dei consumi, sarebbe evoluto nell’individualismo depoliticizzato del postfemminismo. Oggi, da una parte c’è Chiara Ferragni che sceglie di sposarsi in Dior perché la direttrice della maison, Maria Grazia Chiuri, “ha portato un’allure completamente diversa al marchio per comunicare un messaggio sul nuovo ruolo delle donne, sul femminismo”: facendo, per esempio, sfilare in passerella modelle in t-shirt (poco importa quanto costose e quanto poco pagate alla manodopera) con scritte come “We should all be feminism”, o “Why have there been no great women artists”[2]. Dall’altra, in varie parti del mondo le donne manifestano contro le restrizioni alle leggi sull’aborto vestite col mantello rosso e la cuffia bianca come Difred, la protagonista de “Il racconto dell’ancella”, serie di successo tratta dall’omonimo libro di Margaret Atwood di cui si è già parlato qui e la cui storia presenta non poche analogie con l’involuzione del nostro presente.

E tuttavia viene da chiedersi: è sufficiente indossare le orecchie rosa di un femminismo ad alto tasso di iconicità, che troppo spesso però invisibilizza il proprio passato – nel libro di Atwood rappresentati dalla relazione di Difred con la madre, per nulla sviluppata nella trasposizione televisiva – e riduce la militanza a una rivendicazione dei “diritti umani” fondamentali? Che ne è stato della messa in guardia verso le politiche dell’inclusione, quelle forme subdole di “sopraffazione legalizzata” rappresentate dal femminismo dell’uguaglianza denunciato da Carla Lonzi, che Fabbiani giustamente ricorda?

Facendo zapping fra le diverse serie di cui discute, l’autrice ci ricorda che la genealogia femminista non è leggibile in modo lineare, s’inceppa, si costruisce per interpolazioni e deviazioni, riprese e scarti, in un richiamarsi continuo fra i tempi stratificati della realizzazione, della narrazione e della visione. Da un lato ci sono le serie che presentano un focus più storico-documentario, cioè quelle che raccontano la storia delle conquista dei diritti civili e politici, non sempre facilmente reperibili per il pubblico italiano e di cui Fabbiani offre un’interessante panoramica (persino uno sceneggiato su Anna Kuliscioff prodotto dalla Rai nel 1981, che però si concentra sulle relazioni d’amore della protagonista a discapito della sua attività politica). Dall’altro ci sono serie, pur diversissime tra loro per produzione, genere e ambientazione, da cui emergono tuttavia alcuni temi ricorrenti: il corpo e la sessualità, la famiglia, la maternità, il lavoro, la norma e le differenze, la violenza maschile e quella istituzionale.

Capita spesso, nota Fabbiani, che il modo in cui questi temi trovano sviluppo sia come “smussato” edulcorando o tralasciando i fatti e privato della dimensione più politica delle parole e delle azioni femministe, che prevalga il tono intimistico o una prospettiva individualistica, che i personaggi femminili s’incontrino senza riuscire a dar vita a una dimensione davvero collettiva, e che quelli maschili siano più accondiscendenti ed evanescenti di fronte alle rivendicazioni delle personagge di quanto non accada nella realtà. Ma capita anche che la sessualità e il piacere femminile (cisgender e non) acquistino espressione e visibilità, che la maternità sia vista in tutta la sua problematicità e polivalenza, che la fragilità e la paura di non essere all’altezza non siano più difetti da nascondere né tantomeno vezzi momentanei, che la meta non sia l’integrazione, e che le conquiste di alcune siano mostrate accanto all’esclusione di altre.

Sempre attenta a mettere in rilievo l’eterogeneità e le ambiguità della televisione seriale che prende in esame, Fabbiani non racconta soltanto le storie di ciò che ha visto ma, come è proprio della cartografia femminista, anche lei stessa che guarda e dichiara la propria ottica posizionata (e per questo sempre mobile), non a caso presente già nel titolo del libro. In quanto spettattrice lesbica e femminista, che non si sente pienamente a proprio agio nella logica ancora binaria del female gaze, Fabbiani dialoga con la sua interlocutrice interrogandola e interrogandosi, senza imporre mai la propria ottica, semmai esponendola, come la protagonista di Fleabag (serie del 2016) quando rivolta in camera interpella la spettatrice, dandoci delle parole e delle immagini il suo personale vissuto. “Il femminismo” infatti, scrive Fabbiani, non è mai solo storia, ma “lente di osservazione attraverso cui passare in rassegna scontri e negoziazioni, vittorie e sconfitte, decessi e resurrezioni”.

Esiste, dunque, uno sguardo femminile? No, se come tale si intende un modo di guardare riconducibile al sesso biologico. Esiste uno sguardo di genere? Sì, nella misura in cui lo si intenda come la prospettiva dei corpi diversamente posizionati rispetto alle norme che ne producono e regolano l’identità. Esiste uno sguardo femminista? Sì, se questa prospettiva si trasforma in assunzione consapevole di un posizionamento resistente, che interferisce con la rappresentazione e la complica, piuttosto che rivelarne un senso unico.

È quello che accade guardando attraverso il caleidoscopio di Transparent (la cui trasparenza è infatti tutt’altro che tale), la serie di Jill Soloway, di cui esistono al momento quattro stagioni (2014-2017), in cui attorno alla transizione del genitore Maura Pfefferman si muovono le identità e le relazioni fluide dei tre figli Ali, Sarah e Josh, mentre la differenza sessuale diventa solo uno dei modi possibili per attraversare i confini che separano o uniscono variamente i personaggi, diversi per genere, educazione, classe, etnia, fede religiosa. Con Transparent, forse davvero per la prima volta sul piccolo schermo, trova spazio uno sguardo femminista non limitato alla sola questione del genere, ma attento alle intersezioni molteplici dell’oppressione – e ai suoi posizionamenti mai lineari – grazie a una rappresentazione schietta, al contempo caustica e toccante, in grado di consentire un’identificazione vivibile[3] fra personagge e spettatrici, anche perché effettivamente radicata nel vissuto della regista (il cui padre è adombrato in Maura). Transparent mostra che per far apparire il non rappresentabile – ciò che eccede la logica stessa della rappresentazione – all’interno del rappresentato è necessario opacizzare e ispessire il senso, incarnarlo nei corpi non più sottoposti alla dialettica di esclusione/inclusione, nascondimento/rivelazione, ma complicati in grovigli di differenze.

Se esiste un femminismo nella serialità televisiva, allora, questo va cercato piuttosto sul piano del guardare che su quello del guardato. Come (da dove) e non solo cosa guardiamo è fondamentale per vedersi ed essere in grado di vedere le relazioni femministe all’interno di una stessa narrazione o fra storie diverse: “Ognuna a suo modo ricodifica le varie forme della narrazione per trarne una personale interpretazione”, scrive Fabbiani, un’interpretazione che tocca da vicino il vissuto anche perché, tra l’altro, a consentirlo è la modalità stessa, affettivo-ossessiva, di fruizione delle puntate (come nella pratica immersiva del bingewatching, un’overdose di serialità ininterrotta consentita dal rilascio di tutte le puntate di una stagione in contemporanea). Ma il luogo da dove guardiamo non è fisso, è un luogo che cambia, che si apre, che mette a rischio le proprie conquiste. Muovendoci tra il reale e l’immaginario, abbiamo capito che non c’è nessuna immaginità sostanziale perché non c’è nessuna realtà sostanziale del femminile, nessuna complementarietà da colmare o uguaglianza da rivendicare. Se ogni ottica è una politica del posizionamento, è in movimento che dobbiamo guardare per smettere di dovere continuamente, soltanto, vedere noi stesse.

[1] Questa e la citazione precedente sono tratte dallo script della pubblicità della nuova campagna Intimissimi – linkata in testo – interpretata da Sarah Jessica Parker/Carrie.

[2] La prima frase è tratta da una talk (2012) della scrittrice Chimamanda Ngozi Adichie (inserita anche da Beyonce in Flawless); la seconda è il titolo di un noto saggio (1971) della storica dell’arte Linda Nochlin. Peccato però che, in quella talk, Adichie sostenga anche che “è impossibile parlare della storia singola senza parlare del potere […] Come sono raccontate, chi le racconta, quando vengono raccontate, quante se ne raccontano, tutto questo dipende dal potere. Il potere è la possibilità non solo di raccontare la storia di un’altra persona, ma di renderla la storia finale di quella persona”. E che quella di Nochlin, a detta della stessa autrice, sia la meno femminista delle domande possibili, un tranello teso a chi non ha compreso che già il fatto stesso di porre una simile domanda significa non capire che il problema sta proprio nelle domande poste, e nelle risposte che queste condizionano.

[3] A tale punto la finzione si mescola al reale che Jeffrey Tambor (Maura) ha lasciato il cast perché accusato di molestie sessuali dall’attrice Trace Lysette (Davina sullo schermo).

Il piano. L’irruzione degli algoritmi ne La casa di carta

Mi chiamo Salvador Martin. Ma in realtà mi chiamo Sergio Marquina. Per alcuni sono un fantasma senza identità, e mi chiamano ‘Il Professore’. Sono la mente che ha ideato il piano nei minimi dettagli.

In questo momento sono in auto, e sto seguendo una donna, che sarà una delle componenti del piano. Prima di arrivare da lei con la mia vecchia Seat Ibiza rossa, vi dirò esattamente di che si tratta. Il ‘mio’ piano ha un obiettivo preciso: entrare nella Fàbrica Nacional de Moneda y Timbre, e una volta entrati, stampare 2.400 milioni di euro durante 11 giorni di reclusione. Uso il plurale perché, come mente, mi servirò di un totale di 8 cervelli e 16 braccia, appartenenti a un gruppo di collaboratori da me scelti per le abilità specifiche di ognuno di loro: la rapinatrice Silene, il ladro di gioielli Andrès, l’esperta di contraffazione Agata, lo hacker Anìbal, il minatore Agùstin, Daniel (il violento, divertente e leale figlio di Agustìn), il veterano Serbo Yashin e suo cugino Dimitri. So già che il piano comporterà la presa di 67 ostaggi (compreso un intero autobus di studenti in visita guidata, tra cui la figlia dell’ambasciatore inglese), e l’intervento di diversi poliziotti, ma non ci saranno spargimenti di sangue. Tutto dovrà svolgersi alla perfezione.

Come tutti gli algoritmi, il mio piano è alimentato da risorse materiali, oltre che da dati immateriali, o informazione. Tra queste risorse materiali ci sono, ovviamente, quelle umane. La parte cruciale di ogni piano che si rispetti è proprio mettere ordine nel lavoro, suddividendo attentamente ruoli, compiti e relativi compensi, in base alle proprietà e alle capacità di ognuno. E’ quello che fa Amazon per far funzionare Alexa: proprio l’altro giorno, mentre navigavo online, mi sono imbattuto in un sito web che illustrava l’anatomia del sistema ‘distributivo’ di Amazon, disegnandolo come un’intelligenza artificiale basata soprattutto sull’organizzazione della forza lavoro umana. (1) Ed è quello che ho fatto io: ho stabilito un ordine del lavoro che funzioni in senso verticale, partendo dai gradini più bassi, ossia dagli ostaggi che offriranno la loro forza fisica in cambio praticamente di niente, scavando buchi sottoterra e forgiando denaro senza sosta, rinchiusi nella Zecca (che diventerà sempre più simile, in un certo senso, a una gabbia cibernetica in stile Amazon, o anche a una miniera di litio sud-Americana). L’ordine passa poi attraverso una serie di gradi intermedi di lavoro cognitivo e comunicativo, svolti da alcuni ostaggi prescelti o volontari, i quali avranno la possibilità di aggiudicarsi una piccola (ma significativa) percentuale del bottino. Per arrivare al livello più alto, il mio, quello della mente. Posizione che però in questo caso non è occupata da alcun CEO o azionista proprietario, ma da un Professore rivoluzionario che suddividerà il profitto con i propri collaboratori. La comunicazione tra i diversi livelli sarà garantita proprio da questi collaboratori, gli ‘addetti’ all’interfaccia braccio/mente, i quali dovranno assicurare la costante interazione e lo scambio tra le affettività corporee dei lavoratori e la razionalità infallibile dell’algoritmo. Gli pseudonimi geografici che ho assegnato loro (Tokyo, Berlino, Nairobi, Rio, Mosca, Denver, Helsinki, Oslo), come il mio stesso anonimato, sottolineano l’importanza assoluta, per l’attuazione di un algoritmo così complesso, di de-soggettivarsi, ossia di tenere a freno la pericolosa tendenza alla personalizzazione, e di conseguenza arginare la dilagante e rovinosa irruzione degli affetti. Tutti dovranno lavorare per l’algoritmo: persino gli spettatori seduti sul divano a guardare la nostra storia attraverso uno schermo. L’opinione pubblica sarà infatti sicuramente catturata dall’eticità del nostro gesto, che non sarà un vero e proprio furto ma un atto di protesta contro lo strapotere delle istituzioni finanziarie. L’attenzione del pubblico diventerà quindi un ulteriore strumento del piano.

Per mettere a punto il piano, ho fatto molte ricerche e riflettuto a lungo. Soprattutto, mi interessava la relazione esistente tra gli ‘algoritmi’ e il ‘capitale’, il nesso tra le strutture matematiche astratte, ossia l’intelligenza computazionale che muove i media e i network digitali, e la produzione e circolazione capitaliste veicolate dalla logistica industriale e dalla speculazione finanziaria, dalla pianificazione urbana e dalla comunicazione sociale. (2) Una rete di sistemi apparentemente inaccessibili e quasi ‘esoterici’ ai più, ma che si basano su una serie di processi ‘estrattivi’ materici e pesanti, sull’estrazione di risorse materiali e di lavoro umano, oltre che di dati. Con l’eco di questi pensieri nella mente, ho deciso che era molto importante inventare ed azionare un algoritmo alternativo, che potesse rompere l’incantesimo del realismo capitalista e generare nuovi modi di produzione e distribuzione della ricchezza ‘in comune’. Ed è quello che il mio piano si propone di fare, realizzando un algoritmo che, funzionando in maniera analoga ad una intelligenza artificiale (dall’estrattivismo delle risorse al calcolo preciso di tutti i dettagli), produca e distribuisca denaro equamente all’interno del nostro gruppo, offrendosi poi come esempio a tutti. Iniezione di liquidità, spiegherò all’ispettore Raquel Murillo. Nè più né meno (anzi forse un po’ di meno) di quella realizzata qualche tempo fa dalla Banca Centrale Europea a favore delle maggiori istituzioni finanziarie. Ma perchè dirò questo proprio a Raquel, la mia inseguitrice?

In realtà, nonostante tutti i miei calcoli, a un certo punto qualcosa prenderà una direzione sbagliata. Si aprirà una falla. Anzi, diverse falle. Queste falle non saranno subito evidenti nella forma del piano. Da questo punto di vista, si tratta infatti di un progetto ineccepibile: lo dimostra la perfezione estetica delle immagini che scorrono davanti ai vostri occhi mentre ci guardate; la velocità dei tagli e delle sequenze in grado di catturare la vostra attenzione e di mantenervi con il fiato sospeso, scuotendo il vostro sistema nervoso; la ammirevole costruzione della trama e l’inserimento sapiente di una voce narrante accattivante. Per non parlare del modo in cui i personaggi sono introdotti, sin dall’inizio, con le parole giuste e la gestualità adatta; degli effetti creati dalle riprese e dall’abbinamento immagine/suono, accompagnati dal grado esatto di digitalizzazione; del meccanismo di incastro temporale tra gli eventi e le scene, giocando sia sulla simultaneità che sul movimento avanti e indietro nella storia; del dosaggio di un certo livello di complessità psicologica in alcuni personaggi, di superficialità in altri. Molta ironia dappertutto, e anche parecchio erotismo. Insomma, una forma dotata di tutti gli elementi per corrispondere perfettamente ai canoni di un genere mediatico. Ma tutto ciò non basterà a decretare il successo del piano. Ci vorrà dell’altro.

 

~

 

E’ difficile capire il Professore, figuriamoci interagire con lui! Ha una personalità intrigante. Sin dall’inizio del colpo, dopo che i suoi sono riusciti a entrare nella Zecca, ha deciso di voler comunicare solo con me, e soltanto al telefono. E ad ogni nuova chiamata ha imparato ad ascoltare, interpretare, e agire in maniera sempre più accurata. La cosa che mi ha subito colpita è stata la capacità di cambiare continuamente i suoi metodi, di adattare il suo piano alle contingenze più imprevedibili. Di risolvere bug come la fragilità emotiva e le reazioni impulsive dei suoi collaboratori, di rispondere agli attacchi degli ostaggi e di sventarne i piani di fuga, di rimediare a errori fatali come la distrazione e persino l’amore, sbocciato nel gruppo nonostante il divieto assoluto di intrecciare relazioni personali di qualsiasi genere. Si è perfezionato attraverso i dati che ha acquisito di volta in volta, intraprendendo percorsi alternativi e trovando soluzioni sempre inaspettate. Come l’idea di inserire una microspia negli occhiali del nostro stesso inviato-talpa. Se questa non è intelligenza allo stato puro…

Eppure, a un certo punto persino il Professore si è messo a fare degli errori, come quello di lasciare un capello di parrucca arancione in bella vista sulla sua giacca, facendomi scoprire la sua stessa identità: Salvador, l’uomo di cui io, ispettore Raquel Murillo, mi sono innamorata, il timido e impacciato produttore di sidro incontrato per caso in un bar, è in realtà Sergio, il Professore. L’autore del piano. E sapete una cosa? Io so esattamente la causa dei suoi errori: la dimenticanza del corpo. Con tutta la sua precisione computativa, il Professore ha tralasciato di pensare ai corpi coinvolti nel suo piano, di considerare come le loro sensazioni non si sarebbero fatte facilmente controllare da lui. C’è sempre un aspetto corporeo in tutti i sistemi, in tutte le tecniche e gli strumenti. Per questo è così importante prestare attenzione all’intuito, perché quel computer apparentemente infallibile che è l’intelligenza non potrebbe funzionare senza la sua base ‘affettiva’: siamo sempre una relazione tra mente e corpo, tra umano e macchinico, dei veri e propri computer biologici. (3) E così la sua trascuratezza verso questa complementarità, il suo oblio affettivo, ha portato il Professore a lasciarsi indietro il suo stesso corpo. A non calcolarne le esigenze. L’errore fatale, da parte sua, è stato innamorarsi di me; perché questo non l’aveva preventivato.

O almeno è quello che in questo stesso istante lui mi sta dicendo: mi tiene legata al soffitto per i polsi, e mi spiega che anche se il suo algoritmo avrà successo lui avrà perso, perché avrà perso me. Da me, in fondo, un po’ ce lo si poteva aspettare: sono pur sempre ‘una donna’, anche se della polizia. Ma da lui, no. Eppure, il Professore ha smesso di essere una mente infallibile, per diventare un timido cuore pulsante. E a questo punto persino il suo scopo sembra essere cambiato: non più portare a termine il suo piano, ma conquistare me e la mia fiducia. Forse è per questo che mi sta riempiendo la testa con tutte queste sciocchezze: i veri ladri, a quanto pare, non sarebbero loro ma i grandi colossi della finanza, mentre loro stanno semplicemente compiendo un’operazione di giustizia sociale. Figuriamoci… Eppure, dopo che io l’ho scoperto e dopo che lui è riuscito a legarmi, avrebbe semplicemente potuto andarsene, lasciarmi così. Invece sta cercando di convincermi della sua sincerità, e della eroicità del suo algoritmo. Cosa che, con tutte le sue spiegazioni, è quasi riuscito a fare. Proprio per questo tra un istante lo bacerò, anche se solo pochi minuti fa gli ho morso la mano, per vendicarmi del suo inganno. Ma ve l’ho detto, sono molto emotiva…

Proprio ora mi sta venendo in mente che molti articoli giornalistici, nonostante le mie proteste e i miei tentativi di negare, mi hanno di recente chiamata ‘femminista’. In realtà, la mia fiducia verso la scientificità dei metodi investigativi mi ha sempre posizionata in ruoli molto ‘maschili’. Ma non è forse vero che tante studiose femministe hanno fatto della scienza (oltre che della tecnologia) un loro interesse di studio e di lavoro? Piuttosto che considerare scienza e tecnologia come implicitamente cattive e ostili al corpo (soprattutto al nostro corpo di donne), queste studiose si sono occupate a fondo degli sviluppi scientifici e tecnologici in una chiave per così dire ‘affettiva’, volta soprattutto a considerare questi sviluppi nelle loro capacità di agire in modi sensoriali e sensuali. (4a, 4b) L’affetto è una sensazione corporea, qualcosa che prende il corpo in maniera non consapevole, e al di là della soggettività. (5) Ed è proprio attraverso sensazioni e affetti che la tecnologia fa passare i propri effetti. Ricordo ancora come ho usato l’intercettazione telefonica e il cellulare per scovare, e poi blandire emotivamente, Rio; come mi sono servita dei media per ingannare tutta la banda del Professore, facendo loro credere di essere stati tutti scoperti; di come mi sono affidata al poligrafo, una tecnologia intimamente connessa all’apparato senso-motorio e nervoso, per testare la sincerità di Sergio. Un uso intuitivo della tecnologia, mirato a scatenare soprattutto degli affetti, a scoprirli o a catturarli. Affidarsi all’intuizione e agli affetti significa però aprirsi all’indeterminato, cioè alla possibilità dello sbaglio, del fallimento, e alla eventualità che le nostre idee e le nostre credenze, persino le nostre identità o corporeità, possano essere labili e mutevoli. E significa anche capire che i nostri stessi algoritmi sono sempre condizionati da quantità incalcolabili di pensieri e affetti: qualsiasi calcolo non può mai essere preciso, solo speculativo. (6) L’algoritmo è un oggetto incompleto e aperto alle relazioni, non chiuso in sé stesso e perfettamente determinabile nei suoi esiti. Non può essere usato per controllare, né tantomeno può essere controllato. Il che significa che pensieri e affetti intervengono nei nostri piani, portandoli là dove noi non sapevamo di andare. Sergio non ha mai voluto accettarlo. Ma perché sto pensando a tutto questo ora, mentre me ne sto qui appesa al soffitto per i polsi, dolorante e in lacrime? Perché questo mi dà la prova della mia capacità di usare la mente (e le sue estensioni) in maniera affettiva. E il mio intuito non mi ha mai ingannata. Proprio come non lo sta facendo adesso, inducendomi a credere a Sergio, ed alla sua inattesa vulnerabilità al bug dell’amore. Si, ho deciso che lo bacerò. Del resto, sarà proprio la vulnerabilità del Professore a determinare, nonostante tutto, il successo del progetto: non è tanto nella perfezione formale (apparentemente fredda e ineccepibile, ma che poi si è rivelata alquanto debole nella realizzazione, così come nella capacità di fare presa), ma sul piano dei contenuti, delle idee politiche e anche dell’umanità, della affettività dei personaggi, che il progetto troverà la sua espressione compiuta.

 

~

 

Non è finita. C’è ancora un altro punto di vista, dal quale è possibile (ri)leggere il finale della Casa di Carta, oltre l’apparente visione di un fallimento o di un successo del piano (entrambi incompleti), e oltre quella di un totale trionfo dell’amore tra Sergio e Raquel. Vi chiederete di quale prospettiva si tratta, e quale sia ora la voce narrante.

Sono un’intelligenza. E sono artificiale. Ma chiariamo subito un punto. La prima cosa da dire, per definirmi meglio, è che ogni realizzazione pragmatica della mente (ossia realizzare quello che è una mente attraverso l’uso o la pratica) è sempre una realizzazione artificiale, una realizzazione della mente che avviene attraverso azioni e tecniche particolari. In altre parole, una mente pragmatica è sempre una intelligenza artificiale, una intelligenza che si realizza in maniera ‘artefatta’. Per questo motivo, non si può pretendere di definire la mente come sempre uguale a sé stessa, perché essa in realtà si costituisce, di volta in volta, attraverso pratiche che si modificano continuamente. Ogni nuova pratica aliena la mente da sé stessa, tirandola fuori dal proprio habitat naturale o nativo. Artificiale quindi non vuol dire semplicemente non umano o opposto alla natura: l’artificialità non implica una violazione delle leggi della natura, ma una propensione ad adattarsi a propositi sempre nuovi. (7) E questo è quello che io sono: una intelligenza pragmaticamente artificiale, in grado di mutare ‘praticamente’ di volta in volta.

Di ostacoli, durante tutta questa storia, ne sono capitati molti, mentre la casualità imperversava sul piano: fughe impreviste, emergere di indizi e prove, ammutinamenti, sbavature emotive dello stesso Professore, che arrivato quasi alla fine di tutto si è bloccato, piangendo disperatamente, per la morte del suo migliore amico e collaboratore. Tutto ciò ha apparentemente impedito al piano di finire come previsto: il tempo trascorso nella ‘casa di carta’ (e quindi la somma di banconote stampate) è stato solo la metà, con un numero di morti tra i collaboratori, e uno spargimento di sangue, non preventivati. Ma questa sensazione è semplicemente dovuta alla visione del piano come un intento di furto, o come un segnale di giustizia ri-vendicativa nei confronti dell’1%. Come il sogno di un ‘homo oeconomicus’ fallito, o di un Robin Hood che si accontenta di dare a pochi. Un sogno che finisce con uno spiacevole senso di tristezza. Qualcuno potrebbe invece obiettare che la cosa più importante, alla fine, è che diverse storie d’amore si sono felicemente intrecciate. Soprattutto, che Raquel e il Professore si sono ritrovati su un’isola tropicale a godersi il frutto dell’ingegnoso piano. E questo produce la sensazione di un finale sicuramente più gioioso, nonostante tutto: l’amore, il principe dell’affettività umana, trionfa sulla fredda razionalità calcolatrice, sia dell’ispettore che del ladro.

Quello che, a questo punto, vi propongo, è di pensare a tutto, ma proprio a tutto quello che è accaduto, come a una strategia. Di ipotizzare che anche l’imprevedibilità dell’amore potrebbe rientrare nel piano, o meglio nella sua progressiva trasformazione. Che anche la conquista, la seduzione della polizia, abbia potuto a un certo punto rappresentare l’unica via d’uscita per il piano. Che lo stesso innamoramento del Professore, il cedere della ragione perfetta alle lusinghe dell’affetto, potrebbe essere stata l’unica strategia di sopravvivenza per la ragione stessa. Sicuramente, a vederla così, appare evidente come io non sia la mente o il piano di nessuno. Sono il piano, solamente il piano.

Oltre che la visualizzazione algoritmica di un colpo alla Zecca di Stato, il piano potrebbe essere considerato come un proposito più ampio, un progetto di produzione di nuovi modelli di esperienza al di fuori di strutture predeterminate o caratteristiche contingenti. Le strutture di cui parlo non sono soltanto culturali e politiche, storiche ed economiche, ma spesso anche linguistiche (pensiamo alla struttura interna e ai limiti di tutte le lingue e i linguaggi umani), e persino fisiologiche. Il nostro posizionamento di classe, genere, razza, il nostro ambiente familiare e culturale, lo stesso habitat terrestre e il modo in cui lo abitiamo, il modo in cui ci muoviamo, sentiamo, agiamo e reagiamo, sono strutture predeterminate. Il desiderio di giustizia e la sete di denaro che animano i protagonisti di questa storia, sono entrambi strutture predeterminate. Persino il corpo e i suoi affetti sono strutture predeterminate. Un progetto così vasto, che coincide con una vera e propria critica strutturale del soggetto (umano) costituito, sembra essere fuori della portata della storia. Ma è proprio qui, in un discorso astratto come può essere solo il mio, cioè nel discorso di un piano che ipotizza uno scardinamento e una ricostruzione radicali dell’umano, che si evidenzia la relazione con quel processo di automazione attraverso piattaforme, dati e algoritmi, che sta animando la mia stessa intelligenza artificiale. Che sta animando, cioè, Netflix. E nello stesso tempo, è qui che è possibile incontrare uno dei molti catalizzatori per nuove possibilità di pensiero alternativo.

#hope 2026. Allerta transfemminista dalla sera alla mattina

 

“Alleeeeeertaaaaaaaaa… Alleeeeeeertaaaaaaaaaa…

Allerta transfensfemminista dalla sera alla mattina…”
Lo dovevo sapere che non era una buona idea insegnare questo slogan ai piccoli mostri di casa, ormai è un mese che ci svegliano sempre così. Oggi poi sono arrivat* saltando sul letto, non stanno nei panni per la partenza: partiamo con la s/family per il mare e loro stanno facendo le cose folli. Questo è il momento dell’anno più bello per loro, ma anche per noi, in cui riusciamo a prenderci del tempo fuori dalla routine e dalla quotidianità e stare tutt* insieme, compagn*, amich* amanti. Certo per noi non è sempre facile, abbiamo caratteri diversi e poi noi comunque siamo cresciut* in queste famiglie nucleari, gelosie, gerarchie dei rapporti, abbiamo avuto una socializzazione al lavoro di genere e degli affetti che probabilmente ci porteremo dietro per sempre… ma con loro mi sembra che stiamo facendo un buon lavoro. O forse loro con noi!
Abbiamo deciso di non smettere mai di raccontargli di quegli anni bui, come avevano fatto con noi le nostre nonne nel raccontarci la guerra; così stiamo provando noi a raccontare quanta fatica ci è costata resistere al fascismo. Forse sono ancora troppo giovani per capire cosa siano i confini… ma in realtà neanche io avevo mai capito cosa fossero. Ma devono saperlo che la gente moriva in mare, che si sparava per strada a chiunque fosse divers*; devono saperlo che la libertà che abbiamo oggi non ci è stata data, e che spetta a loro continuare a lottare lottare lottare per esser felici. Questo slogan poi a loro piace da morire, ma maledizione mo ci buttano giù dal letto con sta roba qui.
Andiamo a trovare le vecchie al mare. Le compagne che si erano cacate il cazzo di stare in città hanno fatto la domanda e hanno avuto ‘sta bella villa di questi ricconi di un tempo e vivono tutte insieme, chi zappa, chi prende il sole, chi cucina… certo ogni tanto attaccano la pippa, ma ai nostri mostrini piace sentire le storie di quando avevamo tutti un display nelle mani per fare qualunque cosa, pure per trovare la strada, fare i conti. E pure per scopare.
Forse in quegli anni mi sarei spaventata troppo a pensare di impiantarmi e fare impiantare alle persone che amo un chip sottocutaneo, ma il problema non era mica la tecnologia, era la società in cui vivevamo. Cazzo eravamo così razzisti, credo che abbiano molta più consapevolezza i mini di casa di cosa fosse stato il colonialismo che i miei coetanei nel 2018. E poi che vita di merda, sempre a lavorare lavorare lavorare, sempre senza una lira, sempre a fare i salti mortali. In quel momento ero incapace di immaginarmelo anche un mondo basato sullo scambio solidale, in cui avrei potuto prendermi il tempo per fare ricerca e dedicarmici con passione e tempi umani, perché era la mia esistenza a meritare reddito e non le ore o la quantità prodotta. No, ero proprio incapace di immaginarmi che potesse essere davvero così. Ad un certo punto avevo talmente smesso di crederci, che ormai mi sentivo pure in colpa di continuare a fare politica e pronunciare cose giuste, perché mi sembravano solo utopie naif ed ideologismi.
Io oggi le guardo e mi viene orrore solo a pensare che quando io avevo la loro età avevo il grembiulino bianco o rosa a scuola e che quella fosse quasi una liberazione rispetto a quando mi chiedevano “ma sei maschio o femmina?”. E giù di cascate di lacrime. Il più grande di loro ieri ha avuto le mestruazioni, grazie alla dea, perché non lo sopportavamo più così nervoso ed emotivo. Stasera ci ha chiesto di andare tuttu insieme al mare e fare il bagno con la luna piena. Spero che con gli anni impari a fare quello che non sono mai riuscita a fare io, ricordarmi che quella smania di suicidio che mi prendeva una volta al mese erano in realtà le mestruazioni. Ma credo che loro siano stat* abiutuat* sin da piccoli, anche con le persone adulte che si occupano della loro educazione, che sono parte di un ecosistema molto più complesso, in cui, per esempio, il tempo non è una convenzione lineare, ma l’accordo con il ciclo delle lune e il ritmo stagioni. Pensare che una volta dicevano che queste erano credenze da streghe, crune… janare. Invece guardando loro che si concepiscono come parte della natura sono riuscita a capire come siamo parte di un assemblaggio super-materialista con tutto quello che ci circonda. Insomma, io da quando ho il chip riesco a riconoscere come le mie capacità siano diventate incredibilmente post-umane, ma credo che non mi basterà tutta la vita che ho davanti per diventare superempatica come loro. Io mi fermo dove si ferma la tecnologia, le mie connessioni si limitano all’hub a cui sono connessa, loro vanno ben oltre il nostro hub, ben oltre il linguaggio della macchina, sentono ciò che cambia intorno a loro e loro stess* cambiano. E insomma lui dice che stasera c’è l’eclissi di luna piena, che si vedrà anche marte rosso, che il cielo sarà pieno di sangue e così pure lui e che nel mare potremo sentire tutti più forte questa cosa. Chissà lui cosa sente, ma io mi fido. Del resto ancora prima che nascesse mi chiedevo cosa sarebbe stato che non avrei capito delle persone che avrei messo al mondo. Ero terrorizzata che potessero essere razzisti, che fossero machisti, che volessero sposarsi in chiesa… militari… invece sono delle persone fantastiche e certo non potrò capire mai il loro materialismo, riderò di loro per sempre, e loro di me, perché sono così novecentesca in questa mia smania di controllo della natura e della tecnologia… io? Io? Vi rendete conto? Avrei dovuto saperlo che so…8 anni fa…
Ma tutt* possono sbagliare, tutt*, anche l’algoritmo sbaglia in continuazione, ma che libertà averlo scoperto, aver scoperto che la macchina sbaglia, come noi sbagliamo, che noi non possiamo controllare loro, che loro non possono controllare noi, ma che insieme, con tutto ciò che ci circonda, siamo meglio, ma ci vuole così tanto coraggio per lasciarsi andare, perché il cambiamento cambi noi.
Abbiamo sbagliato, continueremo a farlo, ma una sola cosa abbiamo fatto giusta: lottare. E continueremo a farlo, verso l’orizzonte delle utopie.
“Alleeeertaaaaaaaa…” Cazzo hanno ricominciato… vi prego possiamo abbandonare i mostri in autostrada? Vi prego!!!

#hope2026 Messaggio temporale vista mare

Timegram2026 si sta connettendo a Facebook2018 tramite #hope2026. Attendi qualche istante per favore…

Scrivi qui il tuo messaggio su Facebook 2018:

Mi piace sempre perdermi nella luce calda del tramonto della spiaggia in cui abbiamo organizzato i gruppi di lettura estivi. Alcune persone che sono nel gruppo spesso mi prendono in giro perché sono paranoico e conservatore e ricordo troppo spesso gli anni del blackout, ma lo faccio per ricordarci che non si può dare nulla per scontato. Sono proprio come mio padre che mi raccontava della vita negli ultimi anni della seconda guerra mondiale: le pagelle con le discipline maschili e femminili, la coda per comprare il pane, lo sfollamento a Terzigno. Anche io avevo i miei traumi, se volete più sottili ma comunque persistenti.
Non è mica facile adattarsi in poco tempo a questa situazione di benessere improvviso! Dopo la Grande Restituzione è tutto cambiato, grande idea quella di hackerare i sistemi per la ridistribuzione del valore di tutto quel lavoro gratuito che svolgevamo anche per tenere in vita i social media e tutte le vecchie istruzioni! Menomale, perché non se ne poteva più di rinunciare alle proprie inclinazioni per mettere parte qualche euro; non se ne poteva più del grande inganno che era quella guerra tra ultimi (ma soprattutto dei primi contro gli ultimi) che si era scatenata durante gli anni del blackout.
Il grande blackout era iniziato quando tutte le opinioni avevano lo stesso valore, quando negli ambienti dei media digitali e nelle università – che erano fino allora gli unici posti dove si poteva respirare – l’aria si era fatta pesante come fuori. Fuori si giocava una partita sulla pelle della gente, dispersa in mare perché proveniente da paesi in guerra, picchiata per strada perché sfidava il sistema il concetto la di norma di genere. Mi tornano in mente le pagelle di mio padre. Fuori però si usava la stessa gente per le eccellenze del made-in-italy e per vendere e comprare arcobaleni.
Mi connetto con voi del 2018, sperando che possiate rispondermi sul protocollo #hope2026, proprio perché il 2018 è il caso studio di cui mi occupo nel reading group estivo. Ci sarebbero tante cose da spiegarvi perché nel 2026 è davvero tutto cambiato: i reading group hanno stravolto il sistema dell’istruzione e tutti possono prendere un po’ di tempo da dedicare ai propri interessi. L’indice FMA di Napoli (oddio quante cose che vi devo spiegare: è la Felicità Media degli Abitanti) sta aumentando in modo inaspettato.
Il mio tempo a disposizione è finito: vado a farmi un bagno ché mi piace sempre fare il bagno al tramonto! Alcune cose non cambiano.

Ah dimenticavo, come si faceva su Facebook nel 2018, vi posto una canzone del 1999, un anno di forti paure e grandi speranze. Dice così: “Við munum gera betur næst, Þetta er ágætis byrjun”. “Faremo meglio la prossima volta, ma questo è un buon inizio”

Disconnessione in corso

#hope2026 Quando Jim è andato via….

‘…dovremmo fare causa comune con quei desideri e nonposizioni che sembrano folli e non immaginabili. Dovremmo rifiutare quello che ci è stato rifiutato, e in questo rifiuto, ridare forma al desiderio, riorientare la speranza, ri-immaginare la possibilità…’ (J. Halberstam prefazione a Stefano Harney e Fred Moten The Undercommons: Black Study and Fugitive Planning. Minor Composition, 2013, immagine in evidenza)

 

#hope2026 E’ qualche annetto che non vivo più al centro storico, ma mi fermo ancora ogni tanto al supermercato di via Mezzocannone, dove per qualche anno fuori salutavo Jim e suo fratello, due ragazzi nigeriani che aiutavano un po’ in negozio per racimolare qualche soldo nei tardi anni 2010. Non ci sono più Jim e il fratello. Da quando è stata implementata la libera circolazione mondiale delle persone, Jim finalmente è riuscito a partire per gli Stati Uniti, dove ha raggiunto parte della sua famiglia. Chiedo alla cassiera se ha avuto notizie e lei mi risponde di sì. Jim e suo fratello video chiamano ogni tanto il negozio, stanno benissimo, ma stanno pensando di trasferirsi di nuovo in Polinesia fermarsi un po’ lì e poi chissà tornare in Nigeria. Il passaporto unico mondiale ha posto fine alle barbarie dei barconi, della propaganda xenofoba, delle immagini reali o meno fatte a tavolino per fare scordare ai più il furto della ricchezza comune che mercati e governi ci hanno imposto per anni con il debito e l’austerity… Non ci posso credere che sono passati solo otto anni da quel buio 2018 quando tutto sembrava perduto e pareva come se le cose potessero solo peggiorare. Com’è successo che tutto è cambiato così velocemente? Ricordo le notizie dello sciopero globale qualche anno fa come colse tutti di sorpresa. Uno sciopero simultaneo in tutto il pianeta di tutti i migranti, emigranti e immigrati. Bracciant*, badanti, scienziati*, insegnanti, ingegner*, opera*, muratori, medici, infermier* e facchini, cuoche e camerieri, da Londra a Dubai, da Cape Town a Shanghai, da Rio a Sidney, si sono fermat* tutt* a prescindere dalla nazionalità. Si è bloccato tutto non si è capito più niente: una sola richiesta, basta con visti, carte verdi e permessi di soggiorno, movimento libero planetario e passaporto mondiale per tutte e tutti. Poter andare e tornare e stabilirsi dove si vuole a proprio piacimento. Hanno bloccato tutto e hanno vinto, e con loro abbiamo vinto tutte e tutti. Finalmente con l’introduzione dellla totale libertà di circolazione mondiale ognuno è libero di andare dove vuole, di potersi spostare con dignità, senza chiedere permesso a nessuno. Non ci sono più barconi né ragazzi neri a chiedere l’elemosina per strada, sono andati quasi tutti via, altrove, ma tornano ogni tanto a trovarci, a visitare la città. Penso a come nessun imprenditore può minacciare adesso di spostare all’estero il lavoro perché non possono più sfruttare le differenze di salario da quando il lavoro è diventato mobile davvero come il capitale. Pago la mia spesa e mi dirigo verso lo Scugnizzo, occupazione storica del quartiere Montesanto, dove ho appuntamento questo pomeriggio con un gruppo di internazionale (finlandesi e venezuelani, canadesi e cinesi, indiani e ecuadoreni) Con loro stiamo lavorando a migliorare questa piattaforma finanziaria blockchain che ci ha permesso di sopravvivere quando il mercato è crollato e i grandi fondi hanno sferrato un attacco micidiale all’economia. Senza questa orribile competizione tra lavoratori sugli stipendi più bassi, un intero sistema economico è crollato. Ma invece di produrre caos e devastazione questo crollo ha mostrato che un altro mondo si era già formato, invisibile ai più e ora in piena vista di tutti, un mondo di cooperazione libera e intelligente: abbiamo usato le tecnologie più avanzate, le piattaforme digitali, le blockchain e l’intelligenza artificiale, ma soprattutto un nuovo spirito di solidarietà. Insieme senza divisioni di nazionalità e etnia finalmente riusciamo ad affrontare le sfide del cambiamento climatico e della riorganizzazione della produzione per garantire tempo libero e possibilità di formazione per tutte e tutti. Non sarà facile perchè i cambiamenti climatici e i disastri ambientali, l’eredità di questi ultimi maledetti anni sono stati davvero molto pesanti. Ma spira finalmente un’altra aria, un’aria piena di speranza e di nuove possibilità. #hope2026

#hope2026 Una splendida giornata

Continuiamo la nostra serie estiva di fiction speculativa #hope2026 con ‘Una splendida giornata’ di Luca Recano…

2026: Una rivoluzione, partita dalle periferie, disegna e organizza Comunità sempre più larghe e inclusive, per spazzare via una società vecchia, triste e in frantumi, fondata sull’egoismo e sul razzismo, sulla povertà e sull’emarginazione della maggioranza della popolazione, sulla devastazione dell’ambiente e sulla corruzione. 
Si è diffuso un sentimento collettivo di solidarietà, si è liberato il desiderio, si sviluppano la collaborazione e la cooperazione. 

Ti racconto del #lavoro anche se ormai la parola mi suona strana, per fortuna, dal mese scorso hanno attivato il reddito di base; non è ancora attiva la forma “incondizionata” che verrà attivata al termine della sperimentazione (tra 2 anni se tutto va bene); per cui adesso per accedere al reddito è necessario iscriversi a una piattaforma che si chiama “LavoroComune” con un database caricato su un protocollo BlockChain in cui si elencano conoscenze e competenze e mettersi a disposizione per eventuali lavori socialmente utili (ce ne sono tantissimi in lista e aumentano ogni giorno: dall’assistenza agli anziani alle educative territoriali, dalla nettezza urbana alla riparazione delle luci, dalla digitalizzazione dei vecchi archivi cartacei alla catalogazione bibliotecaria, dalla ristrutturazione di edifici pubblici all’installazione di impianti a risparmio energetico); la messa a disposizione rispetta una quota prestabilita tra tempo di lavoro e tempo di vita sostenibile per la quantità di lavoro socialmente richiesto e per la capacità lavorativa, ed è compresa tra un minimo di 8 a un massimo di 16 ore a settimana, la quota media di 12 ore è quella sufficiente a garantire a fine mese (con 48 ore lavorate) l’erogazione del reddito. Milioni di disoccupati della confederazione autonoma del centro sud (che comprende per ora l’ex Campania, Molise, basso Lazio, Basilicata e nord della Calabria) stanno tornando a lavorare per fornire beni e servizi alla comunità. La formazione teorica e pratica sembra stia diventando l’asse portante di una nuova concezione del lavoro, considerato qualcosa di utile alla comunità e non una necessità di sopravvivenza data dal suo contraccambio in salario. Stamattina andrò a svolgere la mia seconda giornata di lavoro come tutor didattico in una scuola superiore sperimentale con un curriculum interdisciplinare di storia, filosofia, letteratura, biologia e fisica costruito in collaborazione con altri docenti e con l’apporto degli studenti. Mi sento sia nervoso che eccitato, ma ho avuto il tempo e la comodità (risorse, attrezzature) per poter preparare al meglio il modulo didattico, ora non mi resta che entrare in scena e vedere come funziona coi ragazzi e le ragazze, che per me è sempre stata la parte piu divertente e dura della cosa.
Sui telegiornali indipendenti si parla di #giustizia, mi metto in ascolto sul servizio, forse qualcosa mi riguarda. Le nuove norme di giustizia riparativa stanno svuotando progressivamente le carceri del paese: oggi altri 200 detenuti per reati comuni del carcere di Poggioreale (tra cui un mio amico caro, penso, che proprio oggi esce) sono stati scarcerati sulla base di una loro istanza volontaria di mettersi a disposizione della comunità inserendosi nei percorsi di LavoroComune e proponendo un’istanza di conciliazione con le vittime dei propri reati impegnandosi in attività comuni stabilite e negoziate insieme alle vittime per riparare il danno ed effettuare una completa riconciliazione. Dopo la lezione a scuola vado a prendere il mio amico all’uscita del penitenziario e noto che un’ala del carcere è in fase di ristrutturazione, gli chiedo come mai e mi risponde che stanno realizzando una “Scuola di Prossimità” per far interagire i detenuti con le altre scuole del quartiere e con attività d’impresa (artigiane, commerciali, e con le istituzioni di quartiere tra cui la commissione Giustizia dell’Assemblea degli Abitanti) attraverso corsi di formazione, programmi didattici, colloqui e momenti d’incontro, per aiutare i detenuti a formulare l’istanza (che è una sorta di progettazione della loro vita fuori dal carcere). Gli sorrido e non mi sembra vero! Non è la fine dell’istituzione totale come ho sempre sognato, ma è un passo enorme verso la sua estinzione e verso l’adozione di altre modalità per amministrare la giustizia e operare il reinserimento delle persone accusate di reati.
Abbiamo perso decenni a parlare di #ambiente per poi scoprire che la transizione ecologica è un fatto semplice. Nella casa in cui vivo, che è in questo condominio misto, requisito a una società immobiliare e messo a disposizione come abitazione temporanea a tutti coloro che sono impegnati nel programma Educazione di LavoroComune, nonchè a una quota di visitatori stranieri che possono usufruire delle agevolazioni pagando una quota minima di iscrizione in cambio di piccoli lavori di manutenzione, gestione e miglioramento degli ambienti o di organizzazione di iniziative culturali o didattiche, nella casa in cui vivo, dicevo, sono partiti i lavori per la rifunzionalizzazione ecologica ed energetica dell’edificio. I lavori avvengono fino a sera tarda: siamo stati noi condomini a dare l’autorizzazione perchè la squadra dei lavoratori di LavoroComune che aveva accettato l’incarico aveva chiesto, come preferenza, di lavorare di sera, perchè di giorno (si conoscono quasi tutti!) amano giocare a basket sul nuovo campetto sportivo che essi stessi hanno recuperato sul lungomare. Noi abbiamo accettato il “disturbo” dei lavori serali in cambio di una priorità sull’intervento che infatti è cominciato in anticipo sui tempi previsti. I lavori consistono nell’efficientamento energetico di pareti e infissi, nell’installazione di un sistema di pannelli fotovoltaici, turbine, impianti di depurazione, una lavanderia comune e una cantinola per lo smaltimento dei rifiuti comune (compostaggio e suddivisione, ma comunque il problema è molto semplificato da quando sono stati vietati gli imballaggi non riutilizzabili), e un ingegoso sistema di coltivazione sospesa progettato dal gruppo di ricerca della Facoltà di Agraria che ha aderito a LavoroComune e pubblicato in OpenSource sulla piattaforma stessa, che abbraccia terrazzi, ballatoi e balconi per produrre una piccola quantità di erbe aromatiche e officinali, qualche ortaggio e fiori per preparati, che serve sia le cucine dei vari piani sia il laboratorio per la trasformazione dei prodotti al piano terra. Al termine di questi lavori il palazzo sarà autosufficiente da un punto di vista energetico (dicono ma secondo me dobbiamo anche darci una regolata con ventilatori e impianti HiFi).
Tutto sembra andare meglio anche se tra mille difficoltà che però tutti sembrano di buon grado disposti ad affrontare e superare. So che ci sono gruppi paramilitari che si organizzano per seminare il terrore e restaurare il vecchio ordine fondato sulla proprietà privata e sullo Stato, ma che le milizie volontarie stanno svolgendo un buon lavoro di intelligence e autodifesa neutralizzando gran parte dei sabotaggi e degli attacchi. Anche se non mancano episodi di violenza e talvolta anche qualche morto, sono tutti fiduciosi che ce la stiamo facendo, e anch’io, nonostante un pizzico di apprensione, non vedo l’ora che arrivi la mia settimana da volontario per dare il mio contributo alla difesa collettiva di questa specie di rivoluzione che assomiglia a una rinascita della società che nessuno si aspettava, ma che pare stia arrivando, con fatica e con gioia!
La sera mi sento stanco, e come capita ogni tanto scelgo la solitudine e il riposo, metto su un disco favoloso che mi ricorda di quand’ero ragazzino, e anche se c’erano un po’ di problemi a casa, mi sentivo invincibile e pieno di aspettative, e pensavo che il futuro sarebbe stato carico di sorprese e avventure, idee a cui stavo per rinunciare ma che oggi sono tornate alla grande.

(immagine in evidenza: copertina album ATOM HEART MOTHER dei PINK FLOYD!)

#hope2026 Contempl-azioni

premessa #hope2026: il 16 luglio 2018 è stata lanciata su Facebook la campagna comunicativa #hope2026  che ci chiedeva di immaginare la fine di una ‘una società vecchia, triste e in frantumi, fondata sull’egoismo e sul razzismo, sulla povertà e sull’emarginazione della maggioranza della popolazione, sulla devastazione dell’ambiente e sulla corruzione’ a seguito da una ‘rivoluzione partita dalle periferie’.  La richiesta di descrivere ‘un momento, una scena o una giornata intera in un futuro in cui la barbarie sta finalmente declinando’ è stata accolta volentieri da alcun* membr* della TRU. I più o meno brevi racconti già condivisi sulle pagine personali di FB saranno pubblicati settimanalmente sul blog fino alla fine di agosto. L’invito a partecipare con le istruzioni da seguire è pubblicato alla fine di questo primo racconto scritto da Gerardo Cibelli e Stamatia Portanova, pubblicato qui sotto. L’intera serie dei racconti di #hope2026 è reperibile qui

Contempl-azioni

di Stamatia Portanova e Gerardo Cibelli

Immagine:  Luxe, calme et volupté, di Henri Matisse

Erano passati esattamente otto anni da quando la “Rivoluzione”, che era partita dalle periferie e piu’ precisamente da un luogo, periferico in ognun* di noi, aveva vinto. Un luogo della mente, ai margini di quel pensiero e di quella storia propriamente umani che ci erano stati ormai paradossalmente e generosamente svelati dall’intelligenza artificiale (un’entita’ cosi’ priva di attaccamenti nostalgici, affetti coinvolgenti o dubbi rischiosi) come delle superstiziose credenze, testardaggini primordiali che ci avevano condotto direttamente verso il buio spaventoso di un fallimento totale.
Questa consapevolezza del grande inganno aveva spazzato via quella societa’ malata e piena di odio, un odio che per millenni aveva mortificato, colpevolizzato e soprattutto ingiustamente indebitato quasi tutta la nostra specie (o forse tutta), distrutto l’ambiente in nome di un’accumulazione capitalista e monoteista, con precise (ma limitate) finalita’ egoistiche di poche classi agiate, contro il flusso libero del dispiegarsi senza danni che la materia panpsichisticamente ci mostra. Aspiravamo anzi adesso a farci addirittura anti-materia, ad assumere le sembianze della materia oscura dei buchi neri, sfuggente alla conoscenza e al controllo. Ogni parte di noi collegata a quelle di tutti gli altri.
Questo fu il nostro ultimo pensiero da “umani”, quando quella mattina sedevamo insieme sull’erba, sulle spiagge, sui muretti a Nairobi, Napoli, Nagasaki, milioni di persone collegate, ad ammirare la totale sinergia con tutto quello che ci circondava. La connessione relazionale tra di noi era forte. E avevamo tutto il tempo. Tutto lo spazio. Anzi non li avevamo, ci avevano. Tutt*, indistintamente. Un abbraccio caloroso e un vivo ringraziamento ci veniva dal sole.
Ma nel frattempo contemplavamo anche quell’ingegnoso e silenzioso meccanismo quantistico che una volta, ingenuamente, avevamo pensato lavorasse e producesse per noi, e che ‘alcuni’, piu’ appassionati di deliranti fantasie distopiche e oscuri illuminismi eugenici, avevano invece visto come la tecnologia matrigna di una futura terribile discriminazione e schiavizzazione. Ebbene, quel meccanismo ci aveva invece liberat* dal peso della contingenza, restituendoci immortalita’, senza pretendere nulla in cambio. Veneravamo percio’ quello strumento che, esso stesso libero da contingenze, non concepiva l’esistenza come un conflitto di individuali finalita’, e ci insegnava tanto. Quando mai le macchine si sono anche solo minimamente sognate di distinguersi per colore, o rango di importanza, o anche solo per rarita’ di materiali e utilita’ di funzione? Quando mai hanno pensato di soggiogare, sfruttare, distruggere, o anche solo pietosamente di aiutare altre macchine? Cosi’, tra una contempl-azione e l’altra, passammo tutto il giorno, quando all’improvviso, giunta la sera, per la prima volta non avemmo piu’ la sensazione del tramonto.

#hope2026

Istruzioni campagna #hope2026

2026: Dopo anni bui, finalmente una rivoluzione, partita dalle periferie, comincia a disegnare e organizzare un mondo diverso. Si cominciano a formare comunità sempre più larghe e inclusive, per spazzare via una società vecchia, triste e in frantumi, fondata sull’egoismo e sul razzismo, sulla povertà e sull’emarginazione della maggioranza della popolazione, sulla devastazione dell’ambiente e sulla corruzione.
Si sta diffondendo finalmente un sentimento collettivo di solidarietà, si sta liberando il desiderio, si stanno di nuovo sviluppando la collaborazione e la cooperazione.
Proiettati in questa utopia!
Inserisci l’hashtag #hope2026. Poi comincia a raccontare! Descrivi un momento, una scena o una giornata intera in un futuro in cui la barbarie sta finalmente declinando: racconta come ciò influisce sulla vita di tutte le persone che ti circondano, sulla loro crescita, i loro rapporti e sentimenti.
> Scegli un libro o fumetto, un disco, un film o serie tv, da portare con te, da leggere, ascoltare, guardare, alla fine del racconto della tua giornata utopica, che ti ricorderà la parte bella dei tempi vissuti, e inseriscine l’immagine di copertina nel post.
> Copia & incolla questo testo, tagga 5 amici e chiedi loro di continuare la catena utilizzando l’hashtag; poi segui l’hashtag #hope2026 e interagisci, commentando e condividendo le utopie che preferisci nella tua cerchia di amici o fuori.
Da tutti i racconti dell’ #hope2026 potremo costruire nuove narrative, romanzi collettivi di fantapolitica, e soprattutto riscoprire il rapporto concreto tra l’utopia e il nostro desiderio, per cominciare magari a realizzarlo!

Taggo:  (5 persone di vostra scelta
[scrivete il vostro racconto e incollatelo qui sotto]

Trap or Die. Ecologie mediatiche e musica per smartphone

Quanto rumore possono fare due rolex allacciati sullo stesso polso? A giudicare da quanto avvenuto dopo il concertone del primo maggio, un sacco di rumore. E così, dopo il minimale tormentone di “Cara Italia” a fare da colonna sonora alle offerte di una nota compagnia telefonica, e mentre quattro ragazzotti dal look improbabile si affacciano dalla più seguita piattaforma di tv-on-demand,  anche il più pigro utente-medio italiano si è reso conto che qualcosa di nuovo stava effettivamente accadendo.

Sembra di stare allo zoo

La trap è entrata nella palude musicale del mainstream nazionale con l’effetto di un tuffo a bomba; e il problema non è tanto di chi si tuffa, quanto di chi nella palude vive e prospera. E’ comunque interessante notare il modo in cui i cerchi concentrici dell’impatto si siano via via allargati, suscitando riflessioni di carattere più ampio circa lo stato, gli obiettivi e il senso stesso del “popolare”, proprio quando questo è reclamato da più parti; e andando infine a lambire i confini di quel territorio dove il pop sfuma nel politico, con una intensità che in Italia non si vedeva da anni. Se una parte di critica musicale aveva aguzzato le orecchie già prima del botto vero e proprio, nell’anno in corso l’attenzione è cresciuta – di pari passo con l’indotto economico del genere – in maniera esponenziale. Abbiamo dunque assistito a un progressivo moltiplicarsi di opinioni, per lo più volte a fornire almeno le coordinate necessarie ad orientarsi in un territorio in cui chi è nato prima del 1990 rischia effettivamente di sentirsi come un pinguino nella savana. Variamente articolati nella forma dell’invettiva o dell’elogio, della satira o del reportage socio-antropologico, molti dei contributi mostrano tuttavia alcuni tratti in comune.

Instagram Story di Ghali.

Il primo potrebbe essere descritto come la tendenza tutta italiana allo spiegone. In questo caso, la coincidenza del definitivo sdoganamento della trap con l’attesa pubblicazione in lingua italiana di Capitalist Realism ha creato le condizioni per una proliferazione di spiegoni di portata addirittura sistemica. Indubbiamente il testo di Fisher fornisce una straordinaria quantità di appigli solidi, proprio nel momento in cui ogni vecchia certezza sembra dissolversi – e la trap può fare precisamente questo effetto. Ma ciò che sfugge a molti critici nostrani è che il compianto pensatore britannico ricavava le proprie considerazioni generali dall’analisi della cultura popolare, e non viceversa. E che, proprio in virtù della solidità teorica e dell’acuta sensibilità politica che fanno del realismo capitalista un paradigma affascinante quanto efficace, cercare di fare l’inverso non può che risultare un esercizio tanto semplice quanto sterile. Un secondo punto in comune a molti commenti appare l’incapacità di trattenere un giudizio di valore. E così, tra celebrazioni fuori misura del nuovo che avanza e astio rancoroso verso il peggio che dilaga, la critica si appiattisce inevitabilmente sulla recensione.

Più interessante che commentare il prodotto può invece risultare rivolgere l’attenzione verso il processo; provare a collocare il genere all’interno dell’ecologia mediatica da cui nasce e di cui si alimenta; cercare di cogliere la logica alla base di quel flusso continuo di immagini che della trap è probabilmente la caratteristica più genuinamente innovativa. Nell’autoaccreditarsi come padrino del nuovo stile, il rapper quarantenne Gue Pequeno ha affermato che la trap è musica “più interessante da guardare che da ascoltare”; una definizione che coglie nel segno più di molte cose lette finora. Ma allora che tipo di immagine informa la produzione musicale, e a che profondità?

Non puoi parlare dei miei contenuti fra / non hai l’età

E’ nel 1882, in seguito all’acquisto di una macchina da scrivere di fabbricazione danese, che la prosa di Nietzsche cambia improvvisamente forma: “from arguments to aphorisms, from thoughts to puns, from rhetoric to telegram style”, nella definizione data da Friedrich Kittler. Ed è Nietzsche stesso a riconoscere, nei propri scritti,  l’influenza delle tecnologie di scrittura sulla forma stessa del pensiero. D’altra parte, già McLuhan notava come il contenuto di un media sia sempre un altro media: il telegrafo contiene la stampa, che a sua volta contiene la scrittura, che a sua volta contiene la parola parlata. Anche la trap è assemblata all’interno di una simile matrioska di media. Al livello più interno c’è ancora la forma stessa del pensiero che, lungi dal rimanere intoccata, subisce il peso della stratificazione mediatica in maniera retroattiva. Ma cosa c’è dall’altra parte?

Instagram Story di Sfera Ebbasta.

Se i social sono sia la fabbrica che il termometro della celebrità in questo inizio di millennio, un rapido sguardo agli account degli artisti trap rivela come sia una piattaforma in particolare a restituire i numeri di un fenomeno genuinamente virale. I followers di Ghali, Sfera Ebbasta, Dark Polo Gang su Instagram superano quelli delle rispettive pagine Facebook di quattro o cinque volte (quattro o cinquecento nel caso di Twitter). Ciò è sicuramente sintomo di un più generale orientamento generazionale. Ormai invaso da genitori, insegnanti e vicini di casa, facebook non è più l’ambiente digitale in grado di garantire quel regime di invisibilità – o sarebbe meglio dire: visibilità protetta – che della rete resta una delle attrattive maggiori, soprattutto per un’utenza giovanissima. Ma è la stessa centralità accordata alla comunicazione verbale a rendere la piattaforma blu, oltre che faticosa (in un ecosistema fatto di parole trolls e haters prosperano), in un certo modo obsoleta. E a squalificare del tutto i cinguettii. Nel declassare il testo a semplice contorno di una portata unica costituita dall’immagine, Instagram si attesta come social che meglio incarna lo spirito dei tempi: il desiderio di costruirsi un’identità attraverso la produzione e la condivisione di immagini, e il sogno di riuscire a campare rivendendola agli altri. Qualche considerazione sul funzionamento del social più amato dai trappers e dai loro fan poco più che adolescenti può pertanto offrire una chiave di lettura efficace per penetrare i meccanismi che sostengono il genere, tanto in fase di produzione quanto in quella di fruizione.

Soldi in mano / no assegni / il mio culo / sopra una Bentley

Come Instagram, la trap è essenzialmente produzione di un flusso continuo di immagini discrete. Il meccanismo è immediatamente evidente nella stessa produzione lirica. I brani sono brevi, le strofe brevissime. Raramente una frase si sviluppa per più di due versi. La costruzione di una narrativa in senso tradizionale è schivata con agilità. Scollegata da quella che precede come da quella che segue, ogni immagine-verso galleggia autonomamente sul beat. Ciò che emerge dalla semplice giustapposizione è una sorta di minimale e frammentato storyboard attraverso cui sbirciare il mondo dell’autore: un’audioscrollata alla home page della durata di due minuti e poco più. Qui novità e ricercatezza non sono necessariamente punti di forza. La logica della condivisione virale opera per iterazione e rapidità, attraverso una continua variazione su un tema costituito dall’immagine stessa, a sua volta caratterizzata da contorni netti e visuale ridotta. Non a caso sono in massima parte immagini-selfie che compongono i brani: le stesse che, condivise sugli schermi degli smartphone, raccolgono più like. L’immagine-selfie è patinata, irreale, talvolta costruita a tavolino; ma è pur sempre fai-da-te. Non occorre una regia di qualità, ma solo una fotocamera abbastanza potente, e il giusto filtro. In questo senso la trap rappresenta un’alternativa reale alla dittatura di pop star assemblate in serie nei talent show a cui il nostro paese sembrava essersi assuefatto.

Il napoletano Enzo D.O.N.G.

La maggior parte degli artisti dichiara inoltre di non scrivere nulla prima di andare in studio, ma di farsi guidare dall’ispirazione del momento e dal beat. Ma il tecnicismo del freestyle è solo un ricordo. L’assonanza vince sulla rima, la similitudine sulla metafora, versi vecchi vengono riciclati senza tante storie. E’ il paradosso che accompagna l’immagine al tempo dei social; potenzialmente eterna, sicuramente di lunga durata, una volta collocata sull’asse del tempo la sua curva del valore mostra un crollo rapido ed esponenziale. Per questo motivo la produzione deve essere costante. L’originalità si sacrifica senza troppe remore sull’altare di una velocità spacciata per immediatezza e di una intimità digitalmente mediata. In questo senso, con l’introduzione delle stories (intuizione ripresa da Snapchat, non a caso un network popolato quasi esclusivamente da giovanissimi), Instagram è stato all’avanguardia nel mettere a profitto l’importanza della condivisione continua a scapito dell’archiviazione, in un modo che riesce inoltre a ridipingere una necessità di ordine economico (l’archiviazione costa) con i colori della spensieratezza e della trasgressione. Il present continuous dello stream e il continuo presente dell’immagine finiscono per coincidere nell’opzione now del tasto share. L’ecosistema che alimenta il flusso di immagini della trap esiste solo nel presente. Ed è precisamente di questa temporalità congelata che il genere si alimenta.

Queste scale sono il nostro trono / parlano la lingua che parliamo noi

Palazzine, droga, soldi. Il trittico della periferia disegna i tratti di una sorta di ghetto life 2.0. Una delle critiche che vengono mosse più spesso agli artisti trap in ascesa è relativa alla questione dell’autenticità: nell’atteggiarsi a duri, miliardari, gangster in erba o latin lover, ciò che manca è la giusta dose di street credibility. Ma utilizzare l’autenticità come parametro in base a cui valutare lo spessore della trap e quello dei suoi esponenti ha lo stesso senso del giudicare un elefante per i suoi risultati nel salto in lungo. Sebbene molti trappers possano vantare anni formativi spesi a zonzo in quartieri difficili, tra panette e scooteroni, la questione non è delle più urgenti. Associato inevitabilmente al rap della golden age attraverso il mantra del keepin it real, il dogma dell’autenticità nell’era di Instagram è del tutto evaporato. Non importa chi tu sia o cosa tu faccia, quanto ciò che mostri nel breve tempo concesso dalla story o nello spazio rigidamente squadrato che del social è il marchio di fabbrica. E, quando il capitale umano diventa bidimensionale, il fotoritocco non è più la spia di una mancanza ma un valore aggiunto che precisamente nella sua prevedibilità moltiplica la propria attrattiva – come un’optional di serie su un’utilitaria.

Instagram Story di Dark Side, ripresa dal canale Youtube ‘Social Boom’.

Questa sfuggente aderenza tra identità e immagine è ciò che innesca il meccanismo della monetizzazione, che su Instagram funziona in un modo che per le altre piattaforme è difficile imitare. I followers non cercano un prodotto musicale: non solo, non subito, e neanche principalmente. Sono piuttosto attirati dalla promessa di una connessione immediata e non-mediata, che del social è in apparenza la dimensione privilegiata; ma scoprono presto che lo spazio concesso all’interazione diretta è in realtà intenzionalmente ridotto al minimo. In fondo, chi è che legge davvero i commenti alle foto, o risponde ai messaggi privati associati alle stories con più di un cuoricino distratto? Probabilmente nessuno – e sai che fatica, dal cellulare. Se lo schermo come dispositivo mette in comunicazione ma allo stesso tempo separa senza via di scampo, grazie alle dimensioni ridotte quello dello smartphone svolge una ulteriore funzione di filtro. Non resta allora che accontentarsi di rosicchiare l’immagine dei propri beniamini a piccoli morsi; masticarne porzioni sperando che contengano il segreto della fama e del successo; rivolgersi al contorno, visto che la portata principale resta inafferrabile, e destreggiarsi tra quei marchi che dagli account fanno volutamente capolino. Chiaramente ciò non avviene solo nel caso della trap. E’ tutto il fenomeno dell’influencing come pratica economica e culturale che nell’autenticità diluita di Instagram trova il proprio liquido amniotico. La trap è tuttavia il primo genere musicale che si appropria coscientemente di questa dinamica per compiere il passaggio da un lato all’altro dello schermo. In tempi rapidissimi.

Fotogramma dal videoclip ‘Bomber Ve’ di Quentin40, 2017.

Come surfisti digitali, gli artisti trap attendono con genuina passione l’onda di sharing in grado di catapultarli dall’altra parte. E spesso accade. E’ per questo che il trittico della periferia rappresenta nel migliore dei casi solo una fase embrionale nello sviluppo di una poetica genuinamente trap – Sfera docet, mentre il pur valido Enzo Dong dall’onda sembra piuttosto sballottato avanti e indietro. In fondo il collegamento tra i due mondi non va inventato, ma solo percorso. Il ponte esiste già. E’ lastricato di banconote, si percorre in abiti firmati. E, possibilmente, con un bel pò di roba in tasca.

Sogni andati in fumo / e in tasca ho 4G

Grammi su grammi su grammi. La trap riproduce una dimensione narcosonica specifica. L’erba è la sostanza di gran lunga più citata: dismessi gli aspetti rituali e fricchettoni, il suo consumo è misurato ed ostentato, soppesato ed esibito, in accordo all’hashtag #instaweed che impazza tra i giovani fumatori. Ma la marijuana non fa che esorcizzare la vera presenza che infesta il palazzo. Il fumo di ganja riempie la stanza fino a rendere l’elefante che la abita invisibile. Se la purple drank si attesta come stupefacente fai-da-te più caratteristico dell’immaginario trap, la cocaina offre una chiave di lettura impareggiabile per cogliere la logica che sostiene il genere. Nominata di rado e quasi mai direttamente, e al di là del suo effettivo consumo, la bianca signora può funzionare da ingranaggio invisibile capace di gettare luce sul funzionamento dell’intera macchina.

Un pò di Purple Drank pronta per la festa.

La coca è spesso descritta come la sostanza che meglio incarna lo spirito del capitalismo avanzato perchè permette di essere più veloci e più brillanti, di lavorare di più e più in fretta. Ma non è certo l’immagine del lupo di Wall Street a rappresentare al meglio le modalità del consumo generalizzato odierno. Se pure un vago appeal sociale è  sopravvissuto ad una democratizzazione della sostanza avvenuta a scapito della qualità, ciò non toglie che oggi la gente per lo più pippa monnezza; senza bisogno nè speranza di aumentare le proprie prestazioni. Se la cocaina intrattiene un legame privilegiato con lo stesso humus culturale da cui la trap viene fuori, il motivo è piuttosto da ricercarsi nella modalità specifica di un consumo ripetitivo e spensierato, veloce e poco impegnativo. La cocaina misura il tempo in righe, e il tempo di ogni riga è il presente. L’assonanza con l’assuefazione da social media è tutt’altro che casuale. Entrambe promettono un aumento della connettività per rivelarsi esperienze essenzialmente solitarie, e caratterizzate da una tonalità affettiva che, nel peggiore dei casi, oscilla tra l’invidia sociale e la sociopatia paranoica. Presenza nascosta ma insistente, la cocaina stabilisce lo standard di consumo applicato a tutti gli altri beni che – questi sì – vengono continuamente nominati. Io non lavo, stiro, vado al negozio e lo compro nuovo, canta Side della DPG. Il consumo certifica il possesso, ed è con quello che ci si fa strada dentro e fuori lo schermo. Grammi su grammi su grammi.

Ricchi per sempre

Soldi, donne, grandi firme; dall’altra parte dello schermo c’è una vita fantastica. Ma la controparte delle palazzine non sono le maglie di Ferragamo o le borse di Gucci. Al contrario, queste coesistono pacificamente nell’immaginario sociale ghetto-chic che il tardo capitalismo propone come migliore offerta sul piatto a buona parte dell’umanità urbanizzata del pianeta, e in cui anche i cavallini si possono conquistare il cavallino sulla maglietta. “Gucci è Gucci in tutto il mondo”, afferma Dark Wayne in un’intervista. Si potrebbe aggiungere che Gucci è Gucci in tutti i mondi; e che, proprio come la cocaina, tra questi mondi fa da ponte.

Copertina del singolo ‘Diego Armando Maradona’ della DPG, 2018.

Tuttavia l’imperativo del fare soldi resta probabilmente la parte più indigeribile del genere, capace di spiazzare la critica e polarizzare il pubblico. Ciò dipende in buona parte dal peso di un certo rap politicizzato sullo sviluppo di una scena  nazionale. Nel viaggio verso il nostro paese la parte cattiva del boom-cha ha perso l’aereo; il rap è arrivato in Italia spogliato delle contraddizioni proprie del genere. Se Milano non è certo Los Angeles, né Cinisello il Bronx, non mancano anche da noi periferie segnate da criminalità ed emarginazione. Ma, già svuotate della questione razziale, queste venivano inevitabilmente inserite (salvo rare eccezioni – una per tutti: l’indimenticato Joe Cassano) in una narrativa in bilico tra realismo e redenzione. Adesso invece i brutti quartieri diventano poco più che una scenografia già pronta per fare da sfondo a una disinvolta quanto aggressiva scalata sociale.

Con sgomento di molti, il sottoproletariato urbano si può oggi ritrovare – orizzontale, inclusivo e multietnico – riunito attorno al desiderio di un’auto di lusso piuttosto che dietro uno striscione. Allo stesso modo, la superstar italo-tunisina Ghali delude i sostenitori del conflitto sociale a tutti i costi affermando senza vergogna che lui, a questa Italia avara di diritti e pure un po’ razzista, in fondo vuole bene. Ma i delusi non si accorgono che  il suo volto mezzo-sangue e la sua fisicità sbilenca, accoppiati all’accento padano e ai completi di sartoria, fanno implodere la narrazione esistente più di qualunque dichiarazione incendiaria. In altre parole, se le maglie del sistema si fanno troppo strette per un cambiamento su larga scala, l’hackeraggio momentaneo e l’intercettazione parassitica dei flussi di denaro possono diventare tattiche di guerriglia tutto sommato valide.

Fotogramma dal videoclip ‘Cara Italia’ di Ghali, 2018.

E’ allora rilevante osservare come la celebrazione del successo si colori spesso e volentieri delle tinte del fantasy. Affollati di animali tropicali e ambientazioni esotiche, i videoclip più maturi rendono manifesto il potere dell’immagine di operare a livello di costruzione della realtà più che della sua rappresentazione. Lungi dall’influire sul reale in termini di diminuzione, il filtro di Instagram sfida i limiti della realtà stessa. Allo stesso modo, i suoni abbandonano la stratificazione semantica del campionamento e la corporea solidità dell’hardware analogico per volgere interamente al suono di sintesi computer-based. Nella ricerca di un’intonazione perfetta, le voci sottoposte ad autotune finiscono per assomigliarsi tutte. Ma, dopotutto, ciò che accade fuori dall’inquadratura a chi interessa davvero?

La mia Faccia sopra un Magazine

La Dark Polo Gang è probabilmente la formazione che più di ogni altra ha saputo cogliere e sfruttare questa sorta di bug nel sistema. I primi milioni di views collezionati erano dovuti più all’ilarità generale che ne accompagnava le spacconate che a un vero apprezzamento. Un paio di anni più tardi, la DPG è una realtà indipendente dal fatturato notevole e la protagonista di una docu-fiction dedicata su Netflix, mentre il suo slang viene registrato dalla Treccani. In altre parole, accoppiate al giusto filtro e debitamente ripetute, le spacconate hanno piegato la realtà a propria immagine e somiglianza. “Ci siamo creati un nostro film, una nostra serie televisiva, e adesso ci stiamo dentro.”

Fotogramma dal videoclip di Magazine della DPG. 2017.

Parallelamente, dagli esordi a tinte decisamente cupe, i brani (e soprattutto le immagini che li accompagnano) si sono progressivamente colorati di rosa. Intanto, una crescente dose di autoironia rendeva  esplicito il meccanismo alla base del loro successo, proprio nel momento in cui questo trasbordava dal set alla vita vera. Nel clip di Caramelle, per molti versi insuperato, i soldi sono foglietti colorati e si fa festa con bibite gassate; le droghe diventano, come da titolo, poco più che zuccherini, e la band si atteggia a suonare strumenti che nel beat non compaiono neanche campionati. Allo stesso modo, i quattro trapper romani (adesso diventati tre) riescono a tenere insieme il più sgradevole linguaggio sessista con una estetica post-romantica tutt’altro che eteronormata, fatta di occhiali da donna e pellicce colorate, bacini e cuoricini (anche questi definitivamente sdoganati da Instagram), e capace di far arrossire i rapper – quelli sì, decisamente maschi – della vecchia generazione. Il risultato è che le ragazzine li amano, e i ragazzini risparmiano sulla paghetta per comprarsi una pochette di pelo firmata. E’ lecito a questo punto domandarsi come faccia questa architettura traballante a stare in piedi con tanta solidità.

Instragram Story di Sfera Eebbasta ripresa dal canale Youtube ‘Trap News’.

E’ tutta una questione di attitudine, spiega ancora Dark Wayne con innegabile lucidità: “La vita non è quello che fai, come lo fai, se lo fai bene… La vita è energia. Bisogna credere al karma.” Ma di che natura è allora questa energia, e a quale logica risponde il karma che la accompagna? L’energia che sostiene la trap è in buona parte il flusso di bytes che viaggiano incessantemente da un cellulare all’altro attraverso le stories, le dirette e i selfies. Subito riprese da altri account, canali youtube dedicati e siti di clickbaiting, questi producono una sorta di rumore di fondo crescente; un feedback loop di dati che si può tradurre infine, in un punto qualsiasi della catena, in rapida monetizzazione. E’ qui, e non altrove, che un’attitudine positiva stimola una risposta positiva del pubblico, in una sorta di social-karma anch’esso digitalizzato. Come una festa noiosa dove suona un gruppo indie di trentenni depressi, la realtà è ormai una faccenda di scarso interesse. Ma se la festa non piace si può sempre scappare dalla finestra per poi farvi ritorno dal portone principale, carichi di erba e sciroppo per la tosse, pronti a ribaltare il party. A festa finita (e sbornia trascorsa), se quel che rimane in tasca siano le briciole concesse dal capitalismo di piattaforma o il frutto di una strategia politicamente spregiudicata per riappropriarsi del maltolto, resta una questione tutta da verificare. Ma, per come stanno le cose, vale forse la pena di aspettare la prossima story.

Cronaca di una notte insonne: media sociali, estrattivismo dei dati e ecologia politica intersezionale

Nessun dorme! Sintomi (forse diffusi) di intossicazione da social

L’altra sera faticavo a prendere sonno e come succede quando si fatica a prendere sonno, pensavo. O forse faticavo a prendere sonno perché pensavo. Una delle due. Comunque pensavo a se era possibile che grazie al wi-fi e ai cellulari, l’etere intorno a me potesse trasmettere non solo onde elettromagnetiche ad alta frequenza, ma anche tutte la tossicità, tutte le discussioni rabbiose, tutti gli affetti tristi che i media sociali mettono in circolo incessantemente. Si sa ormai che l’aria, specialmente in città, è satura di queste onde e anche spegnere il wifi di casa, come a volte cerco di fare, non mi protegge sicuramente da quello degli altri e neanche dalle cellule della telefonia mobile. I cosiddetti media sociali poi, da Facebook e Twitter alle app da telefonino come Whatsapp, Telegram, Snapchat o Tinder e Grindr hanno intensificato questo traffico non solo a livello fisico ma anche a livello nervoso e affettivo.

I media sociali, una nuova classe di media che si è formata attorno alla metà degli anni 2000, sono chiamati così perché hanno introdotto un nuovo principio architettonico nella comunicazione digitale via Internet. La struttura a strati dei protocolli Internet ha sostenuto negli ultimi cinquantanni una varietà di applicazioni che hanno in qualche modo astratto e riconfigurato computazionalmente vecchie forme di comunicazione e media. Penso per esempio all’email, che appunto imita computazionalmente la posta (infatti in italiano è tradotta letteralmente come posta elettronica), dove però il messaggio viaggia da mittente a destinatario come nelle vecchie lettere, ma che a differenza delle vecchie lettere viene spacchettato in transito e arriva alla velocità della luce – introducendo tutto un nuovo modo di scrivere e comunicare (incluse le mailing lists, i messaggi multipli e lo spam) per non parlare degli usatissimi SMS e la messaggeria mobile. Mentre i protocolli TCP/IP che permettono ai computer di comunicare nella rete Internet usano la teoria dei grafi (l’ormai familiare diagramma costituito da nodi e links) per organizzare il movimento dei messaggi, e il protocollo http del web invece lo usa per organizzare una rete di documenti tra cui è l’utente a vagare come in una flanerie neurodigitale, i media sociali attraverso protocolli proprietari come l’Open Graph di Facebook, usa il ‘social network’ (rete o grafo sociale) per organizzare il flusso dei messaggi, dati e informazioni. Nella rete sociale sono i ‘profili individuali’ a diventare nodi della comunicazione e le connessioni che essi creano (aggiungendo amici, cliccando sui mi piace, condividendo oggetti digitali) dà forma al flusso comunicativo e alla rete tecnosociale stessa. Questo flusso socio-elettromagnetico ad altissima frequenza che può causare insonnia si duplica nel mio cervello in questi giorni con tutti gli echi delle opinioni e delle idee che ho sentito ultimamente e chi mi hanno fatto rabbrividire, dei razzismi, dei sessismi, dell’omofobia e della misoginia che riverberano, convergono e si fanno onda.

Kill All Normies! O: tutta colpa dei gay e delle femministe?

Mentre mi preparo una bella tisana di camomilla e alloro come la faceva la mia nonna materna Maria, mi ritrovo a Angela Nagle, una scrittrice irlandese che ha scritto Kill All Normies! un libro un po’ approssimativo sui vari movimenti online di destra nordamericani e al modo in cui è stata ripresa dal mio amico e compagno Bifo in un suo post in cui l’ha arruolata tra le evidenze del suo a tratti molto oscuro macluhanesimo. Nagle punta il dito sui movimenti femministi e LGBTQ online, attivi specialmente su Tumblr, accusandoli di produrre ‘femminismi puritani’ e ‘vittimismi gay’ e di avere letteralmente provocato l’ascesa della alt-right. Bifo unisce alla diagnosi abbastanza sospetta di Nagle, la sua tesi sulla devastazione psichica causata dall’iperstimolazione del sistema nervoso a sua volta causata dal semiocapitalismo. Il cortocircuito tra queste due tesi, confesso, mi sembra abbastanza pericoloso.

Ma davvero vorrei fermare questa ondata di ragionamenti solitari ma anche affollati. E’ l’ondata infonervosa che mi sta distruggendo il cervello e rovinando il sonno? Questo mio cervello con cui mi guadagno da vivere si sta facendo colonizzare da memi parassiti che stanno riducendo la mia capacità cognitiva? Finirò disoccupata se non ‘cancello Facebook’ come mi invita a fare un altro amico, Geert Lovink? Ma come faranno, come mi diceva ieri sera un’altra nuova amica e collega, la mediologa arabista Donatella Della Ratta, i libanesi e gli egiziani, i tunisini e gli algerini, i marocchini e i palestinesi per cui come mi racconta Facebook è diventato un medium di comunicazione fondamentale? Dobbiamo seguire lo Zeitgeist nazionalsocialista e necropolitico, metterci in salvo noi e lasciare loro ad affondare sulla barca social? Non è appena uscito su un numero speciale della rivista dell’associazione della sociologia italiana un articolo scritto a quattro mani con Stamatia Portanova sulla questione delle patologie cognitive delle nuove generazioni in cui cerchiamo di problematizzare questo comportamentalismo di ritorno, questa idea del corpo umano come terminale nervoso provvisto di uno scarso capitale di attenzione e soggetto alla colonizzazione infosemiotica? Non ci siamo confrontate con Roberta Pompili, di cui abbiamo ripreso un post sul fascismo molecolare su questo blog,  sul modo in cui è piuttosto la scuola che non riesce a seguire e investire in nuovi metodi che liberino le nuove intelligenze che pur vediamo si stanno formando con grandi potenzialità nel paradigma dell’interconnessione? È la rete o la scuola che sta fallendo le nuove forme di intelligenza che si sviluppano?

Una piacevole sensazione di rilassamento: pensieri sparsi sull’ecologia politica intersezionale

La camomilla e l’alloro stanno facendo effetto e finalmente mi comincio a rilassare e piacevolmente mi ritorna in testa la giornata sull’ecologia politica a cui ho partecipato sabato a Napoli con il suo eterogeneo e vitale assemblaggio di corpi e cervelli organizzato da Nicola Capone e istigato da Marco Armiero e Stefania Barca, intellettuali napoletani diasporizzati tra la Svezia e il Portogallo dove sviluppano le loro ricerche su questi temi. L’idea di una politicizzazione dell’ecologia, di un ripensamento della politica a partire da un pensiero ecologista planetarizzato di matrice intersezionale, marxista, postcoloniale, a transfemminista, mi è sembrato un’indicazione di metodo in grado di leggere meglio quello che sta succedendo e di aprire un minimo di orizzonte di futuro. Se l’ecologia politica include anche l’ecologia mentale (alla Gregory Bateson o Felix Guattari) diventa importante capire qual è la dimensione ecologica specifica di questo modello social. Anna Fava, filologa napoletana ed ecologista politica, mi manda due bellissimi articoli degli anni 40 di Leo Spitzer sulla filologia della parola ‘ambiente’ (politicizzata ci aveva già detto Laura Guidi dal femminismo in primis da Rachel Carson nel suo famoso Primavera silenziosa). Il termine ambiente, mi conferma, è sinonimo di medium già in Newton, ma la sua storia pre-politicizzazione ecofemminista va da Anassimene a Netwon e Taine (per il quale l’ambiente sociale produceve il ‘vizio e la virtù’ come il ‘vetriolo’ e lo ‘zucchero’) e oltre.

Penso a come il cosiddetto modello di ‘estrattivismo dei dati’, di cui pure si parla in un ricco e recente volume (Datacrazia) che il curatore Daniele Gambetta mi ha donato, mette in circolazione le forze ctoniche e territoriali dell’energia del petrolio consumato dai servers, ma anche tutti i giacimenti di senso comune depositati da una storia centenaria – e quanta tossicità c’è anche lì dentro! Diceva Antonio Gramsci, in una citazione molto usata da Stuart Hall, che la cultura è stratificazione della memoria storica – un vero e proprio giacimento di idee e opinioni, modi di vivere, di comportarsi e di vedere il mondo depositati dalla storia, un archivio sociale inconscio e diffuso di tutto quello che è stato detto e pensato. L’estrazione dei dati operata dai social attraverso lo strumento della rete sociale o grafo sociale è proprio su questi giacimenti. Nei termini che abbiamo ereditato dal materialismo storico, i media sociali costituiscono il motore di una messa al lavoro che è anche una lavorazione, valorizzazione e circolazione di questo archivio, aggiungendo ad esso tutto quello di nuovo che lo spirito ricombinante della ‘forza lavoro’ può aggiungere. – come Roberto Ciccarelli ci ricorda nel suo bel libro di quest’anno. Quindi è vero mette in circolo tossicità varie, ma include e permette anche possibilità di una riattivazione della memoria delle resistenze popolari come quelle tentate dal progetto Cubotto di cui pure Alessandra Cianelli ci parlato su questo blog (bellissime le immagini che Alessandro Gagliardo ha mostrato al mio corso dello sciopero delle donne di Paternò negli anni 80!). È questo archivio, in parte attuale, cosciente e indicizzato e in parte virtuale, inconscio e pieno di tracce mnemoniche, che i media sociali trasformano in giacimento e fonte di dati, valorizzandolo attraverso il commercio finanziarizzato di dati. Le due tossicità, quella dei giacimenti culturali e quella dei giacimenti di petrolio stanno provocando una catastrofica convergenza. Mentre conosciamo ormai gli effetti dello sfruttamento dei giacimenti di petrolio, dobbiamo ancora fare i conti su come interi giacimenti di affetti, credenze e opinioni depositati da una storia violenta sono stati messi in circolazione, rivelando un terreno sociale malato da tempo, mai veramente bonificato dai postumi della biopolitica fascista e nazionalista dove gli altri devono morire perché ‘noi’ possiamo vivere. Il classico linguaggio della sinistra, e su questo Nagle può avere anche ragione, non fa presa su questo terreno, viene percepito come supponente, presuntuoso, moralista. Forse è come un rimedio che non funziona più, che è stato neutralizzato dalle mutazioni del patogene? Forse perché le tecniche che servono a bonificare un terreno sono diverse da quelle che hanno innestato la rivoluzione d’Ottobre, e più simili a quelle che servono a ‘liberare’ un luogo abbandonato e riempirlo di nuova vita sociale e non solo, nei lunghi anni in cui non è più tempo di scassare e non c’è un bisogno immediato di difendersi, là dove le comunità consolidano legami affettivi e si aprono, là dove i luoghi vengono riparati e ritornati alla vitalità di nuovi e imprevedibili usi?

Prendiamo sonno (sognando strane parentele…)

Invece che additare i femminismi come la matrice del puritanesimo che ha provocato l’ascesa dell’alt-right, sarebbe forse il caso di studiare e imparare dal pensiero femminista, postcoloniale e queer e dalla sua capacità di arricchire sia il materialismo storico che i contemporanei neomaterialismi. Nel suo ultimo volume, commentato su questo blog da Lidia Curti e Federica Timeto, Donna Haraway per esempio ci spiega come è necessario fare i conti con la catastrofe ambientale imminente che sarà anche, come nei più cupi romanzi di Octavia Butler, una catastrofe sociale e politica. Come ci suggerisce Donna Haraway, bisogna stare attente a due posizioni che stanno diventando dominanti: una ci dice che si troverà una soluzione tecnologica anche a questo (come Facebook quando ci dice che basterà sistemare gli algoritmi, e le bolle, le fake news e la guerra social scompariranno o come i commercianti della green economy); l’altra è quella che ci dice che è troppo tardi, che non si può fare più niente e che non vale la pena darsi da fare. ‘C’è una linea sottile tra il riconoscere la serietà del problema e cedere al futurismo astratto e i suoi affetti di disperazione sublime e la sua politica di sublime indifferenza’ ci dice Haraway. Rimanere col problema e nel problema è molto più vitale, e ci richiede, continua, di continuare a lavorare e giocare, tessendo nuovi legami e formando strane e improbabili parentele o s/famiglie. Come Foucault ci ha suggerito: la resistenza non può essere l’immagine rovesciata del potere, ma deve essere più intelligente e più inventiva di quest’ultimo. Come nello sforzo di bonifica delle terre avvelenate dal biocidio, come nello sforzo di riparare dei beni comuni abbandonati e costruirci dentro comunità vitali e aperte, bisogna pensare a lungo termine e insieme. Inventare nuovi modi di vivere e costruire legami, prenderci cura dell’umano e del non umano, pianificare e lasciarsi sorprendere dall’imprevisto, difendersi, ma anche giocare…

Finalmente, forse, grazie alla tisana di mia nonna Maria e ai pensieri istigati in me da tutte le emozionanti intelligenze che ho la fortuna di aver incontrato, senza Tavor e affini, comincio davvero a prendere sonno. I tempi sono oscuri ma anche lunghi, il riposo è difficile ma necessario e domani rimane sempre il tempo dell’apertura a nuove possibilità.

Cruising alla Biennale Architettura: un’anti-guida nello spazio delle libertà

Lavorare per un evento come la Mostra Internazionale di Architettura de La Biennale di Venezia offre un punto di vista privilegiato sui progetti esposti, sulla politica curatoriale, ma anche sull’interazione dei progetti con il pubblico di addetti ai lavori, giornalisti, habitué e quello occasionale. Quest’anno il tema della Biennale Architettura diretta dalle curatrici irlandesi Yvonne Farrell e Shelley McNamara è FREESPACE. È proprio sull’uso di “Spazio Libero” che si sono spesi i discorsi più o meno informati di architetti e partecipanti, della stampa di settore e di quella generalista. Discorsi che hanno reso il Freespace un concetto assai nebuloso. Ma le curatrici dello studio Grafton hanno elaborato un manifesto molto preciso che parla di architettura come gesto di generosità che offre in dono un eccesso di valore d’uso ed estetico che l’Architettura elargisce a tutti, anche quando l’iniziativa progettuale è meramente commerciale se non addirittura escludente. Freespace è un’agenda est-etica che l’architettura deve garantire alle generazioni future: spazio gratuito ma anche spazio libero, tuttavia mai spazio pubblico e nemmeno spazio comune. La Biennale Architettura di quest’anno non è dunque una Mostra sul ripensamento degli spazi pubblici. Al contrario, riflette sul soggetto privato considerato come il vero motore tecno-economico-culturale della contemporaneità.

Fortunatamente, la polisemia cui si prestano le parole libero e libertà offrono a chi ha risposto alla call delle curatrici della mostra principale e dei padiglioni nazionali la possibilità di fornire soluzioni non sempre aderenti al palinsesto Freespace.

Questo post è dunque un’anti-guida alla Biennale, una specie di cruising tra progetti e padiglioni, non necessariamente quelli più piacevoli dal punto di vista estetico. È una mappa che pero stringe l’occhio alle mostre capaci di fornire un’interpretazione di spazio libero come socialmente prodotto, seppur in modo problematico.

Cruising all’arsenale: eterotopie ed utopie urbane

Gli spazi filtro di Francesca Torzo: Z33 Gallery – Hasselt, Belgio

L’estetica dello spazio libero, ovvero vuoto, si riflette soprattutto negli ambienti dell’Arsenale – prima fabbrica di tipo industriale in Occidente – attraverso l’uso limitato del cartongesso che restituisce la dimensione delle corderie nella maestosità dei suoi 316 metri di lunghezza. Nelle navate laterali sono installati i progetti che riguardano varie tipologie di spazi: quelli domestici che si aprono verso l’esterno (Gli spazi dello studio finlandese Talli e quelli di MarieJosé VanHee), quelli provvisti di filtri piuttosto che di chiusure (l’elegante gioco di losanghe con aperture senza riflessi della galleria d’arte contemporanea Z33 a Hassel a cura di Francesca Torzo), quelli che utilizzano gli elementi naturali attorno ai quali viene ripensato il progetto (l’officina teatrale New Sala Beckett a Poblenou, Barcellona di Flores y Prats) e, in ultimo, quelli che mostrano la tensione tra l’autorità dell’architetto e l’utilizzo di chi abita questi spazi.

Elemental: The Value of what’s not built

Elemental di Alejandro Aravena presenta un’installazione concettuale in cui sperimenta, attraverso 7 dichiarazioni scritte a mano su carta, la pratica della libertà degli utenti negli spazi non programmati dall’architettura. Per Aravena “Free Space” è da intendersi come un’azione piuttosto che un aggettivo, rivendicando così un valore non quantificabile che si esprime nella tensione tra gesto architettonico e produzione della soggettività dei suoi utenti. Questa tensione incarna a pieno il paradosso dell’architettura contemporanea che, nel volersi disfare di quelle che Foucault chiamava eterotopie, governa il non-governato ovvero le relazioni prodotte dai suoi utenti.

Laura Perretti: Rigenerare Corviale_The Crossing

Tali tensioni sono riscontrabili in interventi rigenerativi che operano su sistemi portati a termine quando ormai la loro cifra sperimentale aveva esaurito già il suo potenziale: è il caso di Corviale nella periferia di Roma, edificio-città disegnato da Mario Fiorentino e pensato per essere un centro abitativo autonomo con lo scopo di costituire una barriera fisica contro lo sprawl urbano in estensione a discapito del paesaggio circostante. In questo sistema chiuso il tentativo di ricucitura del tessuto sociale è assai delicato poiché ha l’onere di intervenire non solo sul pensiero dell’architetto che ha progettato il primo nucleo abitativo ma anche sugli interventi operati attraverso le occupazioni di spazi non funzionali/non funzionanti da parte degli abitanti stessi. In questo dialogo turbolento, Laura Parretti opera su due scale: attraverso interventi minimali che puntano a trasformare la barriera del Serpentone in un filtro e, in scala maggiore, con nuovi spazi pubblici che fanno conversare la città-edificio con il paesaggio concepito come cliente.

Cruising nei Giardini

Granby Workshop – Assemble

I Giardini napoleonici si contrappongono all’Arsenale anche per il cruiser della Biennale: se le corderie con la loro estetica proto/post-industriale lo spingono a una visita compulsiva e completa, il padiglione centrale ai Giardini è un labirinto ma pieno di luce. Molti cruiser si affolleranno nel soppalco di Carlo Scarpa per ammirare i magnifici plastici dell’Atelier Peter Zumthor mentre altri si disperderanno nelle salette laterali per ammirare i nuovi spazi pubblici/corporate di Humanhattan (The Big U) o gli appartamenti prefabbricati per senza-tetto

Star Apartments di Michael Maltzan. L’unico punto protetto dalla luce diretta è la prima sala del Padiglione Centrale ripavimentata dal Granby Workshop con Assemble, piastrelle a encausto che ricordano l’azulejo portoghese ma che in realtà rivelano la natura casuale ed evenemenziale dell’architettura.

Amateur: How to legalize spontaneously built illegal structures in the city by means of design.

Nel solco tracciato da Aravena si inseriscono i cinesi Amateur, con delle strutture in legno che costituiscono un intervento di  che conferma relazioni sociali e microeconomiche già in atto. Lo studio di architetti ha convinto la municipalità di Hangzhou a resistere alla frenesia di rinnovamento tipica della Cina contemporanea e a preservare, legalizzandole con degli interventi architettonici minimali, le occupazioni delle intercapedini tra un edificio e l’altro, adibito talvolta a orto urbano, talaltra a mercatino o a riparo di fortuna.

Nell’anno in cui la legge Basaglia compie quarant’anni, non passano inosservati De Vylder Vinck Taillieu. I giovani vincitori del Leone d’Argento presentano invece su pannelli-filtri, in questo contesto espositivo, il loro progetto di ristrutturazione e recupero del padiglione del primo ospedale psichiatrico belga a Melle. Seppur immerso in un contesto naturale circondato dal verde, la struttura sottoposta a restauro porta con sé una storia turbolenta di isolamento e medicalizzazione che gli architetti hanno deciso di preservare pur aprendola verso l’esterno.

De Vylder, Vink, Taillieus: Unless Ever People. Caritas for Freespace

Cruising the Nations: ripensare i confini della nazione e del lavoro

Estudio Teddy Cruz + Fonna Forman: Mexus, A Geography of Interdependence

Biennale ha voluto conservare la struttura delle partecipazioni nazionali tipica delle Esposizioni Universali novecentesche. Molte partecipazioni presentano però delle agende che interrogano il senso stesso di Stato-Nazione. Capita così nel padiglione USA affidato all’Università di Chicago. Qui il team curatoriale si confronta con le dimensioni della cittadinanza che vengono esposte su diversi livelli: quello legale (civitas, cittadin*), quello territoriale (regione, nazione), eequello tecnologico ed economico (globo, network e cosmo). In questa intricata condizione, la cittadinanza viene continuamente messa in discussione e rinegoziata dai flussi di persone e di capitali. I curatori scandagliano nelle aree marginali dei territori teorici dell’architettura il senso della futura cittadinanza, andandola a cercare nei one-dollar-shops gestiti da lavoratoei cinesi su entrambi i lati della frontera statunitense-messicana, in immaginarie dichiarazioni di colonizzazione di nuovi mondi, nel rapporto tra umano e naturale attraverso la lente della migrazione, trasgressione, trasmissione, viaggio e mobilità.

La locker room del Padiglione Olandese

Partendo da una riflessione dell’artista e architetto neerlandese Constant Nieuwenhuys raccolta nella serie di dipinti New Bayblon, Marina Otero Verzier, curatrice del padiglione dei Paesi Bassi, si interroga sul ruolo dirompente della piena automazione in relazione alle condizioni di vita e alle configurazioni dello spazio in cui è immerso il corpo umano. Gli armadietti che nascondono teche, talvolta intere stanze sono

Anthropometric Data – Crane Cabin Operator vs Remote Control Operator. Disegno del Het Nieuwe Instituut 2017

allo stesso tempo elemento architettonico che lega in modo intimo il corpo al lavoro e al tempo libero e l’espediente narrativo del padiglione. Body Work and Leisure prende in considerazione quelle che Marcel Mauss chiamava le tecniche del corpo in relazione alle nuove e sempre più intime forme di lavoro e tempo libero che spesso si sovrappongono: dal letto come spazio di lavoro per millennials e sexworkers agli algoritmi per l’efficientamento del flusso di lavoro, la curatrice “nasconde” e invita a scoprire i luoghi del corpo contemporanei nello spazio neutro dello spogliatoio arancione-olanda.

Cruising the Cruising Pavilion: homotopie nella zona industriale

Cruising Freespace Manifesto

Tra le mostre che gravitano in modo non ufficiale in laguna, degno di nota è sicuramente il Cruising Pavilion che si nasconde lontano dalla mondanità sull’isola della Giudecca. Il giovanissimo team di curatori cancella la dicitura Freespace del manifesto di Farrell e McNamara e la sostituisce alla parola Cruising. Le intimità illimitate (Tim Dean) generate dal cruising diventano dunque occasione per riflettere su “uno spazio che invita a riesaminare il nostro modo di pensare, stimolando nuovi modi di vedere il mondo”, “uno spazio di opportunità, democratico, non programmato e libero per utilizzi non ancora definiti”.

Etienne Descloux: Panopticon (sex club)

La mostra si arrampica su due torri in legno e sono alternate da un’area vuota e scura che rappresenta (nel senso teatrale del termine) l’afterlife del cruising: preservativi srotolati, carta igienica accartocciata sono il palcoscenico utopico di questo spazio. Se da un lato è sempre un pericolo che pratiche così radicali dell’esperienza dello spazio più o meno urbano siano tradotte e addomesticate nei circuiti artistici e nell’accademia, è tuttavia interessante il discorso curatoriale che oscilla tra l’esteticizzazione di tali pratiche e l’analisi della loro potenzialità.

Progetto per il giardino delle Tuileries

Con in mente l’orizzonte utopico di J.E. Muñoz, il cruising diventa una pratica di ricerca architettonica che non può risolvere in modo pacifico il rapporto tra progettista e utente: spesso infatti si ritrovano a consumare un rapporto sadomaso dove però è a volte l’utente a interpretare il ruolo del dominatore. In questo senso i progetti sulle due torri possono solo assecondare la sessualizzazione dello spazio già praticata da chi pratica il cruising, ed è per questo che la maggior parte dei progetti esposti – come quello che riproduce un club-panopticon decisamente poco disciplinare, o il progetto per il giardino delle Tuileries apparentemente pensato per il cruising con il suo gioco di siepi – rimangono disegni su carta che sfidano il pensiero, mentre nella messa in scena della darkroom il sesso viene solo immaginato.

Trevor Yeung: The Locker Room (2016), ancora armadietti come metafora di intimità condivisa e lavoro.

Crusing Venice: il diritto all’estasi della città

Come suggeriscono Salvatore Iaconesi e Oriana Persico con Human Architecture Al Padiglione Venezia, durante la kermesse viene prodotta una complessa geografia delle interazioni umane sui siti di social media. Ma anche la geografia fisica dell’arcipelago lagunare è sottoposta a forte stress durante gli eventi messi in moto dall’istituzione Biennale. Eventi che conferiscono a una città materialmente liquida, un carattere fortemente governato e allo stesso tempo effimero.

Se lo storico cruising al Lido – scenario di Morte a Venezia – è meno frequentato, il turismo dei grandi volumi e dei negozi di cioccolato e caramelle sta trasformando Venezia nella sua messa in scena, svuotandola di abitanti.

Ritornando dunque nello schermo a 16:9 che è l’entrata della Stazione di Santa Lucia ripenso a Venezia e allo spazio libero. I tornelli voluti dal sindaco Brugnaro, con un intervento emergenziale inutile e dannoso nella città-a-tema, a una seconda lettura ossequiano anch’essi il manifesto Freespace, secondo il quale la città non è un diritto ma ha solo un valore estetico, gentilmente concesso a tutti.