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#iosonogiorgiachallenge: tutorial per una danza memetica di Ricercatore 1 e Ricercatore 2

di Nina Ferrante e Roberto Terracciano

Caro compagno che fai snapshot dai profili di Giorigia Meloni, pensi davvero che sia colpa delle ricchione se Fratelli d’Italia è al 10%? E visto che sai tutto e hai urgenza di spiegarci tutto, potresti anche dirci in che modo il pensiero che siamo una massa informe di capre che ballano al primo ritornello, manipolate dal pensiero dominante, non sia meno omofobo di chi ci accusa di voler corrompere i valori tradizionali del patriarcato e dell’occidente?

Visto che a noi piace ballare, prova a seguire i passi.

Un passo indietro.

La campagna di Pozzi e Pervertiti di Lesbians and Gays Supports the Miners per gli scioperi dei minatori gallesi del 1984 deve il suo nome alla prima pagina del Sun “I pervertiti supportano i pozzi”

Non so se te ne sei accorto, ci chiamiamo frocie, ricchioni, queer. Anche la parola gay nasce da un insulto. Storicamente prendiamo a piene mani dalla merda che provate a lanciarci contro, è la nostra maschera di bellezza. Quello che scagliate con forza, diviene la potenza di quello che vi lanciamo contro. Da sempre. Non era previsto che sopravvivessimo a nessuno di questi attacchi, ma è nella capacità di ribaltare l’insulto che abbiamo trovato gli strumenti per smontare la casa del patriarcato.

Pits and perverts titolò The Sun per ridicolizzare i minatori e banalizzare il loro sostegno da parte delle frocie pervertite. Quello diventò il titolo di un’intera campagna di sostegno ai minatori che ha segnato la storia del nostro movimento e della resistenza al tatcherismo.

Un passo avanti.

Rebus – Individuare le icone gay nel collage.

Cut’n’mix. Tagliare, dare ritmo, doppiare, copiare, incollare, sono operazioni di risignificazione. Funziona così, si prendono delle parole si ritagliano dal loro contesto, si portano altrove, dove non dovrebbero essere, si mettono su bocche che non dovrebbero pronunciarle, su corpi che non dovrebbero danzarle, su gambe che non dovrebbero muoverle. è così che un significante esplode e la deflagrazione cambia non solo il senso di quella parola, ma dell’universo che ha intorno. La parola madre viene pronunciata nelle ballroom su corpi imprevedibili e imprevisti, diventando una parola violenta  che attacca l’essenza del femminile e della famiglia patriarcale.

Un passo a sinistra. 

Il videomeme di Mem&J funziona proprio così, il significante diventa un template vuoto su cui si riscrive l’assurdità del significato. Questo era difficile, te lo facciamo rivedere più piano. Prendi il discorso di Giorgia, donna, madre, cristiana, taglia, aumenta il ritmo a 120 BPM e ripeti n volte. Prendi le parole chiave, carica l’insulto, dallo alla frocia, aumenta la potenza, perverti il significato, pompa nelle casse. Lascialo scorrere nella fibra e aspetta un attimo che lieviti. Il giorno dopo lo troverai rimontato con tutta la cultura popolare prodotta dagli anni ’90 ad oggi, rimpastato con tutti gli oggetti pop di cui non sapevi che fartene fino a quando non ce ne siamo riappropriate.

 

aaaaaaand POSE!

Qui ci spariamo la posa. Nel 1973 (millenovecentoSETTANTATRE) Stuart Hall studiava la cultura popolare identificandola come terreno di conflitto su cui si scontravano i nuovi discorsi egemonici e le corrispettive resistenze. Hall presentò il suo modello di comunicazione aggiungendoci il beat: il messaggio non è determinato da chi lo pronuncia; il basso: la ricezione è luogo di produzione di significato; lo scratch: il messaggio non è trasparente. Il modello encoding/decoding rompe il muro del suono egemonico, ne disvela le falle. La memetica è l’operazione critica del taglio, interrompe il placido fluire del discorso che è già egemonico nella nostra società e, se non ci sono controculture a porre un argine, non è di certo solo colpa delle frocie. Parlare di significati dominanti non significa parlare di processi unidirezionali, ma è un passo a due. Il significato cioè viene messo in ballo: la parte che detiene l’egemonia e, dall’altro lato, quella che resiste, costruiscono la cornice tecnoculturale e politica di interpretazione di quel messaggio stesso, offrendo nuovi strumenti di decodifica. Si spera che questi siano diversi. L’appiattimento avviene quando non ci sono strumenti diversi di decodifica per interpretarli.

…E cinq’, sei, sett’, ott’ Plié! 

Nel taglio e nella ripetizione questa Giorgia fornisce finalmente un’interruzione oltre che un beat a un discorso omofobo e razzista che è già martellante. Nella cultura popolare l’egemonia e la controcultura stanno in conflitto per significare il messaggio e accaparrarselo, in questo senso l’operazione memetica dà opacità all’abiezione di quel discorso non permettendo che s’infili neutralmente nel tessuto della nostra cultura popolare diventando senso comune. Forse ci ha fatto anche bene sentire per la prima volta #donna#madre#italiana#cristiana ripetuti in un unico loop, perché mentre Giorgia rafforza il suo discorso nell’unicità di tutti questi attributi, noi siamo state troppo lente a comprendere come la contestazione debba essere fatta a tutto il pacchetto e non solo ai termini slegati in lotte in lotti.

Saltello (doin’ it for the ‘gram).

I Jackals come Genitori ingenui. Il meme lascia leftbook e diventa un filtro per Instagram.

Non siamo convinte che quello che valeva per la televisione possa accordarsi a ciò che accade nei social media. Però sappiamo dalla teoria della viralità, che nel mare della comunicazione le onde prodotte da #giorgia non procedono indisturbate verso la riva ma incontrano ostacoli che producono increspature in modo non-dialettico e non-deterministico, interferenze di affect che procedono per “invenzione e imitazione, imitazione dell’invenzione e imitazione dell’imitazione”. Allo stesso modo, sul floor politico della cultura pop le sfidanti imitano gli stili e i ritornelli del discorso egemonico e, interferendo l’una con l’altra, lo portano altrove, in un luogo conflittuale. Attraverso la decodifica oppositiva il discorso, quel discorso egemonico, viene finalmente de-naturalizzato e reso visibile, guadagnando così opacità piuttosto che popolarità.

Questo medium fluido e veloce che sta nel palmo della mano e ci vede sempre esposti e immersi in una collettività ci interpella in modo diverso, ma ci interessa recuperare il ritmo di Hall per una critica a un “comportamentalismo spicciolo” che guarda al flusso del messaggio come ininterrotto e al fruitore come ad una scatola vuota. Insomma, ve lo vogliamo dire, la critica a questa collettività danzante ridotta a branco di pecore manipolabili non solo ci sembra una riduzione semplicistica di come funzioni la comunicazione, ma anche vagamente omofoba.

Deathdrop.

Sono anni che contestiamo come nella cultura popolare si sia prodotta un’estetica depoliticizzata dei nostri stili, ma oggi che una nuova estetica queer indirizza al nemico una critica politica, ci viene contestato che rinforziamo la popolarità del nemico in modo acritico, ritenendo che lo strumento o che la contestazione non siano abbastanza affilati? I nostri volti insanguinati, i segni delle botte sui volti delle donne, la diffusione delle immagini di minori salvati con le copertine dorate sono strumenti più acuminati? Cosa è più disturbante? Per chi? Quali sono le emozioni che producono queste immagini? Forse, se avessimo contestato con la stessa ruvidezza chi diceva Io sono Charlie o Io sono Orlando, mentre si producevano discorsi sull’occidente e la nazione oggi non staremmo qui a chiederci se siamo giorgie. Comunque è nella marea transfemminista in cui costruiamo percorsi intersezionali, nelle scuole dove resistiamo ai genitori no gender, contro i summit dei movimenti per la famiglia come Verona, contro i pro-life, dentro e contro i pride che abbiamo i nostri corpi contro il fascismo, il razzismo, il sessismo e l’omofobia, non abbiamo paura di ciò che c’è fuori dalla bolla di Leftbook, perchè è lì che resistiamo tutti i giorni.

 

Speculum. Le altre storie

In ambito artistico, l’iconoclastia femminista si è rivolta in genere contro la rappresentazione di una femminilità osservata da e destinata a uno sguardo esclusivamente maschile. Le suffragette se la prendevano con i Preraffaelliti e le femministe della seconda ondata aggredivano le donne incastrate in pezzi d’arredamento di Allen Jones (oggi membro della Royal Academy e la cui visione della sessualità continua a essere definita “giocosa”). In questa tradizione si inserisce l’accesa controversia di quest’anno (si veda a tal proposito l’articolo di Betty Argenziano ripreso nel comunicato di Non Una di Meno ) sorta intorno all’installazione della versione gigante della poltrona Up 5&6 (1969) di Gaetano Pesce, un rotondeggiante tronco femminile senza arti per l’occasione trafitto da centinaia di frecce e intitolato Maestà sofferente. Ma la rabbia iconoclasta delle femministe non ha risparmiato neppure le figure e, per tramite loro, gli eventi congelati in una visibilità permanente a scapito, o meglio sulla pelle, dei corpi delle donne, il cui vissuto è stato all’opposto oscurato, quando non del tutto cancellato dalla memoria storica e spaziale di questi monumenti. Parte integrante di un tessuto sociale che si ritrova nello spazio pubblico condiviso, quando questo tessuto si smaglia o si buca, i monumenti sono soggetti a distruzioni rovinose che, invertendone la rigida verticalità con una scomposta orizzontalità, ci ricordano che la vita è “erroneamente considerata come una elevazione”, per usare le parole di Bataille.

È di qualche settimana fa la notizia della vincitrice del concorso indetto per rimpiazzare il monumento dedicato a Marion Sims, noto come “il padre della ginecologia”, che fino all’anno scorso si trovava nel Central Park di New York, in corrispondenza della New York Academy of Medicine, e che è stato rimosso dopo le proteste dell’estate 2017. Sulla scia delle vicende di Charlottesville, Virginia – dove qualche giorno prima, durante gli scontri sorti in seguito alla decisione di rimuovere la statua del generale dei confederati schiavisti Robert Lee, Heather Heyer era stata uccisa da un suprematista bianco – il 17 Agosto alcune componenti del Black Youth Project 100 inscenavano una performance indossando dei camici da ospedale macchiati di vernice fucsia. Un’idea ripresa dalle attiviste di NUDM, che l’8 Marzo di quest’anno hanno imbrattato con lo stesso colore la statua di Indro Montanelli a Milano per riportare l’attenzione sulla vicenda del suo acquisto di una bambina eritrea durante l’invasione italiana dell’Etiopia.

Tra i quattro progetti finalisti del concorso di New York, era stato selezionato in prima battuta quello di Simone Leigh, una figura femminile recumbente racchiusa in una siepe quadrangolare, poi sostituito con la proposta di Vinnie Bagwell, Victory Beyond Sims, un bronzo di donna con il caduceo in una mano e la fiamma perenne della vittoria nell’altra, a causa delle proteste della comunità di East Harlem. Gli altri due progetti finalisti prevedevano, quello di Kehinde Wiley tre donne unite per i capelli, quello di Wangechi Mutu un corpo umano seduto su un’enorme preda animale, entrambi fusi sotto una medesima membrana, a sottolineare la connessione tra le violenze coloniali esercitate sui corpi delle donne nere e sui corpi animali – nessi molto chiaramente evidenziati dall’analisi intersezionale di Breeze Harper a partire proprio dalla storia di Sims.

È il 1846 quando Marion Sims, medico originario della Carolina del Sud, si trasferisce a Montgomery, Alabama, dove allestisce un ospedale sul retro di casa con l’intento di ospitare delle pazienti su cui sperimentare una cura per le fistole vaginali (in genere causate da travagli prolungati o da un uso errato del forcipe). Come dilatatore per le sue ispezioni ginecologiche, Sims inizia ad usare una sorta di cucchiaio, perfezionato con l’aggiunta di uno specchio riflettente – lo speculum che prenderà poi il suo nome1. I pazienti di Sims sono donne schiave “prestate” alla medicina dalle piantagioni vicine, ormai rese “disabili alla schiavitù” a causa della loro patologia – che probabilmente sarebbe bastato un miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie a tenere sotto controllo: le schiave infatti diventavano madri molto precocemente, erano spesso sottoposte a violenza sessuale, e malnutrite.

Nel sodalizio fra la ricerca medica e l’economia schiavista, i corpi disabili e dunque “inutilizzabili” delle schiave nere, impossibilitate al lavoro produttivo ma anche a quello riproduttivo così essenziale per quella economia (i dottori fornivano il pedigree ai compratori di schiavi per certificarne la salute fisica) erano riciclate nel circuito delle “piantagioni mediche” (Dudley), dove entravano per essere curate e protette ma finivano per scomparire. Qui, le pazienti vivevano separate dalle comunità di appartenenza e dal sapere che queste condividevano e tramandavano, e i loro corpi medicalizzati erano resi ancora più vulnerabili e impiegati come prove tangibili di teorie pseudoscientifiche in cui si consolidavano le intersezioni di razzismo, specismo e sessismo dell’ideologia coloniale.

Di queste donne, poco meno di una ventina, sono giunti a noi solo tre nomi, Anarcha (“raccolta” a diciassette anni dopo un lunghissimo travaglio), Betsey e Lucy, ma nulla si sa delle loro vite una volta prese in cura da Sims. Le poche notizie che abbiamo, infatti, arrivano dalle memorie del medico, anche perché alle schiave era proibito leggere e scrivere2; è dalle parole di Sims che apprendiamo, per esempio, che Anarcha fu sottoposta a ben trenta operazioni. Queste erano tutte eseguite senza anestesia, salvo somministrare alle pazienti, in fase post-operatoria, forti dosi di oppio, che più che funzionare da antidolorifico finiva per creare dipendenza e accentuare persino i sintomi delle fistole, a causa della costipazione provocata dallo stupefacente. Anche se molto probabilmente l’anestesia non era ancora una pratica diffusa (lo sarebbe divenuta di lì a poco), sebbene conosciuta, e anche se Sims la usò certamente sulle sue pazienti bianche3 una volta diventato un medico di “chiara” fama a New York, la convinzione eugenetica che i corpi dei neri fossero particolarmente insensibili e che ciò rispecchiasse la loro ebetudine e pigrizia patologica, teorizzata in quegli anni da Samuel A. Cartwright come “disestesia etiopica”4, escludeva a priori qualsiasi preoccupazione per il loro dolore fisico.

Che dai tempi di Sims lo speculum sia rimasto sostanzialmente identico, e che i pap test usati come primo strumento di prevenzione del tumore al collo dell’utero siano sempre più disattesi dalle donne, spesso per imbarazzo e paura, dimostra che il dolore fisico femminile è ancora una questione irrisolta: le invenzioni alternative all’attuale speculum, l’uso di materiali e forme meno invasive, un più adeguato training dei ginecologi a un maggiore rispetto delle differenze fra i corpi (per esempio nei casi di utero retroverso, che rende l’ispezione più dolorosa e richiede una diversa manualità) non hanno ancora trovato spazio adeguato. Per esempio, invece di prospettare alle donne possibilità più confortevoli come l’auto-ispezione, che nel 1972, anzi, causò l’arresto della femminista Carol Downer, accusata di insegnare alle donne questa pratica senza avere una licenza medica, e che oggi torna ad essere possibile grazie alla “decolonizzazione viscerale” del collettivo Gynepunk e del suo speculum DIY open source, le campagne contro il tumore al collo dell’utero tendono piuttosto a rivolgersi alle donne colpevolizzandole se non fanno una “prevenzione adeguata”.

Parlando della funzione sociale della primatologia e dell’orgasmo dei primati-femmina (Primate Visions, 1989), Haraway ha scritto che “la storia del femminismo moderno non sarebbe comprensibile senza la storia della moderna biologia della riproduzione e della ginecologia clinica”, tecnologie semiotiche e materiali che sostengono la missione morale del mantenimento dell’ordine e della purezza del corpo sociale. L’attenzione crescente, nel corso dell’Ottocento, per l’igiene e la salute concorreva alla costruzione del corpo di classe della borghesia, che si definiva e distingueva lungo gli assi del genere e della razza dai corpi degli altri categorizzati come infra-umani (Glick). Come ci ricorda Mary Daly in Gyn/Ecology (1978), nello stesso anno della Dichiarazione di Seneca Falls, il 1848, il Dottor Charles Meigs insegnava ai suoi studenti che il controllo degli organi femminili avrebbe permesso di controllarne la mente e lo spirito: tra le donne più pericolose5 c’erano le attiviste, le ostetriche, e le bloomer-wearers (cioè le donne che indossavano i pantaloni, che consentivano loro una maggiore libertà di movimento in tutti i sensi). E dieci anni più tardi, la clitoridectomia, che Sims praticava, sarebbe stata entusiasticamente accolta come cura per la “minaccia” della sessualità non riproduttiva e non strumentalizzabile che la masturbazione femminile rappresentava, presto affiancata dall’isterectomia, cura-pigliatutto utile come rimedio per un ampio ventaglio di “disordini”, dall’emicrania alle gravidanze indesiderate.

In questo contesto, lo speculum era impiegato come un dispositivo ottico, epistemologico e sociale insieme. Già a partire dalla sua etimologia, lo speculum chiama in causa la posizione di potere del Soggetto (verticale) di visione, che le analogie fra le immagini raffiguranti Sims alle prese con le sue pazienti e la nota incisione di Dürer con la donna sdraiata davanti all’artista che la ritrae in prospettiva illustrano molto chiaramente: l’amore per la verticalità accomuna sia l’impulso architetturale dell’umanità (così lo definisce Bataille) che l’immaginario dello specchio (Lacan). Di fronte allo specchio della scienza come a quello dell’arte, il corpo femminile è sulla scena di un teatro anatomico molto particolare (non a caso Sims era amico dell’impresario Barnum), senza tuttavia occupare mai la posizione dell’attore, poiché giace al contrario in un’orizzontalità forzata, che lo espropria del proprio stesso sguardo. Il corpo della donna appare soltanto perché il dispositivo, azionato dal soggetto che guarda e sa, possa esercitare su di esso il proprio potere, ma la storia del vissuto di questi corpi, in effetti, resta inarticolata e muta. Divenuti immagine senza parole, o del tutto scomparsi dietro altri sguardi e altre narrazioni, i corpi di Anarcha, Betsey e Lucy, e come loro di tante altre donne anche se non di tutte allo stesso modo, diventano oggetto d’indagine e strumento di sperimentazione, sono isolati, mutilati, anonimizzati.

Non solo la sterilizzazione forzata imposta per legge ma anche quella apparentemente “volontaria” era rivolta a donne economicamente svantaggiate e appartenenti a minoranze etniche, nell’ottica di un miglioramento della popolazione e dell’eliminazione delle vite “sbagliate” (Glick); prima di essere ufficialmente immesse sul mercato, le pillole anticoncezionali furono sperimentate in genere senza consenso sulle donne portoricane, sulle pazienti dei manicomi o sulle studentesse di medicina (minacciate di essere espulse dai corsi di studio se non collaborative). Ormai tristemente note sono la vicenda di Henrietta Lacks, una donna nera di umili origini di Baltimora, morta di cancro nel 1951, divenuta inconsapevole “donatrice” delle cellule tumorali poi denominate HeLa, replicate e usate nei laboratori di tutto il mondo ancora oggi (raccontata da Rebecca Skloot in La vita immortale di Henrietta Lacks, 2011); e quella di Saartjie Baartmann, la schiava nera di origini sudafricane divenuta ai primi dell’Ottocento un “fenomeno da baraccone” in tutta Europa per la sua steatopigia e per il suo “grembiule”, le labia minora particolarmente allungate, curiosità circense e scientifica (un sodalizio ricorrente) che dovette posare nuda per giorni davanti ai professori del Museo di Storia Naturale a Parigi, e servì da modello per le illustrazioni della Storia naturale dei mammiferi di Étienne Geoffroy Saint-Hilaire e Frédéric Cuvier, il quale ne avrebbe infine sezionato e analizzato il corpo dopo la morte precoce.

Prima della scultura di Bagwell che sarà installata a Central Park al posto di quella rimossa di Sims, se si eccettuano le già menzionate Gynepunk, il progetto artistico multimediale e collaborativo The Anarcha Project è stato l’unico a parlare delle violenze subite da queste donne da parte del sapere medico. Realizzato fra il 2006 e il 2007, e concepito per essere itinerante e coinvolgere le comunità locali e online attraverso seminari, teatro, poesia, proiezioni e performance “guidate”, il progetto è nato all’intersezione fra disability studies e black feminist studies. Al di là di alcune rigidità del mezzo principalmente legate all’età del lavoro, resta estremamente interessante l’idea delle curatrici di organizzare un anti-archivio ipertestuale, ancora oggi esistente, “appiccicoso” per chi lo consulta, chiamato a essere testimone di questa storia e non semplice osservatore. L’intento, che si ispira alla tradizione degli ipertesti femministi, come Patchwork Girl o My body. A Wunderkammer di Shelley Jackson, è quello di rompere con una tradizione secondo cui la conoscenza legittima è soltanto quella custodita nello spazio della ragione, depurato dalle interferenze dei corpi pur essendo su questi edificato.

Che la storia sia una questione di prospettive significa sempre che è una questione di corpi. Non esiste infatti una visione che non sia situata da qualche parte, che non appartenga a un soggetto posizionato, non esistono sguardi senza traiettorie, né traiettorie senza relazioni. La conoscenza non si inscrive soltanto su questi corpi, i corpi la escrivono, per così dire, e così facendo la “macchiano” di tutto quello che la verità tramandata come “leggibile” non contiene né ricorda. Proprio come faceva Carolee Schneemann nella performance Interior Scroll (1975) quando, per protestare contro il canone della storia dell’arte al maschile, leggeva un testo scritto su un rotolo che estraeva dalla sua vagina,6 capovolgendo l’ingiunzione alla neatness del Modernismo. In Speculum. L’altra donna (1974) Luce Irigaray, afferma che “se è vero che occorre rompere (con) un certo modo di specula(rizza)zione, non per questo bisogna rinunciare a qualsiasi specchio, né rinunciare ad analizzare l’influenza che ha questo piano della rappresentazione” sull’afasia dei corpi. Capovolgere lo specchio significa scompaginare l’archivio, “mettersi nel testo” (Cixous), andare a ri-guardare per interferire con la trasparenza della Storia e riportare in primo piano il fondo, il retro, i residui, i margini.

A Sims si deve anche la “scoperta” del vaginismo, l’irrigidimento involontario dei muscoli vaginali, che egli curava praticando delle incisioni e un allargamento dell’imene tramite un dildo in vetro, e la “posizione-Sims”, usata per gli esami postpartum del perineo e per le ispezioni rettali.

Deirdre Cooper Owens, in Medical Bondage. Race, Gender and the Origin of Modern Gynecology (2017) ipotizza che le schiave di Sims in Alabama lo aiutassero anche come infermiere, per quanto solo il New York Hospital fondato da Sims nel 1855 è documentato come primo ospedale per donne, dunque con personale femminile.

Per quanto le sue prime pazienti bianche a New York fossero perlopiù immigrate di origine irlandese, utili a continuare quella sperimentazione che lo avrebbe reso famoso fra le donne bianche delle classi agiate.

Lo stesso che aveva classificato il desiderio di fuga degli schiavi dalle piantagioni come disturbo mentale con il nome di “drapetomania.

La “donna nervosa” su cui si concentrano i dispositivi di sessualità del sapere medico, psichiatrico e piscanalitico di cui parla Foucault in Storia della sessualità (1976).

Si veda anche la cunt art performativa di artiste come le subRosa o Boryana Rossa.

Adesione all’appello dalle Università del Rojava e di Kobane

In quanto comunità di studios*, l’Unità di Ricerca sulle Tecnoculture sente l’urgenza di prendere posizione contro l’invasione del Rojava decisa dall’attuale presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdoğan, e a favore del diritto di autodeterminazione del popolo curdo. Nel 2016 avevamo già aderito all’appello in solidarietà con le accademiche e gli accademici turchi, definiti “rifiuti umani”, licenziati, ostracizzati e imprigionati per aver firmato un appello per la pace in Kurdistan. Crediamo che,  in una prospettiva decoloniale e femminista, in questi momenti in cui si sta consumando il massacro di una popolazione che già da anni resiste contro lo stato e contro l’ISIS, sia di nuovo necessario e urgente prendere posizione. Scegliamo di pensare accanto a coloro che combattono per la loro autodeterminazione, imparando dalle pratiche cosa significhi produrre pensiero trasformativo. Denunciamo l’attuale politica di censura delle pagine che producono controinformazione dal Rojava e degli eventi per promuovere attività di solidarietà da parte dalla mega piattaforma di social networking Facebook, il cui CEO in questi giorni si presenta pubblicamente come paladino della libertà di espressione, e ci impegniamo a condividere sulla nostra pagina FB analisi e documenti relativi a questa intollerabile violenza. Firmando l’appello e diffondendolo, ci proponiamo di farci cassa di risonanza per queste informazioni, per quello che ci è possibile.

Appello dalle Università del Rojava e di Kobane

Con questo documento noi, Università del Rojava e di Kobane, affermiamo che la storia sta assistendo ad un altra cospirazione contro il nostro popolo in resistenza. Per sette anni, i Curdi del Rojava e della Siria del Nord hanno risposto agli attacchi dei mercenari venuti da tutto il mondo ed in questo modo hanno difeso l’umanità intera. Oggi purtroppo questi stessi popoli in resistenza stanno affrontando un sistematico attacco internazionale. Anche se lo Stato turco si mostra in prima linea esistono delle forze internazionali alle sue spalle. Queste forze che avevano lodato la resistenza dei Curdi contro l’Isis oggi per i loro sporchi interessi acconsentono ed anche partecipano all’attacco che ha come obiettivo i Curdi. I cittadini della Russia, degli Stati Uniti d’America e di altri paesi sono stati uccisi in passato dall’Isis in coordinamento con lo Stato turco. Questo oggi sostiene l’Isis ed i suoi mercenari per massacrare i Kurdi secondo un piano politico neo-Ottomano. Lo stato turco ed i suoi mercenari dell’o Stato islamico, di Jabhat al -Nusra, Ahrar al Sham ed altri stanno attaccando ogni luogo che abbia un valore sociale, storico e scientifico. Distruggono, uccidono e saccheggiano. Il mondo intero è testimone del sabotaggio compiuto dallo Stato turco e dai suoi mercenari ad Afrin, Palmira, Mosul, Raqqa e Husanakaif.

Come docenti, studenti e personale delle università del Rojava e di Kobane, nonostante gli attacchi dello Stato turco, abbiamo continuato a impegnarci per la scienza e la conoscenza durante questi ultimi tre anni. Sfortunatamente oggi, tutti gli sforzi, i valori e la neutralità delle università e delle scuole sono seriamente minacciate dal terrorismo di Stato e dai suoi mercenari.

Noi, università del Rojava e di Kobane, diciamo che la scienza e la conoscenza sono anzitutto dei valori sacri per la società che garantiscono un senso morale ed un comportamento rispettoso di tutti. Resteremo all’altezza di questi valori e resisteremo fino alla fine. Intanto facciamo appello a tutte le figure del mondo accademico, alle università ed alle accademie internazionali affinché condannino questi attacchi brutali ed alzino la loro voce e prendano posizione contro di essi. Affinché si possa ancora dire che la scienza, la conoscenza e la cultura sono le basi della dignità umana.

Lunga vita alla resistenza del Rojava e della Siria del Nord

Hackerare il realismo capitalista: serendipità, innovazione sociale e politiche di emancipazione – Intervista a Sebastian Olma 

Il testo qui pubblicato è la traduzione in italiano dell’intervista di Luca Recano a Sebastian Olma, professore di “Autonomy in Art, Design and Tecnology” presso la “Avans” University of Applied Sciences di Breda e Den Bosch nei Paesi Bassi, pubblicata sul blog dell’Institute of Network Culture.  Alla fine dell’articolo, il titolo e il link dell’intervista originale. Immagine di copertina tratta da K-punk, il blog di Mark Fisher

14/05/2019 – Luca Recano e Sebastian Olma

 Luca Recano: “In Defense of Serendipity” si apre con una prefazione di Mark Fisher, una breve ma densa critica di quella che lui chiama “la grande truffa digitale” . In esso, Fisher afferma che “l’insicurezza generalizzata [precarietà] porta alla sterilità e alla ripetizione, non alla sorpresa o all’invenzione”. Fisher fu il protagonista di una profonda indagine sul malessere della nostra epoca. Cosa pensi quando rileggi le sue parole oggi; dopo che si è tolto la vita e i suoi scritti sono diventati un simbolo di disperazione per coloro che bramano il cambiamento ma si confrontano con l’assenza di alternative al presente?

 

Sebastian Olma: Penso che ciò che Mark Fisher ha detto nella prefazione di In Defense of Serendipity sia ancora valido. Forse ancora di più oggi rispetto a quando l’ha scritto. Intendo questo, nel senso che la sua critica dell’ideologia californiana sta diventando sempre più mainstream. C’è ancora molta propaganda là fuori che celebra le benedizioni delle “smart cities” e delle società digitali e così via, ma è diventato molto più difficile negare l’esistenza della brutale economia estrattiva che tale marketing aziendale vorrebbe mascherare. Quando persino qualcuno come la professoressa della Harvard Business School Shoshana Zuboff arriva a scrivere una critica accanita del “capitalismo di sorveglianza”e dello sfruttamento illecito del “surplus comportamentale” significa che la situazione sta cambiando. Mark ha attaccato incessantemente la propaganda digitale sin dall’inizio e lo ha fatto da una posizione di profondo fascino per la cibernetica e per la cultura (pop) che ha generato. Uno dei motivi per cui il suo libro sul realismo capitalista del 2009 ebbe una risonanza così enorme fu che rivelò che il pipedream digitale faceva parte di una strategia politica reazionaria. Questo era assolutamente cruciale per le persone come me in quel momento perché dimostrava che non tutti avevano perso la testa, non tutti stavano comprando la presa per i fondelli della cloud digitale che organizzazioni come TED e O’Reilly Media ci propinavano.

Se me lo chiedi, penso che sia così, che dovremmo considerare l’eredità intellettuale di Mark. Non c’è nulla nei suoi scritti che indichi sottomissione alla disperazione. Direi che è vero il contrario. C’è un’intensità radiosa nel suo lavoro che è estremamente affermativa nella vita, sempre alla ricerca di crepe in un presente soffocante; crepe che potrebbero condurre verso un possibile futuro. Questo si presenta con particolare vivacità nei suoi ultimi due libri, Ghosts of My Life e The Weird and the Eerie. Se si può parlare di oscurità lì, è sempre quella del presente che deve essere superata. Quindi no, non vedo Mark come un simbolo di disperazione; per me era e rimane un pensatore ferocemente ottimista che ha ispirato così tante persone nella loro convinzione e nella lotta per “un mondo che potrebbe essere libero” come scrive nel suo frammento sul comunismo acido .

 

 L.R Nel libro c’è molta enfasi sul ruolo dei movimenti sociali e della controcultura. Vivi ad Amsterdam, una città che un tempo era famosa per il suo movimento squatter piuttosto avanzato e, allo stesso tempo, per l’innovazione imprenditoriale. Nel libro, si discute della controcultura americana e del suo ruolo nella formazione della cosiddetta ideologia californiana. Cosa diresti sul  ruolo che l’arte, i movimenti sociali e le controculture di oggi svolgono in termini di sviluppo del capitalismo (innovazione, creatività ecc.). Pensi che siano stati completamente assorbiti dal paradigma neoliberale del lavoro creativo e digitale, come sembra sia stato sostenuto dai sociologi francesi Luc Boltanski ed Eve Chiappello? C’è ancora spazio per l’autonomia e la sperimentazione nei processi di innovazione e, in caso affermativo, a quali condizioni?

 

S.O. Hai ragione a indicare Amsterdam come una città con un certo retaggio storico di apertura culturale e progressismo politico che nella seconda metà del 20 ° secolo si è tradotto in una proliferazione di spazi per la sperimentazione subculturale. Questi spazi formano una rete che in effetti ha guidato l’innovazione culturale in tutta la città, trasformandola in un faro di creatività urbana alla fine del XX secolo. Alcuni sociologi hanno sostenuto che Amsterdam era la città europea che ha dato a Richard Florida una sorta di progetto per la sua idea di città creativa. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, il modello era San Francisco. Quindi sì, ci sono definitivamente una serie di somiglianze tra l’esperienza olandese e quella californiana per quanto riguarda il ruolo storico che le sottoculture hanno avuto nei processi di innovazione culturale, e in seguito a ciò, l’innovazione gestita a livello economico-finanziario. Hai anche ragione nel sottolineare la distruzione di questi “motori” dell’innovazione da parte delle politiche neoliberali. Il soffocamento dello spazio urbano da parte di massicce speculazioni finanziarie e investimenti eccessivi nel settore immobiliare sembra essere molto peggio a San Francisco, ma è anche dolorosamente sentito ad Amsterdam.

Questi sviluppi rappresentano un problema che va ben oltre la questione della sottocultura. In effetti, alcune forme di pratica artistica e subculturale sono spesso beneficiari perversi del rimodellamento neoliberale delle nostre città in quanto funzionalizzate come impiallacciature “creative” di un tessuto urbano altrimenti omogeneizzato. Coloro che soffrono sono famiglie a basso e medio reddito, ma sempre più anche giovani, piccoli imprenditori, insegnanti e persino medici che non possono più permettersi gli affitti in aumento. Quindi il problema non è tanto (o almeno non solo) la scomparsa degli spazi subculturali ma la de-diversificazione della vita urbana. Questo è ciò che distrugge la città come “macchina della serendipità” e la rende sempre più prevedibile e noiosa. Inoltre, distruggendo il potenziale fortuito della città, anche la capacità di una società di innovare diminuisce. Che nella situazione odierna significa la distruzione della possibilità di qualsiasi tipo di futuro. Non sono sicuro che i nostri urbanisti e strateghi politici abbiano colto la gravità della loro incapacità di sfidare l’attuale traiettoria. Chi fermerà l’economia estrattiva e neoliberale che sta causando la sesta estinzione di massa se non una politica veramente cosmopolita nata dalle potenze inventive della città?

 

L.R. La ricostruzione storica ed etimologica del concetto di serendipità (in breve: il processo di scoperta o di ricerca di qualcosa di utile, valido o buono, senza cercarlo specificamente) che si fa nelle prime pagine del libro, si riferisce direttamente a un problema epistemologico ontologico: come diviene il mondo, cosa lo muove, come vengono “prodotte” le nuove realtà? Più avanti nel libro, invochi la sociologia “dimenticata” di Gabriel Tarde e la sua utilità per una teoria sociale dell’innovazione. Perché pensi che oggi sia necessaria una teoria dell’innovazione sociale? Perché le “buone pratiche” non sono sufficienti?

 

S.O. Abbiamo un disperato bisogno di una discussione politica sull’innovazione sociale come modo per contrastare l’impatto distruttivo dell’economia estrattiva neoliberale sulle nostre città, società e, in definitiva, sul pianeta. Ciò che è attualmente messo in scena in nome dell’innovazione sociale è una farsa con l’obiettivo di non affrontare le grandi sfide del nostro tempo. In realtà è abbastanza ovvio, se si osservano le metodologie su cui operano organizzazioni come la Nesta britannica o le loro controparti olandesi più piccole: un problema “malvagio” come, diciamo, la fame nel mondo, lo sfruttamento economico o la distruzione ambientale viene suddiviso in una serie di step, riducendolo a qualcosa che può essere risolto da un’app, un modello aziendale o una combinazione di entrambi. Il design thinking ne è un chiaro esempio, la cosiddetta comunità dell’innovazione sociale ne ha sviluppato le proprie versioni. Nel mio libro, la chiamo “ginnastica del cambiamento immutabile” (changeless change). È un po ‘come il “soluzionismo” di Evgeny Morozov solo molto più cinico. Invece di affrontare i nostri problemi,  spesso complessi e di portata globale, in modo tale da lavorare verso una risposta appropriata, viene eseguito un atto simbolico che non cambia nulla ma che dà a coloro che “risolvono” la sensazione di “rendere il il mondo un posto migliore ”. La perfidia della varietà sempre mutevole di questo tipo di pratiche dell’innovazione sociale sta nel fatto che spreca l’energia di una giovane generazione che è seriamente intenzionata a voler cambiare il mondo in meglio; energia di cui abbiamo un disperato bisogno.

Abbiamo bisogno di una teoria dell’innovazione sociale per aiutarci a separare il changeless change dal cambiamento reale. Le generazioni più giovani devono essere in grado di decidere in cosa valga la pena investire le proprie energie e in cosa no. A volte esempi di “buone” o “migliori pratiche” possono essere d’ispirazione, ma se vuoi davvero salvare il mondo, devi capire come funzionano i nostri sistemi sociali complessi, come il cambiamento sociale e l’emancipazione sono stati ottenuti storicamente e quali sono i poteri che stiamo affrontando oggi. Supportare le nuove generazioni nel trovare la propria strada è una grande responsabilità. Il ruolo più deplorevole oggi è svolto da quei funzionari adulti che sanno esattamente cosa sta succedendo ma continuano a giocare il gioco del changeless change per difendere la loro posizione istituzionale acquisita.

Il lavoro di Gabriel Tarde è interessante sotto questo aspetto. Se anche un sociologo secolare può aiutarci a smascherare l’innovazione sociale come cambiamento immutabile, immagina che tipo di pensiero innovativo potremmo produrre se insegnassimo ancora una volta agli studenti a pensare in modo critico alla società. A titolo di considerazione, l’ipotesi dell’Antropocene ha bisogno di una mobilitazione intellettuale abbastanza potente da fermare la sesta estinzione di massa .

 

L.R. La teoria di  Tarde sembra molto utile nel descrivere un’ontologia sociale che funga da base per l’innovazione, specialmente quando si tratta della micro-dinamica dell’innovazione. Ma quando consideriamo  i processi di innovazione che coinvolgono la società in quanto tale nel suo complesso, le dinamiche dell’imitazione e dell’invenzione che Tarde postula per gli individui si spostano nell’ambito di comunità e sistemi complessi, coinvolgendo altri fattori, sia strutturali che contingenti. Qui le cose si complicano per la teoria.

Esistono teorie sociali, alcune in parte derivanti dalla sociologia di Tarde, che potrebbero affrontare il tema dell’innovazione sociale in tutta la sua complessità. Pensiamo alla Assemblage Theory di Manuel De Landa , Actor-Network Theory di Bruno Latour o le diverse declinazioni delle teorie della complessità, tra quelle che mi vengono in mente. Inoltre, la teoria critica, le teorie radicali marxiste e femministe e in particolare la teoria dell’ecologia politica e quella della riproduzione sociale potrebbero forse fornirci un quadro per comprendere il ruolo delle relazioni di potere e di dominio, e i rapporti sociali di produzione in cui sono inserite, in modi nuovi. Inoltre c’è la questione di aprire la visione problematicamente universalista basata sull’umanità per includere relazioni con entità non umane, naturali e tecniche. Pensatori come Bernard Stiegler e Yuk Hui stanno sviluppando nuovi strumenti teorici aprendo nuove strade del pensiero filosofico e ” cosmotecnico ” riguardo alle sfide della nostra epoca, al di là del paradigma dell’Antropocene.

Pensi che usare queste teorie per ricostruire un approccio critico all’innovazione sia utile, chiarendo le contraddizioni, i conflitti e le possibilità che ciò comporta e inquadrandolo alla luce delle sfide del cambiamento ecologico e sociale della contemporaneità?

 

S.O. Ti riferisci al tuo approccio qui? Non sono sicuro che importi così tanto quali sono le tue risorse teoriche o riferimenti purché non li usi per scopi di mistificazione accademica. Prendi qualcosa come la teoria actor-network. Gli accademici in carriera hanno una debole per essa perché fornisce loro un milione di modi complessi per dire “ci sono relazioni”. Questo funziona per ottenere con successo borse di ricerca perché consente di adattarsi alle ultime mode politiche e di scrivere dozzine di documenti vuoti. Sfortunatamente, è meno efficace affrontare le sfide che stiamo affrontando. Questo è esattamente il motivo per cui Bruno Latour, l’architetto intellettuale di questo approccio, ritorna ad un’analisi politica sorprendentemente radicale nella sua considerazione dell’Antropocene. Secondo lui, una potente élite comprende perfettamente che l’economia neoliberale dell’estrazione costerà per lo meno la vita di miliardi di persone. Tuttavia, essi hanno deciso che ne vale la pena. Queste non sono persone che puoi sfidare costruendo un’app o modificando un telefono cellulare in un prodotto più sostenibile. Richiederà uno sforzo politico gigantesco per privarli del loro potere. Se la tua teoria o analisi sarà utile per creare lo slancio che potrebbe portare a tale sforzo, allora sei sulla strada giusta. Tuttavia, per fare questo, devi dire molto di più di “ci sono relazioni”. Alcune relazioni sono più potenti di altre e abbiamo bisogno di una teoria sociale che ci aiuti a capire come affrontarle. 

Hai ragione a indicare Bernard Stiegler come uno dei grandi filosofi del nostro tempo. Sfortunatamente, non è molto letto, un fatto per il quale il suo stile di scrittura contorto comporta almeno una parte della responsabilità. Non fraintendermi, nessuno capisce la tecnologia e il suo ruolo nei processi di cambiamento sociale meglio di Stiegler. Sembra che il mondo non abbia imparato a impegnarsi con questo tipo di pensiero provocatorio complesso …

 

L.R. Nel corso del tuo libro, fai riferimento alla nozione di tecnologia di Bernard Stiegler come pharmakon , vale a dire, il suo potenziale ambivalente di essere veleno e / o curare. Il discorso pubblico sul rapporto tra tecnologia e cambiamento sociale riflette questa ambivalenza: ci sono entusiasti  tecno-utopisti e nefasti predicatori tecno-distopici; approcci tecno-deterministi o tecno-neutralisti e così via. È un’immagine piuttosto confusa. Qual è l’antidoto a questa confusione? È possibile, parafrasando Donna Haraway, “rimanere presso il problema” ed essere coinvolti nel mondo della tecnologia di oggi, mentre allo stesso tempo si è impegnati a progettare un diverso paradigma tecno-sociale, o almeno lavorare per esso?

 

S.O. Non vedo davvero alcun motivo di confusione. Prendi la filosofia di Bernard Stiegler a cui ti riferisci. La tecnologia ha sempre fatto parte dello sviluppo umano e, come sostiene Stiegler, può persino essere vista come quella che definisce la forma di vita umana. Quindi, ovviamente, può essere benigna o maligna. Questo è vero per un cuneo di pietra tanto quanto per un computer. In questo caso hai ragione, il tecno-determinismo è mentale. Tuttavia, vorrei contestare l’immagine che stai dipingendo qui. Non vi è alcun equilibrio tra tecno-euforia e le predicazioni nefaste e tecno-distopiche. Gli ultimi due decenni sono stati dominati dall’idea che la tecnologia digitale nel suo uso attuale sia necessariamente vantaggiosa per la società. Prendi i social media. Eravamo così euforici per i loro presunti effetti positivi che abbiamo più o meno imposto i social media sulla fragile psiche dei nostri giovani senza nemmeno il minimo avvertimento o preparazione cautelativa. Puoi paragonarlo a dei genitori che danno la cocaina ai loro figli sedicenni perché “li fa pensare più velocemente”. Non sto scherzando in questo caso. L’impatto avvincente e l’assuefazione dei social media sono stati programmati dall’industria fino a ogni impulso della micro-dopamina. Dieci anni dopo, i primi studi longitudinali stanno venendo fuori, documentando chiaramente il danno che è stato fatto. Ci stiamo strappando i capelli per la disperazione a causa della gravità di questa forma di dipendenza. 

Al contrario, non ho visto nessuno che ha sostenuto che l’invenzione del computer segna l’inevitabile fine del mondo. Potrebbero esserci dei pazzi là fuori, ma non hanno nulla di paragonabile alla visibilità che hanno gli “evangelisti digitali”. Se vuoi sapere perché questo è così, devi solo leggere la summenzionata studiosa della Harvard Business Shoshana Zuboff che documenta meticolosamente le enormi risorse e strategie utilizzate dall’industria IT al fine di influenzare il processo decisionale e l’opinione pubblica a loro favore.

Quindi, questo è l’antidoto alla situazione che stai descrivendo. Richiamare queste strategie e capire che non c’è nulla di naturale o neutrale nella traiettoria tecnologica ma che segue interessi politici ed economici. Se vogliamo una tecnologia che renda le nostre vite migliori e ci aiuti a salvare il pianeta, dobbiamo creare le condizioni politiche che la costringano a farlo. Questo non è un enigma, ma richiede ancora un enorme sforzo politico.

 

L.R. Nonostante l’egemonia neoliberale, esistono ancora spazi di resistenza e sperimentazione. Esistono comunità auto-organizzate legate alla cultura hacker e maker (kacher spaces, hack labs, critical makerspaces); iniziative strutturate intorno ai “commons” ( P2P , software libero, hardware libero, accesso aperto); reti e movimenti formati da cooperative di piattaforma; sindacati IT e nuove forme di lavoro organizzato; attivismo contro la guerra, lo sfruttamento e l’invasione della privacy; iniziative per politiche progressiste come il reddito di base (che coinvolgono attivisti, designer, imprenditori e politici). Cosa ne pensi di questi diversi movimenti? È possibile inquadrarli in termini di un “ecosistema di possibilità alternativ”e nel contesto della crisi ecologica e sociale globale? È possibile costruire un discorso comune e una pratica politica tra queste esperienze?

 

S.O. Non ne sono sicuro. Alcuni dei tuoi esempi qui sono piuttosto semplici. Forme di lavoro organizzato per i lavoratori precari? Ovviamente. Attivismo femminista, contro la guerra, a favore della privacy? Assolutamente. Per il resto, tutto dipende da cosa stanno cercando questi diversi movimenti e iniziative. Sono seriamente interessati a sviluppare pratiche che potrebbero aiutarci a costruire un futuro desiderabile? O stanno semplicemente cercando di ritagliarsi una comoda nicchia nel sistema esistente? Per coloro che vogliono costruire seriamente un futuro, si tratta di essere estremamente attenti e (auto)critici quando si tratta di decidere cosa funziona e cosa no. Ciò che vediamo al momento, in particolare nei Paesi Bassi e in Belgio, è uno sfortunato tentativo di rianimare l’idea degli zombie degli anni Novanta: “small is beautiful”. Nel nome dei “commons” o, peggio ancora, il “commonismo” [sic] buone iniziative (in linea con quelle che stai descrivendo) sono raggruppate insieme ai progetti neoliberali più rivoltanti al fine di generare una mappa che mostri che in realtà la nuova società (dei beni comuni) è già qui. Va tutto bene, siamo salvati, grazie mille! La logica qui è: “siccome queste non sono grandi organizzazioni, allora devono far parte dei beni comuni”. In una certa misura, la precarietà economica e la debolezza politica diventano i parametri aspirazionali del futuro. Esiste un modo più spaventoso di gettare la nuova generazione sotto l’autobus neoliberista? 

Non sono convinto dall’ipotesi dei beni comuni proprio perché il suo reale effetto politico è stato finora estremamente problematico. Celebrare un’infrastruttura potenzialmente emergente di un futuro Comune non ha fatto nulla per impedire la continua distruzione dell’infrastruttura effettivamente esistente del Pubblico. Mi riferisco alla spietata privatizzazione, esternalizzazione e commercializzazione dei nostri servizi pubblici, dall’assistenza sanitaria e delle politiche abitative, fino al governo stesso. Il brillante lavoro dell’economista Mariana Mazzucato ha fatto molto per scoprire la distruzione del valore pubblico che la credenza religiosa nella superiorità del mercato sta causando. Voglio dire, stiamo tutti sognando un futuro Comune, ma non è più urgente fermare prima la svendita del Pubblico? Finché i sostenitori dei beni comuni voltano le spalle a questo oltraggio, non meritano di essere presi sul serio. Se l’idea dei beni comuni viene impiegata in modo schiacciante per sostenere carriere, iniziative, ricerche e politiche che difendono lo status quo neoliberale, chiaramente non appartiene a quello che tu chiami “ecosistema di possibilità alternative”!

 

L.R. Nel tuo libro c’è una critica abbastanza esplicita di organizzazioni come Nesta e il suo direttore Geoff Mulgan, per il ruolo che svolgono nel campo dell’innovazione sociale digitale. Queste organizzazioni svolgono un ruolo centrale nella definizione delle politiche dell’UE per quanto riguarda l’uso delle tecnologie digitali nel settore industriale, logistico e dello sviluppo urbano (smart cities). Mi sembra che l’UE stia cercando di trovare una posizione diversa da quella del modello ultra-capitalista e neoliberale della Silicon Valley e del modello statalista e centralista rappresentato dalla Cina. Quale ruolo può svolgere l’innovazione sociale in questo contesto? È più che retorica e marketing? Pensi che l’UE abbia imparato la lezione dal modo in cui le sue industrie creative e i suoi programmi di economia digitale hanno aiutato la gentrificazione delle nostre città e la precarizzazione del lavoro?

 

S.O. è assolutamente affascinante vedere che le stesse persone responsabili del paradigma delle industrie creative sono ora alla guida dell’agenda dell’innovazione sociale digitale. Diamo una rapida occhiata al paradigma dell’industria creativa. L’idea di base era quella di creare una serie di politiche che intervenissero in modo proattivo nella trasformazione strutturale dell’economia (in senso lato: dall’industriale al post-industriale) infondendo in essa il potere della creatività (leggi: arte e design). I “pensatori leader” delle industrie creative come Geoff Mulgan e Charles Leadbeater erano molto vicini a Tony Blair la cui politica della Terza Via attuò il neoliberismo in Gran Bretagna, nel senso che il mercato stava diventando il principio centrale del governo. Come Blair, erano a favore dell’abbandono dell’approccio europeo delle politiche socialdemocratiche, tra cui forme più democratiche di governance economica. Invece, hanno guardato agli Stati Uniti alla ricerca di un nuovo modello industriale. Il percorso più efficace verso un’economia creativa che i nostri “pensatori leader” credevano di aver trovato consisteva nei modelli di business della Silicon Valley.

Tuttavia, il potere dell’industria americana delle ICT era cresciuto da specifiche condizioni storiche, era sostenuto da ingenti finanziamenti governativi e, sempre più, protetto da un potente apparato di leggi e regolamenti aziendali. Quindi, ciò che accadde fu che il discorso delle industrie creative europee divenne un guscio retorico che importò la cultura aziendale della Silicon Valley – la famosa ideologia californiana – in Europa senza avere un settore che potesse trarne profitto. Le industrie creative avrebbero dovuto crescere fondamentalmente costruendo cluster culturali e creativi nelle nostre città e infondendoli con il gusto imprenditoriale della west coast. Ovviamente, sto semplificando un po ‘. Tuttavia, invece di diventare i motori di una nuova economia creativa emergente, questi gruppi sono diventati i bulldozer creativi della macchina immobiliare che ora sta vandalizzando le nostre città. Chiaramente, la strategia industriale fallì. Nonostante questo fallimento, l’UE e i governi nazionali hanno continuato a spingere la dimensione ideologica dell’agenda delle industrie creative, attuando efficacemente un programma di rieducazione californiana per i settori culturali ed educativi dell’Europa: gli artisti (e i cittadini in generale) dovevano reinventarsi come imprenditori, la creatività collettiva ha lasciato il posto alla competizione individualistica, i valori sociali sono stati dichiarati nulli a meno che non generassero un prezzo sul mercato. Ovviamente, nulla di tutto ciò ha aiutato le economie europee a diventare più competitive. Anzi, ha devastato una sfera culturale che avrebbe potuto generare un’efficace difesa europea e una risposta all’economia estrattiva della Silicon Valley. Mentre sarebbe assurdo incolpare l’agenda delle industrie creative da sola per il soffocamento delle nostre città o la degenerazione della nostra cultura politica, bisogna dire che essa è stata sicuramente un fattore abilitante.

Dobbiamo davvero fidarci degli strateghi chairman, che sono responsabili di questo disastro assoluto perché hanno la faccia tosta di rimodellarsi ora come innovatori sociali digitali? Chi si accosta ad una politica di emancipazione come se si trattasse di avviare una serie di start-up digitali? Stai scherzando. Ci sono studiosi e attivisti seri che pensano alle forme emancipative dell’utilizzo della tecnologia digitale. Morozov ha appena pubblicato un luminoso intervento su quello che chiama “socialismo digitale” nella New Left Review. Prestiamo attenzione a loro, non ai tipi di consulenti irresponsabili che si aggrappano a un approccio fallito.

 

L.R. Sfidi e critichi regolarmente prestigiose istituzioni culturali nella tua città, Amsterdam, per la loro complicità nei processi di gentrificazione o per la promozione acritica di tropi ideologici come la smart city o la sharing economy. In quest’ottica molte di queste istituzioni sono abbastanza ambigue nella loro natura: il loro opportunismo si intreccia con un immaginario di trasformazione sociale radicale o progressiva: transizione ecologica, giustizia sociale, cittadinanza globale, beni comuni, diritti civili. Le istituzioni culturali di Amsterdam, ovviamente, non fanno eccezione. È possibile intervenire in queste contraddizioni, “hackerando” queste istituzioni in modo che diventino più autonome e possano guadagnare qualche utilità politica?

 

S.O. Penso che ciò dipenda dal livello individuale di corruzione di ciascuna istituzione. Molti di essi sono stati istituiti esplicitamente come supporto infrastrutturale del paradigma delle industrie creative. Puoi paragonarli ai “palazzi della cultura” stalinisti dell’ex blocco orientale. Esistono per un solo scopo; razionalizzare la società civile in base alle esigenze del neoliberismo. Il loro messaggio alla nuova generazione è che la politica è diventata obsoleta. Celebra la tua identità individuale, credi nella tecnologia, ottimizza te stesso per una vita di costante competizione, è tutto ciò che devi fare per rendere il mondo un posto migliore.

In altre parole, – e qui torniamo all’inizio della nostra conversazione – ci contaminano con la tossicità del realismo capitalista, cioè diffondendo la menzogna che non è né possibile né necessario cambiare le regole del gioco neoliberale. Il fatto è che possiamo e dobbiamo urgentemente cambiare queste regole se vogliamo che l’umanità sopravviva. Si chiama politica emancipativa. È ciò che i neoliberisti temono più di ogni altra cosa. Esistono molti modi in cui le istituzioni culturali possono contribuire alla costruzione di una tale politica, dalla sensibilizzazione sugli effetti psichici debilitanti della precarietà e dalla concorrenza permanente a livello individuale, alla costruzione di un’azione collettiva contro il continuo vandalismo della città da parte dei ricchi e potenti. Se è questo che intendi per hacking, allora sì, facciamolo!

Hacking Capitalist Realism: on serendipity, social innovation and emancipatory politics – Interview with Sebastian Olma 

Sebastian Olma è professore di “Autonomy in Art, Design and Tecnology” presso la “Avans” University of Applied Sciences di Breda e Den Bosch nei Paesi Bassi. Vive ad Amsterdam. Per anni si è occupato di critiche sociali e culturali, in particolare per quanto riguarda la politica delle industrie culturali. Nel suo libro, “In Defense of Serendipity. For a Radical Politics of Innovation “(2016) , Sebastian Olma avanza una potente critica culturale contro il paradigma neoliberale dell’innovazione, che schiaccia le possibilità e le differenze dell’innovazione sociale sulla scala incrementale dell’innovazione tecnologica ed economica, rendendo così sterile lo sviluppo di innovazione in generale.

Luca Recano è attivista e militante nei movimenti sociali napoletani, membro della TRU e e dottorando di ricerca in Studi Internazionali presso l’Università degli Studi ‘L’Orientale’ di Napoli con un progetto di tesi sull’innovazione sociale, nel cui ambito ha condotto un periodo di ricerca ad Amsterdam.

Pelle Queer Maschere Straight. Estratti dall’introduzione

Di seguito pubblichiamo un estratto dell’introduzione di Tiziana Terranova al libro “Pelle queer maschere straight. Il regime di visibiltà omonormativo oltre la televisione” di Nina Ferrante, entrambe parti della TRU. 

Glitch – Percy Bertolini

C’era una volta la televisione nazionale, medium domestico e addomesticante per eccellenza, attorno a cui le famiglie si raccoglievano ogni sera a ricevere, dopo il telegiornale, la loro dose quotidiana di salubre intrattenimento fatto di film, sceneggiati, quiz, e gare musicali, insomma di ‘buona’ cultura nazionalpopolare. L’intima relazione tra televisione, la nazione e la famiglia, anche laddove, come negli Stati Uniti la televisione è sempre stata commerciale, è iniziata negli anni del boom economico del secondo dopoguerra quando l’elettrodomestico televisore è diventato uno dei punti focali di aggregazione della famiglia, funzionando, insieme al tavolo da pranzo, come uno dei luoghi attorno a cui, per citare Antonia Anna (Nina) Ferrante, la famiglia ‘si produce nella sua ritualità e gerarchie’, quali per esempio i posti ‘silenziosamente assegnati’[1]. A differenza del tavolo da pranzo, il nuovo centro della ritualità domestica, il televisore, con il suo schermo fluorescente e quasi ipnotico, anche se ancora a bassa definizione, esponeva e connetteva l’interno familiare al suo esterno, la nazione, che lo conteneva e gli dava senso.

E c’era una volta, qualche decennio dopo, Internet, tecnologia di nicchia, accessibile attraverso il personal computer, medium individuale e libertario in cui la famiglia era decisamente assente come pure la nazione, tecnologia di formazione di intelligenze collettive (con i suoi newsgroups e mailing lists), di comunità virtuali (le BBS), ma anche spazio ludico e sperimentale. I giochi di ruolo online raccontati dalla cyberpsicologa Sherry Turkle e la teorica trans Alluquére Rosanne Stone esplicitamente invitavano a giocare con l’identità e il genere, rendendo la ‘computer-mediated communication’ (come si chiamava ancora nei primi anni novanta) luogo di esplorazione della performatività del genere[2]. I più famoso dei mondo virtuali online del primo Internet, LambaMoo, per esempio, offriva a chi partecipava al gioco la possibilità di scegliere tra ben sei generi (neutro, maschio, femmina, entrambi, ‘spivak’, asterisco, plurale, egotistico, Reale, e seconda persona) o aggiungerne addirittura altri.[3]Oggi, invece, Internet ci chiede sempre più spesso il nostro ‘vero’ nome, la nostra ‘vera foto’, o persino un documento d’identità, e la televisione non solo non è più monogamicamente accoppiata alla domesticità, ma si dispiega promiscuamente su una molteplice eterogeneità di schermi diventando satellitare, digitale, smart, online, in streaming e algoritmica. [4]

L’appassionante libro di Nina Ferrante che avete tra le mani, dunque, attinge la sua energia affettiva e intellettuale dall’intersezione tra la trasformazione delle tecnologie sociali della comunicazione e la crisi sempre più evidente della famiglia biologica ed eterosessuale, cioè di quel modo di vivere insieme che ha ridotto la grande trama della parentela della vecchia famiglia allargata all’istituzione normativa della famiglia nucleare su cui grava il peso di sostenere tutti i ‘legami di sangue, legali, di intimità, di convivenza, di supporto e soccorso’. Nel suo viaggio attraverso alcune di queste ‘nuove storie’, il libro di Nina Ferrante ci rende partecipe del grande processo di ‘contestazione affettiva’ della normalità della famiglia, prima ancora che del genere, a partire da quella che definisce la ‘moltitudine queer’, esponendoci all’aprirsi dei modi di vita alla trama delle nuove ‘parentele radicali’, alla micropolitica della resistenza attraverso gli affetti, nell’intreccio tra il movimento del desiderio e il bisogno di sentirsi protett*, cioè bisogno di cura e di affidabilità. E’ davvero tardi, forse troppo tardi, ci chiede fin dall’inizio, ‘per pensare a delle forme di affettività, prima ancora che di sessualità, radicali’?

Pelle Queer, Maschere Straight, ci accompagna in un viaggio attraverso il divenire queer del mondo audiovisuale e della televisione post-nazionale, quella delle piattaforme, di YouTube, Vimeo, di Netflix e Amazon Prime, di tutti i luoghi dove diventa possibile rintracciare e vedere (anche se sempre meno scaricare) video, documentari, serie, film e documenti di ogni generi che testimoniano la costruzione dei modi di vita del queer in quanto modalità collettiva ‘di resistenza ai discorsi e alle tecnologie di produzione della normalità’. Lungi dall’essere una forma di ‘politica dell’identità’, il queer nasce dunque dalla ‘guerra dichiarata al regime di universalizzazione delle identità’, come nelle lettere dell’acronimo ‘lgbt*nbiqtaa+’ che continuano ad accumularsi come si accumula e si espande ‘l’archivio delle lotte’ attorno alla ‘normalità’. Il queer dunque è, foucauldianamente, il tentativo di ‘definire e sviluppare modi di vita eccentrici’ piuttosto che ‘identificarsi ai tratti psicologici e alle maschere visibili dell’omosessuale’. Ferrante testimonia qui dunque quello che è stato negli ultimi dieci anni (che includono quelli in cui ha iniziato questa ricerca) un vero e proprio processo di coming out collettivo di gay e lesbiche, bisessuali e trans, un’opportunità di visibilità che però pone la domanda ‘a che costo?’ Quale prezzo viene pagato dalle soggettività queer per la ‘normalizzazione’ che si esprime anche in un fenomeno di cultura popolare come il trono gay di Uomini e Donne di Maria De Filippi, quale per esempio, quello di doversi mostrare a tutti i costi ‘uguali e normali’? La sfida ci dice Ferrante, sta invece tutta ‘nella proliferazione di sessualità che imitano, viaggiano accanto, contraddicono e resistono a quel paradigma’ dell’uguale e normale e che complessificano la ‘relazione implicita tra la norma eterosessuale e la nazione’.

Questo dunque è un libro che pure occupandosi di temi relativi alla sociologia dei processi culturali e comunicativi si può considerare tuttavia anche uno studio’ vero e proprio, nel senso che appartiene al campo degli ‘studi’ (gli studi culturali e sui media, gli studi queer e il femminismo), tanto bistrattato dai difensori delle discipline (i discorsi o ‘logos’ della sociologia, dell’antropologia o della filosofia) tra cui gli studies anglofoni appunto in Italia sono dispersi, ma anche frutto di uno ‘studio sociale’ nel senso che hanno dato alla parola Stefano Harney e Fred Moten in The Undercommons, quando ci dicono che ‘lo studio è quello che fai con gli altri, è parlare camminare con gli altri, lavorare, ballare, soffrire’ nella irreversibile intellettualità di queste attività, nel coinvolgimento in una pratica intellettuale comune che dà accesso a una ‘intera, variegata, alternativa storia del pensiero’ e nel riconoscimento che ‘la vita intellettuale è al lavoro tutt’intorno a noi.’[5] Quello che è chiaramente percepibile in questo libro è proprio il suo essere immerso e nutrito dall‘undercommons del pensiero radicale queer e femminista.

Libri come questo smentiscono a mio modesto parere la caricaturizzazione degli ‘studi’ (incluso gli studi di genere e gli studi queer) prodotta dalla paranoia delle discipline verso tutto ciò che abita letteralmente, per citare Gloria Anzaldua, le ‘borderlands’ (le terre di confine) tra i discorsi. Assediate da un lato dall’ondata crescente e apparentemente inesauribile dell’analitica dei dati, e dall’altro dalle richieste che vengono dalla società e dalla cultura contemporanea di saperi che parlino a e con le soggettività in mutazione, le scienze umane e sociali attraversano una crisi di identità. Che succede quando, come osservarono qualche tempo fa i sociologhi inglesi Roger Burrows e Mike Savage in un premiatissimo saggio, la sociologia vede i suoi strumenti di rilevazione empirici superati da quelli usati da ricercatori che lavorano per il governo o sempre più spesso per le corporazioni?[6] Una sentiment analysis dei testi di queste serie davvero ci avrebbe restituito in modo migliore il senso di quello esse rivelano o dei pensieri a cui aprono intorno al dis/farsi della famiglia e del binarismo del genere? Aprirsi agli ‘studi’ significa rischiare di farsi trascinare nella contesa politica e diventare l’obiettivo di avversari politici (i famosi ‘hoaxers’) disponibili a investire tempo e denaro pur di trovare ed aprire delle falle volte a screditarli?[7] Come rivendicare un ruolo, un metodo, un rigore e una serietà per i saperi umanistici senza renderli branche delle scienze naturali facilitando, come avverte Rosi Braidotti, la marginalizzazione del pensiero critico?[8] E’ più importante mettersi al sicuro conformandosi ai criteri di scientificità delle scienze dure e codificare i propri in maniera intransigente sotto la protezione di qualche grande ‘maestro’ defunto oppure continuare a perseguire i propri percorsi ‘indisciplinati’ come suggerisce Iain Chambers, continuando a porre interrogativi non autorizzati per mantenere viva la relazione con tutto quello che nella cultura e nella società si muove, resiste e lotta?[9]

Il libro di Ferrante è dunque un esempio una forma di studio che non ha ‘oggetti’ osservati da un soggetto che è trasparente, cioè non marcato, non visibile, non interrogabile, ma che non fluttua neanche nel vuoto di una postura teorica volta semplicemente ad accumulare capitale accademico (quale quella denunciata da Stuart Hall nel suo discorso alla prima conferenza americana sui Cultural Studies a Chicago alla metà degli anni novanta e che comunque forse in questo momento storico non ha grande valenza in Italia)[10]. Il ‘rigore anesatto’ (per citare Deleuze) degli studi culturali, postcoloniali e di genere viene da un lavoro appassionato, coinvolto e attento sulla molteplicità di letture e visioni, prodotte da una moltitudine regist*, attivist*, scrittric*, studios* e ricercator* che risponde a profonde esigenze delle società contemporanee.

[1]   Cf. Lynn Spiegel Make Room for TV: Television and the Family Ideal in Postwar America. Chicago: University of Chicago Press, 1992;

[2]   Sherry Turkle Life on the Screen: Identity in the Age of the Internet, Simon & Schuster 1997; Alluquére Rosanne Stone Desiderio e Tecnologia. Il problema dell’identità nell’era di Internet. Feltrinelli, 1997.

[3]   Flame Wars Dibbel Michele White

[4]   Cf. Roberta Pompili e Tiziana Terranova ’’L’interfaccia televisiva: dalla tele-governance all’autogoverno della comunicazione’ http://www.euronomade.info/, 2015

[5]   Stefano Harney e Fred Moten The Undercommons,Fugitive Planning and Black Study, Minor Compositions, 2013 pp. 110/111.

[6]   Savage, M., & Burrows, R. (2007). ‘The Coming Crisis of Empirical Sociology’. Sociology, 41(5), 885 –899.

[7]   Cf Daniel Engber “What the “Grievance Studies” Hoax Actually Reveals” www.slate.com, 2018.

[8]   R. Braidotti Il postumano La vita oltre l’individuo, oltre la specie, oltre la morte. Derive e Approdi, 2014

[9]   Iain Chambers ‘Introduzione’ in I. Chambers, L. Curti e M. Quadraro Ritorni Critici. La sfida degli studi culturali e postcoloniali. Meltemi, 2018

[10] Stuart Hall ‘Gli studi culturali e le loro eredità teoriche’ in Il soggetto e la differenza: per un’archeologia degli studi culturali e postcoloniali. Meltemi Editori, 2006 (trad. Miguel Mellino)

Vite diseguali: forza lavoro animale e capitale di specie (Social Reproduction Feminism parte III)

L’ingestione simbolica e materiale dei corpi animali, che con un termine altisonante ma efficace Derrida (1989, trad. it. 2011) ha chiamato carnofallogocentrismo, è alla base dell’istituzione del Soggetto Umano che ha separato e subordinato l’Animale dalla fondazione dell’Umano appropriandosene ed escludendolo al medesimo tempo. L’ideologia della specie ha così definito e dominato i corpi animali e animalizzati. Il pensiero femminista, radicando il carnofallogocentrismo in una visione contestuale e intersezionale, ha mostrato in particolare come la confluenza di animalizzazione e femminilizzazione sia servita a rafforzare la posizione subalterna delle femminei animali sia sul piano dei segni, dagli stereotipi linguistici ai corpi-oggetto dell’immaginario, che su quello delle azioni, per mezzo di abusi e violenze sessuali e dello sfruttamento del loro lavoro produttivo e riproduttivo.

Dalla narrazione dell’Uomo cacciatore come motore dell’evoluzione (ampiamente decostruita dalla primatologia femminista), alle retoriche del lavoratore operoso e del soldato vittorioso, mangiare carne è proprio del soggetto muscolare, sano, vigoroso, attivo, dunque maschile, non mangiare carne qualifica il soggetto come debole, vegetale, passivo, dunque femminile. Il rifiuto della carne come rifiuto dell’ordine patriarcale era già condiviso da molte suffragette, una scelta rispetto alla quale, per esempio, andrebbe contestualizzata la violenza della nutrizione forzata riservata a quante sceglievano di fare lo sciopero della fame in carcere al fine di delegittimarne la radicalità politica, ma è stata la riflessione ecofemminista sulle proteine femminilizzate (Adams, The Sexual Politics of Meat, 1990), cioè quelle ottenute dallo sfruttamento delle capacità riproduttive degli animali femmina, ad evidenziare come il veganesimo sia per il femminismo un atto politico e non semplicemente una scelta alimentare. Allo stesso tempo, non bisogna ignorare che sono state spesso le donne con il loro lavoro di cura a veicolare la norma carnofallogocentrica nel contesto di una rigida divisione dei ruoli di genere, del lavoro e degli spazi, preservando le “tradizioni familiari” in cucina, o precludendosi la scelta vegetariana per venire incontro alle esigenze del capofamiglia, o ancora assicurando a quest’ultimo fra tutti i membri della casa un’alimentazione a base di carne in situazioni di povertà o scarsità alimentare.

Se, come riconosciuto dal femminismo socialista, la lotta di classe non può non essere anche di genere, una prospettiva femminista intersezionale di liberazione dai rapporti di forza del capitalismo non può non prendere in considerazione anche il capitale della specie accumulato sfruttando il lavoro produttivo-riproduttivo dei corpi “da reddito”. Nel complesso animal-industriale il corpo degli animali, totalmente alienati da se stessi, dal loro socius e dall’ambiente, prodotti (per altri) oltre che mezzi del loro asservimento, consente una disponibilità di capitale economico totalizzante che non solo “assicura chance di vita ineguali” (Bujok), ma prima ancora è reso possibile dal presupposto – specista e sessista – delle vite disuguali di uomini e animali.

Nell’attuale epoca del biotutto, come la definiscono Herzig e Subramaniam (Labor in the age of “bioeverything”, 2017), il lavoro non è più definibile nei termini dell’umanesimo marxiano, ma deve prendere in considerazione il diverso posizionamento dei corpi al lavoro in assemblaggi che sono umani, animali e macchinici. Rivedendo la posizione marxiana in chiave antispecista, Jason Hribal è stato tra i primi a riconoscere a pieno titolo la condizione di lavoratori agli animali non umani (e dunque anche a riconoscerne l’agentività e le capacità di resistenza), a ricondurre l’origine del plusvalore allo sfruttamento del lavoro riproduttivo dei mammiferi femmina, e a rilevare le intersezioni dello sfruttamento nel “mercato della carne”ii. Ma una confluenza fra analisi bioeconomica e biopolitica del capitale di specie è ampiamente presente anche nel pensiero di Donna Haraway, che proprio dal femminismo socialista prende avvio, dalle riflessioni sull’Oncotopo™ di Testimone modesta (1997, trad. it. 2000), il topo-femmina geneticamente modificato brevettato dalla DuPont per sviluppare “con affidabilità” il cancro alla mammella, fino alle recenti considerazioni (Staying with the Trouble, 2016) sui nodi che legano i nostri corpi ai corpi delle cavalle gravide, costrette a stare immobili e attaccate a un catetere per la raccolta dell’urina da cui si ricava il Premarin (PREgnant MARes’ urINe), un estrogeno coniugato usato soprattutto per le terapie ormonali in menopausa e nelle transizioni m-t-f. Stupisce allora che, nonostante le numerose evidenze sulla “connessione femminile”, come la definisce Karen Davis, rilevate dall’ecofemminismo, dal tecnofemminismo e dal femminismo nero, il Social Reproduction Feminism (SRF) sia rimasto sostanzialmente impermeabile all’antispecismo.

Oggi, negli allevamenti intensivi, le mucche lavorano per circa 350 giorni l’anno, sono sottoposte a mungitura in un sistema di rotazione a catena strettamente cadenzato (e ormai anche robotizzato) e, visto l’estremo sfruttamento fisico, sostituite non appena le loro performance scendono sotto il livello considerato “ottimale” (una mucca da latte in allevamento sopravvive in media 4 anni, dopodiché, stremata, viene macellata, mentre la vita delle mucche in natura è di circa 20 anni). Inseminate artificialmente e sincronizzate per ovulare, le madri sono separate dai vitelli entro 48 ore dal parto, in modo che la produzione di latte sia interamente riservata al mercato: negli ultimi 40 anni la produzione del latte vaccino è più che raddoppiata, e mediamente una mucca produce tra i 20 e i 30 lt. al giorno – la patologia più comune per mucche da latte è la mastite – contro i 4 lt. di cui avrebbe bisogno un vitello, potendo essere munta fino al settimo mese di gravidanza.

Il modello del “bordello riproduttivo”, in sostanza l’allevamento della riproduzione, che già Gena Corea (1985) rintracciava nello sfruttamento animale, negli attuali circuiti della tecnobioeconomia che colonizzano interamente la potenza generativa zoe “ha il volto postumano delle femmine della specie”, come scrive Angela Balzano. Pratiche come l’inseminazione artificiale, il trasferimento di embrioni, la clonazione, la maternità surrogataiii, spesso subordinano, più o meno consapevolmente, alcuni corpi femminili usati come fabbriche di ovuli o incubatrici viventi, mentre ne individuano altri come destinatari privilegiati di una retorica tutta commerciale della scelta personale, oscurando così le problematiche politiche che generano e muovono questi circuiti.

Il progetto secolare di colonizzazione eugenetica del mondo animale culmina nella produzione di animali-femmina brevettati che sfruttano una precisa retorica del materno, come le scrofe SuperMom™ Maternal Line commercializzate dalla Newsham Choice Genetics, progettate per produrre più prole ma anche per avere un latte più nutriente e crescere figli più sani e vigorosi (per il mattatoio) come è proprio di una brava madre. Considerate nella realtà come “macchine da salsicce”, anche le scrofe come le mucche sono inseminate artificialmente con l’ausilio del rape rack (il termine in disuso, ma la tecnologia è regolarmente in uso), un sistema di contenimento che evita la ribellione dell’animale alla violenza della pratica, in prossimità del parto tenute all’interno di una stretta gabbia di acciaio definita iron maiden, e infine legate immobili su un fianco alle sbarre delle gabbie in modo da avere le mammelle sempre esposte per la lattazione.

Una prospettiva ecofemminista, ha scritto Greta Gaard (Reproductive technology, or reproductive justice?, 2010) “rende visibile le cattive condizioni di salute e la sofferenza inflitta alle femmine di tutte le specie” da quelle da reddito, sfruttate per le loro capacità riproduttive “a quelle che lavorano in condizioni insicure e illegali per macellare altri corpi animali, a quelle madri che in gravidanza o allattamento bevono l’acqua o respirano l’aria inquinata dagli scarichi degli allevamenti intensivi, trasmettendo queste sostanze inquinanti ai figli, e infine a quelle che consumano i prodotti della riproduzione femminile nutrendosi degli antibiotici e degli ormoni della crescita oltre che della sofferenza di questi corpi, del loro latte e delle loro uova”.

Guardando, per esempio, all’industria della carne nella prospettiva dei lavoratori umani, ci si accorge di come siano stati soprattutto etnia e genere a definire sia la divisione delle mansioni sia le relazioni di potere – a loro volta inscindibili dai significati sociali e culturali del carnivorismo – in un settore come questo in cui le dinamiche di animalizzazione (emarginazione, discriminazione, degradazione, sfruttamento, sottrazione del tempo della vita) coinvolgono tutti i lavoratori, alienati dal proprio corpo ma anche dal corpo animale. Questi operai, definiti dai media “carne da macello” e che di sé dicono di essere trattati “come animali”, sono in maggioranza immigrati, molti dei quali illegali, sottoposti a mansioni ripetitive e turni massacranti (con un turnover annuo anche del 100%), e ad altissimo rischio di infortuni quasi mai denunciati per la mancanza di tutele, soprattutto amputazioni o malattie, da infezioni a lesioni muscolo-scheletriche peraltro molto simili a quelle contratte dagli animali, cui si aggiungono le violenze sessuali subite dalle donne più che in altri ambiti lavorativi (mentre alla diminuzione delle ispezioni governative per garantirne la sicurezza fa riscontro un aumento dei raid per espellere gli illegali).

Accanto alle gerarchie su base etnicaiv, le gerarchie di genere incarnate nelle architetture e nei dispositivi dell’industria della carne hanno riservato agli operai uomini le mansioni centrali legate alla lavorazione della carne fresca, l’uccisione degli animali e il controllo dei macchinari, e alle donne, per le quali lavorare in questo settore è sempre stato socialmente più sconveniente, il settore della carne lavorata (affettati e insaccati); fra le operai, poi, mentre le bianche erano in genere impiegate nelle mansioni di pulizia, alle donne afroamericane erano riservati i lavori meno appetibili e meno adatti a persone “sensibili”, svolti in ambienti caldi, umidi e maleodoranti (Horowitz, 2003).

Nella fabbrica globale dei corpi, la formula classica marxiana D-M-D’ potrebbe essere sostituita da quella B-M-B’, scrive Stefan Helmreich (Species of biocapital, 2008), dove la prima B indicherebbe il biomateriale, e B’ il biocapitale che si ottiene dalla trasformazione di B in merce (M); va evidenziato però, con Helmreich, che ciò non significa che B’ è contenuto necessariamente in B, come se i corpi fossero “naturalmente” contenitori di capitale, come se la produttività fosse l’essenza della specie, e gli organismi delle fabbriche naturali, ma che solo precise relazioni e condizioni socio-economiche rendono possibile la trasformazione di B in B’.

E se, per evitare di essenzializzare le “specie di capitale” da una parte, ma anche ciò rispetto cui queste diverse “specie” sono misurate, cioè il capitale stesso, si chiede Helmreich, “ci domandassimo non cosa succede alla biologia quando è capitalizzata, ma piuttosto se il capitale sia necessariamente il segno sotto il quale ogni incontro contemporaneo dell’economico e del biologico deve transitare?”. Problematizzando l’assunto specista implicito nella distinzione delle specie di capitale, dunque, potremmo destabilizzare l’idea che il capitale sia l’unica moneta di scambio, e lo scambio del capitale l’unica misura del valore, nei circuiti della bioeconomia?

In altri termini, nonostante l’attuale mobilitazione totale della forza lavoro – allo scopo in effetti di una sua totale immobilizzazione – in modi in cui dinamiche tradizionali e mezzi nuovi si combinano per colonizzare la produttività e riproduttività dei corpi animali tutti, la forza lavoro non può essere mai interamente attualizzata nel lavoro. L’abuso della potenza di un corpo alienato e mercificato, insomma, “non elimina la potenza di non fare parte della forza lavoro” (Ciccarelli, Forza lavoro, 2018) v. Comprendere perché, per chi e secondo quali relazioni sociali e rapporti di potere un (e quale) corpo diventa “produttivo” è fondamentale per una politica che rimetta i corpi in movimento, piuttosto che soltanto al lavoro. L’antispecismo, d’altronde, lungi dall’essere una nuova “definizione” da sostituire alle precedenti, andrebbe colto piuttosto come il movimento dei corpi im-propri, cioè smarcati da ogni forma di proprietà (Filippi, Il marchio della bestia e il nome dell’uomo), della specie come del capitale; il movimento verso la “dissipazione dell’oikonomia” e per la celebrazione di un’inoperosità im-potente, quella dei corpi in relazione che resistono in comune nella vita che, im-personalmente, li attraversa.

i Termine che uso nella consapevolezza che la natura dei corpi è sempre prodotta, che ovviamente non significa ignorarne la dimensione situata e incarnata, ma al contrario essere capaci di non considerarla come qualcosa di statico e pre-esistente ai modi possibili del suo accadere materialsemiotico.

ii Hribal cita per esempio il caso delle giovanissime “operaie del sesso” in Bangladesh che assumono steroidi normalmente somministrati ai bovini per acquistare peso e avere un corpo più “appetibile” e “in carne” per i clienti.

iii Tema, quest’ultimo, estremamente complesso e non esauribile in poche righe, rispetto al quale questa riflessione intende principalmente problematizzare la retorica della “libera scelta”, nella consapevolezza che il personale non è mai l’individuale, e che anche chi ricorre consapevolmente all’uso di queste pratiche non è mai svincolato dai circuiti e dagli apparati medici, economici, politici e sociali entro cui queste hanno luogo.

iv Gli ispanici sono subentrati agli est-europei ed agli afroamericani a partire dagli anni Sessanta, in concomitanza con una dequalificazione e precarizzazione del lavoro, la progressiva perdita del potere sindacale e la drastica riduzione dei salari.

v Purtroppo anche Ciccarelli, che pure sostiene che condizione migrante e femminile sono decisive per comprendere la forza lavoro contemporanea, esclude nella sua analisi qualsiasi considerazione dei corpi non umani al lavoro.

(immagine in evidenza: Miru Kim ‘The Pig that Therefore I Am’ (2010))

‘Inefficienza Strategica’ di Sarah Ahmed (Social Reproduction Theory)

Sarah Ahmed è una studiosa britannica-australiana che si occupa di teoria femminista e queer, di postcoloniale e critica della razza. Tra le sue numerose monografie segnaliamo Strange Encounters: Embodied Others in Post-coloniality (Routledge, 2000), Queer Phenomenology: Orientations, Objects, Others (Duke University Press, 2006); On Being Included: Racism and Diversity in Institutional Life (Duke University Press, 2012), e Living a Feminist Life (Duke University Press, 2017). Nel 2016 si è dimessa dalla propria cattedra in Cultural Studies and Race del Golsmiths’ College, University of London, per denunciare il fallimento del proprio ateneo di occuparsi delle molestie sessuali a danno delle proprie studentesse motivando la sua decisione sul suo blog feminist killjoy (la ‘guastafeste femminista’).

Dal blog di Sarah Ahmed pubblichiamo come parte del nostro mini-speciale sul femminismo e la ‘social reproduction theory’, una selezione di un suo post intitolato ‘inefficienza strategica’. Nell’amministrazione sempre più procedurale della vita, universitaria ma non solo, regolata da mille norme e commissioni, Ahmed descrive il problema della cosiddetta ‘inefficienza strategica’ attiva all’interno dell’apparente ‘caos istituzionale’ , cioè il modo in cui la riproduzione sociale delle gerarchie sessuali e razziali viene perseguita anche attraverso quei momenti in cui la macchina sembra non funzionare (come quando si smarriscono le carte che servono a far andare avanti una procedura di denuncia di molestie sessuali o un permesso di soggiorno o un reclamo formale), ma anche quando le attività di cura vengono scaricate su  o delegate a donne o minoranze perché il soggetto privilegiato semplicemente dice di non esserne capace. L’inefficienza è dunque collegata alla gerarchia, sollevando qualcuno da certe mansioni, quali il lavoro meno valorizzato dall’istituzione (per esempio nell’università il lavoro amministrativo o quello di cura delle studentesse e studenti). ‘La gerarchia viene tenuta in piedi dall’impatto differenziale dell’inefficienza’. Non sapere o non voler fare rappresenta uno dei modi attraverso cui il lavoro della riproduzione viene strategicamente affermato, come quando il cosiddetto governo della migrazione funziona proprio non funzionando o quando il soggetto privilegiato scarica sulle spalle delle altre e gli altri, il ‘lavoro domestico istituzionale’ e non. Come ci dicevano Maria Rosa Dalla Costa e Silvia Federici negli anni 70, il lavoro non costituisce solo il luogo dell’emancipazione per le donne, ma anche il luogo in cui da lei ci si aspetta una riproduzione del proprio ruolo sociale di ‘servizio’ e ‘cura’ domestica. Alle donne e alle minoranze, dunque, la riproduzione sociale chiede un doppio lavoro attraverso un doppio vincolo affettivo che Cristina Morini ha efficacemente chiamato ‘per amore o per forza’ mettendo in questo modo ‘la differenza di genere al lavoro’ nelle parole di Ahmed. L’inefficienza, Ahmed sottolinea, non ha dunque a che fare solo con il malfunzionamento delle cose, ma il modo stesso in cui funzionano, il loro ‘sistema operativo’. L’inefficienza delle procedure di reclamo o ricorso contro le ingiustizie, la lentezza come tattica, l’inerzia istituzionale diventano il modo per produrre un ‘senso di sfinimento’, stancare le persone in modo che rinuncino – un meccanismo che vediamo anche in Italia al lavoro nell’attuazione del cosiddetto reddito di cittadinanza o nella proposta di riforma della legge sul divorzio. L’inefficienza, il blip della macchina e il suo rumore, è quello che la macchina della riproduzione sociale richiede per funzionare, e richiede anch’essa una differente comprensione e forse diverse tattiche.

Buona lettura

Immagine in evidenza: Sarah Bridgland, Taken It All, 240 x 107 x 88mm, found staple box, paper, letterpress, paint, string, glue, 2007

Sarah Ahmed/Guastafeste femminista

Inefficienza Strategica (trad. di feminoska e Roberto Terracciano)

In questo post descrivo un problema che ho chiamato “inefficienza strategica”. Questo nome mi è venuto in mente mentre ascoltavo le esperienze di chi aveva presentato un reclamo formale. Mi hanno raccontato di ritardi eccessivi ed inspiegabili; di cartelle riservate, inviate alla persona sbagliata o a indirizzi incompleti, e di interi file di reclamo scomparsi misteriosamente; di riunioni i cui verbali erano imprecisi e sconclusionati, in contrasto con le politiche e le procedure. Da accademica che lavora nell’Università da oltre vent’anni, queste scene di caos istituzionale mi erano familiari.

Ma sentivo anche qualcos’altro oltre alla confusione, o in mezzo ad essa. Udivo il suono dei macchinari: quel rumore assordante mi suggeriva che l’inefficienza non ha a che fare soltanto col malfunzionamento delle cose, ma può essere anche il modo stesso in cui funzionano. In altre parole, ho iniziato a rendermi conto che l’inefficienza non riguarda solo gli errori di un sistema operativo; gli errori possono essere un sistema operativo. In passato, mi ero già interrogata sull’inefficienza come dispositivo, e come essa possa essere intesa come risultato. Un giorno, durante il mio primo anno come docente, mi trovavo nell’ufficio del dipartimento. Una persona dell’amministrazione cercava qualcuno che registrasse le valutazioni per un corso. Incuriosita, domandai perché il

Professor X non potesse registrare i voti da sé dal momento che era il coordinatore. 

Mi guardò in modo particolare, uno sguardo che diceva: “è una lunga storia, ma non posso raccontartela”. Successivamente ne parlai con un’altra accademica. Mi disse che tutti sapevano che non si poteva fare affidamento sul Professor X per la registrazione dei propri corsi – se gli fosse stato affidato il lavoro di correzione non l’avrebbe fatto. Negli anni successivi venni a sapere che raramente al Professor X veniva affidato un lavoro amministrativo: anche se era stato nominato direttore di questo e quello, in realtà non era lui a svolgere il lavoro (nonostante facesse parte delle sue responsabilità in quanto direttore). Se in amministrazione si preoccupavano di distribuire il lavoro del Professor X ad altri membri del personale (sempre più giovani, di solito donne) non era perché pensassero che il Professor X fosse speciale, saggio o importante. Lo facevano perché ci tenevano agli studenti e non volevano che ne pagassero le conseguenze.

Il Professor X, in ogni caso, beneficiava della sua inefficienza; gli venivano risparmiati certi tipi di incarichi, le mansioni amministrative che potremmo descrivere come il lavoro domestico istituzionale. Liberarsi di quel lavoro significa avere più tempo per il lavoro che conta, quello della ricerca. Questo è un esempio di inefficienza strategica: il modo in cui certe persone vengono sollevate dallo svolgimento di mansioni che ne rallenterebbero la progressione di carriera. Ovviamente altre persone ereditano quel lavoro […] Il modo in cui l’inefficienza viene premiata e il ruolo di questo riconoscimento nella riproduzione delle gerarchie deve esserci di insegnamento: si tratta di chi fa cosa, e di chi è risparmiato da determinati compiti. Nell’ambito della carriera accademica, l’efficienza può essere intesa come una forma di svantaggio: vieni rallentata da quello di cui devi occuparti […] I motori della riproduzione sociale sembrano funzionare perfettamente, anche quando il resto non funziona affatto. Possiamo trasformare questa osservazione in una domanda: esiste una connessione tra l’inefficienza nel modo in cui vengono gestite alcune faccende e l’efficienza con cui le istituzioni si riproducono?

Riconsideriamo una delle esperienze più comuni che mi sono state riferite: dopo aver presentato un reclamo formale, vieni spesso lasciata in attesa. Potrebbe essere l’attesa della risposta a una lettera, una relazione, un’indagine, un risultato, la decisione di qualcuno. Ricordiamoci quanto sia difficile presentare un reclamo: spesso si viene messi in guardia dal farli; chi procede spesso lo fa sulla scorta di un’urgenza: un reclamo spesso rappresenta l’ultima spiaggia. E la posta in gioco può rivelarsi il proprio futuro; la decisione in merito ad un ricorso può aprire o chiudere un portone.. Tutto può fermarsi quando un reclamo è in corso; puoi mettere una vita in attesa o avere la sensazione che la tua vita sia stata messa in attesa.

In quel lasso di tempo, la persona che avvia un reclamo formale è spesso molto impegnata. Aspetta, ma allo stesso tempo ricordasollecita, invia richieste; fa domande, domande su domande: che sta succedendo? Come si evolve la situazione? In questo senso si può considerare il reclamo come “differenza di genere al lavoro”: un ulteriore lavoro dovuto al fatto che non sei supportataPersino quando le politiche e gli impegni volti a rispettare differenze e pari opportunità sono state concordate, ci si può imbattere in quello che un’altra professionista ha definito “inerzia istituzionale”, la mancanza di una volontà istituzionale di cambiare […]Per inerzia, ci ritroviamo di fronte quel muro istituzionale. Il muro esprime concretamente ciò che significa rimanere bloccate. Il muro restituisce un’immagine di rigidità ma anche di lentezza: si può incontrare resistenza nella durezza di comprendonio.

(immagine: anonim*)

Molte persone con cui ho avuto modo di parlare finora, percepiscono la lentezza come una tattica, utilizzata intenzionalmente per scoraggiare e impedire il reclamo. Ho intervistato due studenti insieme in merito alla propria esperienza di reclamo collettivo. Una di loro l’ha descritta in questo modo: “Quello che cercano di fare è sfinirti. È un’ottima strategia, messa in atto tuttora”. Essere lenti è una “buona strategia” per rispondere a un reclamo in virtù di ciò che genera: un senso di sfinimento. Lo sfinimento appare quindi non soltanto la conseguenza del ricorso, ma una delle sue fasi: le persone vengono stancate in modo che rinuncino. L’inefficienza strategica può aiutarci a comprendere che la mancata creazione di un documento non riguarda semplicemente l’incapacità di fare qualcosa, ma è un tentativo di fare qualcosa.

Quando il tentativo fallisce, viene presentato un reclamo. L’inefficienza strategica riguarda non solo la mancata creazione di documenti, ma anche il loro smarrimento. Ad oggi mi sono stati segnalati diversi smarrimenti di documenti o di prove relative a documenti presentati. Una persona che ho intervistato era in grado di dimostrare come la propria Università avesse fatto sparire alcune prove (aveva salvato alcune schermate prima che i dati venissero rimossi manualmente da qualcuno). Ha descritto l’accaduto come sabotaggio. Ed è certamente il termine utilizzato da molte persone per descrivere la rimozione intenzionale o l’inquinamento di prove che avrebbero avvalorato un reclamo.

Le prove possono anche mancare per incompetenza amministrativa – quantomeno, lo smarrimento può essere spiegato con l’incompetenza. In questi casi non è necessario cancellare deliberatamente qualcosa, può sparire come conseguenza di come le cose tendono ad essere fatte. Penso a un caso in cui un documento contenente informazioni riguardo un’indagine di larga scala sulle molestie è stato perso insieme ad altri documenti. La spiegazione dell’organizzazione riguardo lo smarrimento dei documenti faceva riferimento a “ un problema nelle Risorse Umane”.

Si può utilizzare l’inefficienza per dimostrare che la prova non è stata rimossa. E quindi, l’inefficienza diventa il modo in cui viene rimossa l’evidenza della rimozione delle prove (5). Con l’uso del termine strategico intendo che a un’organizzazione fa comodo l’inefficienza, agita su base intenzionale o meno […] Voglio quindi dire che l’inefficienza è utile nella misura in cui supporta una gerarchia già esistente. Penso all’inefficienza e penso al chi è chi, un manuale sull’importanza, una biografia dei baroni.

Ho già collegato inefficienza e gerarchia, suggerendo che l’inefficienza può essere usata per sollevare qualcuno dallo svolgimento di certe mansioni, il lavoro meno valorizzato (il che non significa che sia un lavoro privo di valore o che non riconosciamo il valore di tale lavoro): il lavoro amministrativo. La gerarchia viene tenuta in piedi dall’impatto differenziale dell’inefficienza. Si potrebbe supporre che l’inefficienza sia fastidiosa ma indiscriminata, che riguardi tuttu e tutto. Ascoltare le storie di chi ha presentato un reclamo mi ha insegnato che l’inefficienza può essere discriminatoria.

Per gli/le studenti e il personale più precario a causa delle proprie condizioni finanziarie o abitative, più un reclamo dura a lungo, tanto più si rischia di perdere. Se si è già al limite, stando sul pezzo a stento, un ritardo può significare il disastro; una vita intera può disfarsi pezzo per pezzo; ci si può trovare per strada o alla mercé della volontà altrui […]

L’inefficienza può essere il risultato di procedure che cambiano costantemente in modo tale che nessuno abbia un assetto stabile. L’inefficienza (strategica o meno) può essere la conseguenza del sottofinanziamento e dell’istituzionalizzazione della precarietà del personale, che riguarda anche l’iniqua distribuzione della precarietà, il modo in cui alcuni vengono protetti dal dover stare sempre in movimento o al passo con la continua modifica delle procedure. Credo sia importante sottolineare questo punto perché esistono molti amministrativi che si impegnano in questo settore e danno il loro meglio per gli/le studenti e il personale che deve redigere ricorsi e lamentele. Renderlo un problema amministrativo, “quel problema alle Risorse Umane”, elimina la necessità di affrontare problemi ben più profondi e strutturali. L’incapacità di sostenere coloro che aiutano chi presenta reclami è un fallimento strutturale; un fallimento nel sostegno che viene riprodotto e distribuito.

Per alcuni un malfunzionamento amministrativo è un disastro che vale una vita. […] Documenti mancanti, persone mancanti: in ciò che viene cancellato può nascondersi una storia; la storia di un fallimento, di chi non ce l’ha fatta e di chi non ne ha voluto sapere. Inefficienza strategica: il modo in cui alcune sparizioni non vengono contate perché ritenute “perse nel sistema”.

In questo post ho esplorato e spiegato la connessione tra gli effetti discriminatori dell’inefficienza e l’efficienza con cui le organizzazioni riproducono sé stesse come se fossero dedicate a un certo tipo di persone, coloro che hanno le carte in regola e che sono nel posto giusto; quelli seri, abili, con le spalle coperte e ammanicati. Quello che segue è un paradosso. Un paradosso come insegnamento: Chi ha meno bisogno di presentare reclami è chi meglio può sopportarne le conseguenze. Chi ha più bisogno di farlo, è chi peggio può sopportarne le conseguenze. Rendere difficile la procedura di reclamo non è quindi un ambito dell’attività istituzionale separato dal resto del lavoro svolto. Rendere difficile un reclamo è il modo in cui le istituzioni fanno quel che fanno: il bip. Il bip di un messaggio di errore è il rumore: il rumore di una macchina.

Riferimenti Garland-Thomson, Rosemarie (2014).”The Story of My Work: How I became Disabled,” Disability Studies Quarterly, 34(2). np. ————————- (2011). “Misfits: A Feminist Materialist Disability Concept,” Hypatia: A Journal of Feminist Philosophy. 26(3): 591-609.

1 Non sto affatto dicendo che le questioni sollevate in questo post siano specifiche del settore dell’istruzione superiore. L’università è il mio campo più che il mio oggetto: lo studio si focalizza su questo ambito perché è qui che opero. Uso i dati che sono stata in grado di raccogliere a causa della mia collocazione. Il mio progetto sui reclami è più legato al discorso sul potere che sull’università in quanto tale. Potrebbero essere realizzati studi simili sui reclami in diversi settori. Rispetto agli argomenti affrontati in questo post, si potrebbe esplorare l’uso dello sfinimento come tecnica di gestione o la connessione tra inefficienza amministrativa e precarietà sociale in una serie di settori.

Reggae, tecnologia e diaspora (aspettando Sound System Outernational, Napoli, 4,5,6 Aprile 2019)

Dal 4 al 6 Aprile si terrà a Napoli Sound System Outernational 5 – Sounds in the City”, evento di tre giorni dedicato alla cultura sound system planetaria, organizzato dal gruppo di ricerca Sound System Outernational in collaborazione con la TRU, il Centro di Studi Postcoloniali e di Genere e Goldsmiths, University of London. La tre giorni comprenderà conferenze, laboratori, proiezioni ed eventi musicali con ospiti nazionali e internazionali in vari luoghi della nella città di Napoli. Al centro dell’evento, la conferenza “Sounds in the City. Street Technology and Public Space”, che si terrà a Palazzo Du Mesnil venerdì 5 Aprile dalle 9,30 alle 18,30. Louis Chude-Sokei (Boston University) e Sonjah Stanley-Niaah (University of the West Indies, Mona), invitati per l’occasione, terranno le due conferenze plenarie.

Pubblichiamo di seguito una traduzione tratta dal classico lavoro di Louis Chude-Sokei intitolato “Dr. Satan’s Echo Chamber. Reggae, Technology and the Diaspora Process.” Originariamente una lezione pubblica tenuta alla University of the West Indies in Giamaica nel 1997, questo saggio ha avuto negli anni una notevole fortuna, apparendo su diverse riviste e capillarmente diffuso in rete. “Dr. Satan’s Echo Chamber” rappresenta per molti versi un lavoro seminale nello sviluppo di un approccio critico al reggae – e più in generale alla musica nera – in una prospettiva non necessariamente sociologica né culturalista, in particolare per la sua capacità di problematizzare in senso più ampio nozioni quali identità, appartenenza, cultura anche alla luce del ruolo ricoperto dalla tecnologia nei processi di produzione musicale contemporanei. Il saggio anticipa inoltre alcuni temi, come l’intreccio tra razza e tecnologie e l’attenzione per forme espressive periferiche della cultura nera, che verranno approfonditi in seguito, sopratutto nel recente “The Sound of Culture”, di cui questo blog ha già offerto una recensione in passato.

“Dr. Satan’s Echo Chamber. Reggae, tecnologia e la Diaspora nera come processo” 

di Louis Chude-Sokei, 1997 (trad. Brian D’aquino)

(…) Le considerazioni che qui propongo si basano sull’osservazione e sull’ascolto delle forme musicali nere – in particolare, il reggae – secondo una nostra concezione specifica, tradizionale e materialista, di concetti come ‘suono’ e ‘cultura’. Sembra che uno dei lasciti della conoscenza coloniale sia il fatto che noi stessi, un tempo oggetti di tale sguardo clinico, troviamo ancora oggi difficoltà nel trascenderlo. Laddove l’antropologia occidentale e la critica culturale hanno visto l’arte nera unicamente in senso sociologico, allo stesso modo i discorsi sul reggae sembrano non riuscire a prendere la musica sul serio, e andare oltre la possibilità di leggervi i sintomi di un malessere nazionale (la “dissoluzione egemonica” di cui parla Brian Meeks) oppure, alternativamente, una rudimentale critica culturale (“la voce della gente” o “il ritmo della resistenza”). Nel tentare di rompere con questi cliché, ho qui intenzione di prendere il reggae sul serio, inquadrandolo attraverso quell’apparato critico piuttosto intricato (e faticosamente conquistato sul campo) che gli è proprio. Concentrandomi meno sulle parole e più sul suono, spero di riuscire a relazionarmi con la musica anche in termini di estetica. Pertanto, queste osservazioni saranno più suggestive che strettamente analitiche; sicuramente storiche, e tuttavia non la Storia.

(…) Nello studio del reggae come dell’hip hop si tende a prestare scarsa attenzione all’effettiva esperienza dell’ascolto. Il momento estatico dell’interruzione è quello in cui la canzone si ritrae dalla sua progressione narrativa, espandendo un isolato momento non-narrativo nello spazio e nel tempo, per poi tornare alla continuità. L’interruzione è in questo senso simile alla blue-note nella musica Afroamericana, o al vibrato nel blues: è l’esteticizzazione della rottura e l’estensione del dolore che essa genera, che viene trasceso in virtù della sua stessa bellezza. Ma, piuttosto che enfatizzare il senso di angoscia proprio di questo spazio di discontinuità, il beat è una gioiosa scarica di adrenalina. Il partecipante al rituale si posiziona sulla strada per la possessione, incontrandovi la possibilità di una libertà che è sconosciuta all’universo della narrativa. Per i discendenti degli schiavi, per i quali “il lavoro” è ancora corrotto dalle disuguaglianze di un sistema basato sulla dominazione bianca ed europea e su rigide gerarchie di classe, questa “interruzione” è un momento di liberazione pregno di bramosie profondamente represse e di visioni utopiche. Questo momento di trance, quando il basso, la voce e le melodie scompaiono lasciando la pura interruzione non-narrativa, è il momento del dub; un momento di terrore esistenziale.

Nella musica reggae degli inizi, la tecnica della separazione della sezione ritmica (basso e batteria) dalle tastiere e dai fiati attraverso il banco mixer era in parte influenzata dalla pausa strumentale tipica delle incisioni RnB americane degli anni Sessanta. Il minimalismo di basso – e batteria – che caratterizza i dischi di duro funk strumentale dei primi anni Settanta di gruppi come JBs, Meters ed altri, ha ispirato il dub reggae che a sua volta ha influenzato la successiva generazione di musica fatta in studio di registrazione, come disco, house e hip hop. Il dub, così come la rudimentale messa in battuta di due brani attraverso l’uso del doppio giradischi da parte di DJ Kool Herc, evolve in una formazione indipendente attraverso la radicale trasformazione di una narrativa lineare (una canzone), rifiutando così qualunque nozione di finitezza, approdo o punto di arrivo, anche in senso metaforico. Com’è noto, è qui che nasce il concetto di remix, il prodotto di una necessità economica che diviene esplorazione metafisica e che fornisce, ancora oggi, alcune delle più importanti innovazioni estetiche e tecnologiche nella storia del suono registrato. E’ anche la più palese forma di capitalismo: massimizza il profitto riducendo il lavoro. Trasforma il produttore in artista, reintroducendo beni di consumo già ultimati all’interno del ciclo di produzione, e mercificando ulteriormente l’esperienza sociale e spirituale del suono.

E’ chiaro a questo punto che, nell’era del dancehall, discutere del fondamentale significato culturale del dub in Giamaica, dove questo ha raggiunto l’apice nella prima metà degli anni settanta, è un po’ come ritornare a casa con notizie già vecchie. E’ invece importante riconoscere come l’eco di questa tradizione culturale ancora risuoni forte attraverso la Diaspora, in realtà avvolgendo e incorporando la produzione culturale contemporanea della Giamaica stessa: l’eco è molto più forte del suono originale. Occorre rendersi conto di ciò che si verifica quando un suono indigeno picchia così forte e così lontano da raggiungere orecchie altrui, trasformarsi, e in seguito addirittura permettersi di rimbalzare indietro. In questo senso si potrebbe dire che il termine dub indica più precisamente una strategia o, come molti sosterrebbero, una visione del mondo, una modalità dell’ascolto. Il dub emerge come esempio del modo in cui la fredda, alienata tecnologia Occidentale possa venire addomesticata proprio dai suoi utilizzatori imprevisti. Poiché è con il dub che il banco mixer diventa uno strumento, e il suono il fulcro dell’attività di produzione musicale. E’ attraverso il dub che le direttrici fondamentali del pensiero umano – suono, silenzio e eco – vengono portate alla luce attraverso la tecnologia. Ed è attraverso il dub che la memoria diviene il fulcro specifico dell’intero rituale.

La celebrazione di George Lemming del potere rituale della radio ci prepara a vedere il modo in cui la tecnologia Occidentale consente l’espressione di altre visioni del mondo, altre storie. Nella sua visione (più correttamente, un modo di suonare): “I morti sono ora onorati nella loro stessa assenza; conservati nelle nostre memorie, vengono convocati dagli ingegneri a popolare la piccola scatola magica del suono.” Questo, mi sembra, è quanto accade quando la magia della scienza incontra la magia tradizionale della realtà postcoloniale. Lemming si appropria della radio per utilizzarla a proprio piacimento: i morti qui non sono i morti bianchi, ma i cadaveri muti del purgatorio Atlantico. Attraverso le sue innovazioni tecnologiche, il reggae ci ha trasmesso la storia di Caliban e della radio, lo schiavo e la macchina. Non a caso, Lee Scratch Perry (che è oggi uno dei più celebrati produttori/performers al mondo, decenni dopo che la sua stella in Giamaica si era spenta) descrive le proprie tracce dub prodotte negli anni Settanta come “piene di fantasmi.”

Fantasmi nel mix, spettri nella macchina. King Tubby e altri come Errol Thompson, Overton “Scientist” Brown e Lloyd “Jammy” James – e molti produttori e tecnici il cui nome deve ancora essere riscattato dal purgatorio della storia – hanno suonato il banco mixer come uno strumento con il quale improvvisare. Hanno efficacemente trasformato uno stile di musica popolare in un concetto astratto, dove è necessario tendere l’orecchio verso ciò che resta oltre la melodia, oltre il basso, dove la mente deve necessariamente adeguarsi ad una visione (o un modo di suonare) del mondo in cui il significato sembra poter essere rintracciato ovunque, e, allo stesso tempo, da nessuna parte.

(…) Per i produttori Giamaicani degli inizi, la tecnologia era priva delle limitazioni solitamente date per scontate, così come delle leggi che ne regolano le procedure consuete; per i produttori e per i DJs hip hop, rompere con tutte le convezioni era necessario per la creazione di quel che è una visione del mondo estremamente moderna (o post-moderna). Gli spari nei campioni hip hop; le sirene della polizia; suoni e consistenze d’ambiente casuali; l’uso di errori per creare l’illusione del contatto; i toni bassi registrati in rosso per inchiodare al terreno gli ascoltatori; l’atonalità delle tecniche dello scratch (che stanno iniziando ad essere presenti anche nelle pratiche dei sound system Giamaicani); e, più d’ogni altra cosa, l’uso di eco e reverbero per creare l’illusione di ampie distanze, enormi spazi vuoti percorsi da piedi, e menti, neri ed esausti. Queste tecniche da studio mettono insieme la sensazione di una ricerca senza tregua per le proprie radici con la tensione propria di una dispersione senza fine.

E’ chiaro che la Giamaica è diventata una sorta di patria mitica per le proprie elaborazioni su tecnologia e cultura. Ciò non potrà mai essere messo in evidenza a sufficienza: un paese nero del terzo mondo viene celebrato per le sue innovazioni tecnologiche – e in realtà le tecniche digitali utilizzate nella produzione del dancehall non andrebbero viste solo come musica, ma come l’avanguardia del coinvolgimento della Giamaica nella rivoluzione informatica. Come Jacques Attali tanto elegantemente afferma, “l’economia politica della musica non è marginale bensì premonitoria. I rumori di una società anticipano le sue immagini e i suoi conflitti materiali.” Nel suono stesso – quello lineare e analogico del roots, così come quello digitalizzato e disperso tra gli hard disk del dancehall, ad esempio – sono codificate le relazioni sociali, culturali ed economiche del futuro. Per questo motivo è proprio l’estetica del reggae ad essere tanto importante. Lo studio (di registrazione, NDT) è anche il luogo metaforico per lo spazio e il movimento, le radici e l’appartenenza attraverso l’intero paesaggio immaginario della Diaspora nera. Qui le realtà locali assurgono a mitologia globale: rude boys del ghetto e druggists si trasformano in simboli della resistenza nera; sottoproletari emarginati dagli occhi rossi diventano profeti; il disordine dei quartieri popolari si fa teoria e politica culturale.

Chi è, dunque, il Dr. Satan? La mitologia del reggae è nota per la propria attenzione a questioni di dominazione ed oppressione, così come per le sue Anansi-esche politiche culturali. Fuga, trasformazione e frenesia linguistica fanno parte di questa tradizione: movimento, innovazione e irrequietezza sono le sue tipiche preoccupazioni, e le dinamiche di potere il suo focus esplicito. Il personaggio tipico del reggae è inesorabilmente coinvolto in una sfida: contro Babilonia, Papa Giovanni Paolo, Busha, lo Slave Master, o Mr. Brown. E, non di rado, egli stesso impiega il proprio potere nella marginalizzazione di diversi “altri” – donne, omosessuali e lesbiche, informatori, sound-boys rivali e ulteriori outsiders culturali. In questo caso, il Dr. Satan è l’immagine dell’autorità in senso tecno-culturale. Il titolo per questo pezzo proviene da un album di Rupie Edward intitolato, non senza risonanze bibliche, “Let There Be Version”, e da un brano originariamente intitolato “Yamaha Skank”. Secondo alcuni quest’album rappresenta la genesi dei one-riddim album (album dove tutti i brani sono basati sulla medesima traccia strumentale, NDT). Dato che ogni version risulta tanto diversa dalle altre, l’album non fu apprezzato solo per canzoni come quella del titolo, cantata da Shorty the President, o per “My Conversation” di Slim Smith & the Uniques, o ancora per il brano dei primi Heptones “Give Me the Right.” L’album fu ben ricevuto anche per come riusciva a giocare costantemente con le possibilità concesse da un limitato insieme di circostanze; fu elogiato per la manipolazione senza sosta della familiarità e per il riordinamento della memoria. Qui i Success All Stars, gruppo di musicisti responsabili dell’incisione originale, entrano di peso con una traccia letteralmente inzuppata d’eco, dal titolo “Dr. Satan Echo Chamber”, che chiaramente evoca una certa consapevolezza circa i sinistri piani di Colui il quale ha inventato la tecnologia. Ma la camera d’eco non è solo la macchina-mondo del capitalismo globale, bensì anche la metafora della Diaspora come processo, una tecnologia di cambiamento di cui il reggae non è solo un prodotto ma anche un meccanismo produttivo.

E’ ormai dato per assodato che il tamburo è la caratteristica che maggiormente definisce le tradizioni espressive di matrice Africana. La sua trasformazione in drum beat e ritmo non solo segna un cambiamento nelle forme della musica nera, ma anche nella stessa estetica nera, che muta di classe in classe, cultura in cultura, generazione in generazione. Nel voler continuare questo mito fondativo della Diaspora, bisognerebbe considerare il reggae come la forma nella quale si raggiunge la piena consapevolezza che non è tanto il tamburo ad essere cruciale, quanto il beat stesso; e che, amplificando e modificando il beat, anche quei membri della comunità gettati ai suoi margini più distanti – ora che le piantagioni attraversano le nazioni, e l’Africa è tutto il mondo – avrebbero potuto ballare, e ballando ricordare, e reinventare le proprie possibilità.

 

Algeria 2019: proteste popolari e media nazionali

di Saida Benammar e Viola Sarnelli

Saida Benammar è Assistant Lecturer in Media studies al C.U.R., Centro Universiario di Relizane, Algeria. La sua ricerca guarda soprattutto l’uso dei social media e le pratiche giornalistiche in Algeria. Ha iniziato a collaborare con TRU in seguito a una residenza presso il Dipartimento di Scienze Umane e Sociali dell’Orientale.  
Viola Sarnelli ha studiato il ruolo di Al Jazeera e dei nuovi media nelle proteste arabe del 2011 per il suo dottorato in Studi Culturali e Postcoloniali all’Orientale. Nel 2014/2015 ha lavorato come ricercatrice in Algeria e ha pubblicato contributi sulle riforme mediatiche post-2011 in Nord Africa.

 

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La nuova ondata di proteste anti-regime in Algeria va avanti da ormai più di un mese. Èun processo in corso che lascia aperti per il momento diversi scenari, ma una cosa sembra certa: le proteste continuano più forti di prima, anche dopo che il presidente ha ritirato la sua candidature per le prossime elezioni. Proviamo a tracciare di seguito una cronologia essenziale degli eventi dell’ultimo mese, seguita da qualche appunto su come i media nazionali li hanno riflessi e influenzati.

 

Algeri, 8 marzo 2019. Fonte: Twitter

 

Cronologia / Vacanze inaspettate e una vittoria parziale

 

10 febbraio. Con una (lunghissima) lettera ai suoi cittadini pubblicata dall’agenzia di stampa nazionale, Abdelaziz Bouteflika conferma ufficialmente che correrà per il suo quinto mandato da presidente. Pur volendo ignorare il degrado economico e sociale in cui versa il paese, il problema principale di questa candidatura è che il presidente ottantaduenne non parla in pubblico dal 2013, data in cui è stato colpito da un ictus, e la gestione del potere sembra quindi essere da tempo in mano ad altri. Diversi partiti di opposizione decidono di boicottare le elezioni in segno di protesta. Una settimana dopo l’annuncio, il dibattito via social media tra un candidato di opposizione e il sindaco pro-Bouteflika di Khenchela, nell’est del paese, sfocia in una prima manifestazione durante la quale un grande poster del presidente viene tirato giù dalla facciata del municipio.

 

22 febbraio. L’appello per una manifestazione nel pomeriggio del 22, dopo la preghiera del venerdì, si diffonde rapidamente su Facebook e Twitter. Nonostante un’interruzione mirata dei servizi informatici nella capitale e dintorni, la partecipazione è impressionante e va ben oltre le previsioni politiche e mediatiche. L’Algeria non vede questi numeri da decenni. È un successo marca un punto di svolta sia rispetto a un divieto di assemblamento che persiste dal 2001, sia rispetto alla più generale e consistente paura della violenza che dopo la traumatica guerra civile degli anni Novanta è stata usata per scoraggiare molte iniziative politiche indipendenti. L’apparizione di un gruppo di provocatori alla fine della manifestazione e i conseguenti minori scontri con la polizia non rovinano comunque i risultati di un evento fondamentalmente pacifico.

 

27 febbraio. Una fugadi notizie rivela una conversazione tra il direttore della campagna elettorale di Bouteflika, Abdelmalek Sellal, e Ali Haddad, presidente del consiglio nazionale degli imprenditori, in cui i due auspicano l’uso della violenza contro i manifestanti. Per placare l’indignazione diffusa che segue la notizia viene nominato un nuovo direttore della campagna elettorale, il già ministro dei trasporti e lavori pubblici Abdelghani Zaalan.  

 

1 Marzo. Una nuova manifestazione nazionale è indetta via social networks. Nonostante la maggior parte dei media statali si sia concentrata solo sugli scontri tra polizia e manifestanti del venerdì precedente, l’affluenza stavolta è molto più alta. La manifestazione si oppone specificamente alla registrazione ufficiale della candidatura di Bouteflika, che deve avvenire entro il 3 marzo.

 

3 Marzo. La candidatura è depositata e sostenuta da più di 5 milioni di firme – provenienti per lo più da cittadini sotto pressione o impiegati governativi, sostiene l’opposizione. Lo stesso giorno il Presidente si rivolge ai suoi elettori con un’altra lettera pubblica in cui prende atto del grido di protesta popolare («cri du cœur») e promette profonde riforme costituzionali, elettorali e ‘sistemiche’ una volta eletto – comprese nuove elezioni anticipate alle quali non prenderà parte.

 

8 Marzo. Una manifestazione eccezionale sotto molti aspetti, nel giorno che coincide con la giornata della donne incoraggiando maggiore presenza femminile e di famiglie. Più di un milione di persone sfilano ad Algeri, senza contare le altre a Oran, Constantine, Bejaia, Tlemcen. Stavolta anche la conclusione è pacifica, senza l’interferenza di gruppi esterni e nessun intervento di polizia. «Repubblica e non regno» è uno degli slogan che unisce partecipanti molto diversi tra loro, occasionalmente raggiunti da alcuni personaggi noti, come l’eroina della guerra anticoloniale Djamila Bouhired.

 

9 Marzo. I manifestanti finora contano adesioni da diversi settori professionali (in particolare giornalisti, avvocati, magistrati, insegnanti) ma un ruolo fondamentale è giocato ancora una volta da studenti e giovani in generale. Per scoraggiare la partecipazione degli universitari nella capitale, il ministero dell’educazione e ricerca decide repentinamente di anticipare l’inizio delle vacanze di primavera di dodici giorni, chiudendo tutti i campus per rimandare a casa gli studenti fuorisede. Il risultato è la vacanza di primavera più lunga nella storia dell’università algerina.  

 

8-10 Marzo. Un invito a organizzare azioni di disobbedienza civile circola sui social media e diversi gruppi sperimentano questo approccio per aumentare la pressione sul governo. Le iniziative sono sparpagliate in tutto il paese e molto variegate – si va da chiusura di negozi, sciopero di lavoratori portuali e dei trasporti pubblici, chiusura di scuole – e non trovano spesso grande supporto.

 

11 Marzo. Bouteflika annuncia che non correrà per un quinto mandato. Questa è considerata però solo una vittoria parziale dai manifestanti, dato che il presidente annuncia anche che le elezioni non avranno più luogo in aprile come previsto, e che seguiranno invece una conferenza nazionale su riforme politiche e costituzionali prevista per la fine dell’anno. Molti considerano il rinvio delle elezioni una mossa incostituzionale, e la situazione nel paese rimane tesa. La manifestazione che segue l’annuncio, il 15 marzo, registra il più alto numero di partecipanti dall’inizio delle proteste.

 

Algeri, 15 marzo 2019. Fonte: Facebook

 

Il silenzio dei media statali

Mentre il movimento dà forma rapidamente e spontaneamente a manifestazioni di massa, la maggioranza dei media nazionali non si trova nella posizione di offrire nessuna rappresentazione imparziale o oggettiva degli eventi. In generale questa possibilità è piuttosto distante dalla realtà dei media pubblici algerini e in particolare dei canali televisivi – tuttora la prima fonte di informazione per la maggior parte della popolazione – che hanno sempre accuratamente evitato di dare spazio a storie che potessero mettere in discussione l’immagine del governo. Come dicono spesso gli algerini, il paese nel telegiornale (“Il telegiornale”, quello del canale pubblico principale, ENTV) non assomiglia per niente al paese in cui viviamo.

 

Nonostante queste premesse, molti Algerini si sono comunque ritrovati a guardare il telegiornale serale del 22 febbraio, solo per constatare increduli che non vi era alcuna traccia delle manifestazioni di massa appena concluse in tutto il paese. La settimana seguente, il silenzio dei media statali viene rotto con qualche commento frettoloso sul fatto che molti algerini sono in strada, senza prestare troppa attenzione al perché’ di queste azioni. Il dibattito sui social media e la documentazione delle proteste intanto cresceva di giorno in giorno. Il 27 febbraio un gruppo di giornalisti della televisione pubblica organizza una protesta, esasperati dalla linea editoriale del loro datore di lavoro. In questo contesto ha quindi fatto grande impressione l’agenzia di stampa pubblica APS (Algérie Presse Service), parte dello stesso conglomerato, dichiarando che quelle migliaia di persone nelle strade erano lì per chiedere al presidente di ritirare la sua candidatura.

 

Pratiche mediatiche che rimandano alla Primavera araba

Ci ricordiamo ancora dello storico momento in cui la televisione pubblica algerina aprì le braccia a un gruppo di giovani attivisti invitandoli in un programma televisivo e dandogli l’insolita libertà di esprimere le loro opinioni, idee e rivendicazioni. Era il 2011, e questo era uno dei tentativi di contenere la rabbia crescente nel paese. La stessa scena si è ripetuta stavolta con il crescere delle manifestazioni, e l’adesione di diversi settori professionali. Questa volta però il dibattito politico televisivo avviene sia nei canali pubblici che in quelli privati, fondati dopo la liberalizzazione del settore audiovisuale – una delle concessioni del regime alle proteste del 2011. Un programma settimanale, Hiwar Elsaàa (Le dialogue de l’heure) sul pubblico ENTV ha iniziato ora a invitare ospiti che discutono gli eventi in corso e commentano anche questioni serie come corruzione, disoccupazione e libertà di informazione. Questi argomenti sono ancora generalmente inesistenti nel settore pubblico, e riflettono ancora una volta una problematica visione della neutralità dei media che sembra essere strutturale più che episodica.

 

Media privati tra libertà di espressione e realtà dei finanziamenti

Nonostante alcune aperture, la situazione dei media privati in Algeria rimane complessa data l’intransigenza del governo, che non accetta nessun cambiamento reale nell’ambiente mediatico ne’ ammette una reale autonomia finanziaria per i canali privati. La maggior parte sono infatti ancora dipendenti dalle inserzioni pubblicitarie distribuite dall’agenzia statale a tutti i quotidiani – e la  maggior parte dei canali televisivi privati sono emanazioni di quotidiani indipendenti preesistenti. Questo significa che il governo può efficacemente impedire ai media privati di coprire liberamente le mobilitazioni popolari minacciando di tagliare tutta la pubblicità, come è appena accaduto nel caso di compagnie mediatiche molto popolari come Echouruk (giornale e canale TV) e El-Bilad (giornale e canale TV) in seguito ai loro resoconti troppo liberali delle proteste. Allo stesso tempo, l’unico canale privato in tutto e per tutto leale al regime, Ennahar TV, continua senza remore a concentrarsi solo sui danni alla proprietà pubblica causati dai manifestanti, e dagli scontri con la polizia seguiti ad alcuni cortei. Inutile dire che gli interventi di questi gruppi di provocatori sembrano seguire il ben noto schema ben noto al governo egiziano con il suo uso di criminali e provocatori nella rivoluzione del 2011 – eppure questa rimane l’immagine principale promossa dai media pubblici e privati pro-regime. Il paese aspetta intanto i prossimi sviluppi politici, e cerca attivamente di influenzarli, sperando che si accompagnino finalmente anche a un cambiamento nelle narrative mediatiche dominanti.

 


Il lavoro dei dati non finisce mai

Anne Boyer, poetessa, scrittrice di favole e saggista statunitense, vive a Kansas City, Missouri, dove insegna scrittura al Kansas City Art Institute. Nel 2018 ha vinto il Cy Twombly Award for Poetry e il Whiting Award in Nonfiction/Poetry. La maggior parte dei suoi testi apparsi anche online – molti dei quali disponibili sul suo sito – è raccolta nel volume A Handbook of Disappointed Fate (2018). Della sua principale raccolta di poesie, Garments Against Women (2015), è stato scritto che “ricostruisce la dimensione sociale della sofferenza individuale [e] [o]ffre una prospettiva che interrompe il torpore generato da uno spietato sistema di sfruttamento dandoci la possibilità di capire la natura strutturale dei problemi personali. Possiamo leggere questi piccoli frammenti di vita quotidiana come qualcosa che sta fra teoria e memoir, poesia e informazione”. Nel 2014, dopo anni di ristrettezze economiche e un continuo ammalarsi per le difficoltà del vivere ordinario, quando da qualche anno ha ottenuto un lavoro a tempo indeterminato, le viene diagnosticato un tumore maligno al seno. Boyer inizia allora a intrecciare la scrittura sul corpo malato e sulle pratiche di cura alle riflessioni sul lavoro, sul dolore, sulla vulnerabilità e la solitudine, e sul tempo delle parole e quelle del silenzio. Oltre al sito, si possono leggere le note di Boyer sulla newsletter-diario Mirabilary, nel quale su descrive così: “sono una comunista e lo sono sempre stata, e questo vuol dire che so che il mondo è e dovrebbe essere per tutte le persone che lo abitano. Il mio amico Anhony mi ha mandato una foto del suo gatto via messaggio intitolandola “si è addormentato lottando”. E è questo l’obbiettivo”. Il prossimo Autunno è prevista l’uscita di The Undying, un libro sul vissuto della malattia e della disabilità che questa comporta, presente anche nelle riflessioni del saggio qui proposto, che affronta in particolare il contrasto tra l’esperienza incarnata della malattia e l’astrazione dei corpi della medicina, la “simultaneità paradossale” fra lavoro di cura e lavoro dei dati, ma anche le differenze dei corpi al lavoro.
“Il lavoro dei dati non finisce mai” è apparso in lingua originale sul magazine Guernica nel 2015, ed è qui riproposto nella traduzione italiana di feminoska per Les Bitches (2018). Lo ripubblichiamo qui come parte del nostro piccolo speciale sulla Social Reproduction Theory nel femminismo contemporeaneo e come contributo allo sciopero globale transfemminista di domani: #lottomarzo

Nelle sale d’aspetto delle cliniche oncologiche, il lavoro di cura è inseparabile dal lavoro dei dati. Le mogli compilano i moduli dei mariti, le madri quelli dei figli*. Le donne malate riempiono i propri. Io sono malata e donna, quindi scrivo il mio nome. Ad ogni appuntamento mi viene consegnato un foglio stampato dal database generale, che devo correggere o approvare. Le banche dati sarebbero vuote senza di noi. Il lavoro di trasformazione di una persona in paziente è un lavoro femminile – solo ad uno sguardo superficiale può sembrare un lavoro svolto da macchine.

Le addette alla reception distribuiscono i moduli e stampano i braccialetti, che verranno poi letti da scanner stretti dalle mani di altre donne. Le infermiere si affacciano a porte dalle quali non emergono mai del tutto e che tengono aperte col proprio corpo, chiamando i pazienti per nome. Queste donne sono i parà delle soglie: pesano i corpi dei pazienti su bilance digitali e misurano i segni vitali negli anfratti del reparto accettazione della clinica.

Poi accompagnano il paziente – nel mio caso, mi accompagnano – alla sala visite, e si collegano al sistema. Inseriscono i numeri generati dal mio corpo, che si offre alle macchine: quanto sono calda o fredda, la velocità con cui mi batte cuore. Poi mi chiedono: In una scala da 1 a 10, come valuta il suo dolore?

Provo a rispondere, ma la risposta corretta è sempre “a-numerica”. Le sensazioni sono nemiche della quantificazione, e non esiste (ancora) una macchina alla quale il sistema nervoso possa comunicarle in misura sufficientemente descrittiva.

La malattia è caotica. La medicina sovra-risponde all’evento indisciplinato che è la malattia del corpo trasmutandolo in dati. Il paziente diventa informazione, non solo in base alla quantità di ciò che produce o attraversa il suo corpo singolo: i corpi e le sensazioni di intere popolazioni vengono convertite nella matematica della probabilità – di ammalarsi o stare bene, di vivere o morire, di guarire o soffrire – su cui si basa il trattamento. Tutti i corpi sono soggetti a questi calcoli, ma sono corpi di donna, il più delle volte, a svolgere il lavoro preliminare di trasformare la nebulosità e l’incalcolabilità della malattia nella matematica tecnologicamente avanzata della medicina.

Nome e data di nascita. Il nome di una malata di cancro, come da lei stessa confermato, è aggiunto al codice a barre del suo braccialetto, ed a qualsiasi sostanza – fiale di sangue prelevato, farmaci chemioterapici da infonderle – la cui posizione e identità debbano essere verificate. Anche se il braccialetto è già stato scansionato per accertare la mia identità, chiedermi di ripetere il nome è il piano di riserva delle informazioni mediche: è il punto di ogni trasmissione di qualcosa da o verso il mio corpo. A tratti potrei ricordare chi sono, ma la ripetizione è un metodo di desensibilizzazione. Valutarsi in una scala da 1 a 10? Nell’astrazione intensiva e medicalizzata del cancro, esisto a malapena, la mia persona diventa un mero accessorio delle sensazioni del corpo e dei sistemi informatici della medicina.

Incontro le infermiere nella sala visite, dopo aver indossato un camice al posto dei vestiti. Si collegano al sistema. A volte mi hanno già fatto un prelievo di sangue, e mi viene permesso di leggere una pagina stampata che ne riporta le componenti. Ogni settimana il sangue trasporta quantità variabili di cellule e altre sostanze rispetto alla settimana precedente. I livelli di queste sostanze aumentano o diminuiscono, determinando la quantità e la durata dei prossimi trattamenti. Le infermiere mi interrogano sulle percezioni che provengono dal mio corpo e inseriscono le mie sensazioni in un computer, cliccando sui sintomi – a cui è stata assegnata da tempo una categoria, un nome e un codice assicurativo.

La parola cura raramente richiama alla mente una tastiera. Il lavoro, spesso non retribuito o mal pagato, di coloro che prestano cura (a volte chiamato “lavoro riproduttivo”, ovvero la riproduzione quotidiana di se e degli altri come corpi viventi, l’alimentazione, la pulizia, la cura e così via) è ciò che la maggior parte delle persone definirebbe come il meno tecnologico, il più affettivo e intuitivo. La cura è spesso intesa come un modo di sentire, vicina come è all’amore. La cura appare così distante dalla quantificazione, come le sensazioni di fragilità o dolore della persona assistita sono assenti dalle statistiche. “Mi prendo cura di te” suggerisce una diversa modalità di astrazione (quella del sentimento) rispetto alla misurazione del tasso di divisione cellulare di un tumore (quella del fatto patologico). Ma nel corso di una malattia grave si verificano strani capovolgimenti. O meglio, ciò che sembra essere un capovolgimento diventa un chiarimento. I nostri corpi animali, un tempo solidi, imprevedibili, sensibili e incredibilmente disordinati,  soccombono – imperfettamente, ma intensamente – alle condizioni astratte della medicina. La cura diventa concreta e materiale.

Segretarie, assistenti, tecniche di laboratorio e infermiere non devono solo inserire le informazioni provenienti dal mio corpo nei database, ma anche prendersi cura di me mentre lo fanno. In ospedale, la mia urina è analizzata e valutata dalla stessa persona che mi tiene compagnia chiacchierando amabilmente. In tal modo, le procedure dolorose si fanno meno dolorose. Le lavoratrici che controllano il mio nome due volte, scansionano il mio braccialetto ed eseguono con accuratezza la doppia procedura di controllo mentre mi attaccano all’infusore dei farmaci chemioterapici, sono le stesse che mi toccano con delicatezza il braccio quando ho paura. L’infermiera che mi fa il prelievo di sangue, mi racconta una barzelletta.

Il lavoro di cura e il lavoro dei dati esistono in una sorta di simultaneità paradossale: ciò che entrambi hanno in comune è che spesso sono compito delle donne e, come tutto ciò che è stato storicamente definito come lavoro femminile, è un lavoro che appare invisibile. Spesso viene notato solo quando è assente: una casa sporca si nota di più di una pulita. Lo sfondo che sembra esistere senza sforzo si materializza con enorme fatica: il lavoro di cura e il lavoro dei dati sono silenziosi, quotidiani, continui e infiniti. Il file di un paziente è, come una casa vissuta, un luogo di lavoro che dura per l’eternità umana.

Nel corso del mio trattamento contro il cancro, tutte queste lavoratrici – addette alla reception, paramedici e infermiere – sono state donne. I dottori, a volte donne e altre volte uomini, mi incontrano nell’istante di massima quantificazione del mio corpo. Accedono al sistema, ma digitano meno e, a volte, non lo fanno affatto. Mentre con gli occhi scorrono lo schermo, che mostra le categorie e le quantità aggiornate del mio corpo, penso alle Devozioni Per Occasioni Di Emergenza di John Donne: “Mi hanno visto e ascoltato, immobilizzato e raccolto prove: ho reciso la mia stessa anatomia, mi sono sezionato e ne hanno ricavato informazioni.”
Se le donne sono coloro che trasmutano i corpi in dati, i medici sono gli scanner. Non praticano alchimie eccezionali. Altre lavoratrici mi hanno sublimato ed etichettato: ho informatizzato le mie sensazioni. Sono i dottori che mi leggono, o meglio, leggono ciò che il mio corpo è diventato: un paziente fatto di informazioni, prodotto dal lavoro delle donne.