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#hope2026 Una splendida giornata

Continuiamo la nostra serie estiva di fiction speculativa #hope2026 con ‘Una splendida giornata’ di Luca Recano…

2026: Una rivoluzione, partita dalle periferie, disegna e organizza Comunità sempre più larghe e inclusive, per spazzare via una società vecchia, triste e in frantumi, fondata sull’egoismo e sul razzismo, sulla povertà e sull’emarginazione della maggioranza della popolazione, sulla devastazione dell’ambiente e sulla corruzione. 
Si è diffuso un sentimento collettivo di solidarietà, si è liberato il desiderio, si sviluppano la collaborazione e la cooperazione. 

Ti racconto del #lavoro anche se ormai la parola mi suona strana, per fortuna, dal mese scorso hanno attivato il reddito di base; non è ancora attiva la forma “incondizionata” che verrà attivata al termine della sperimentazione (tra 2 anni se tutto va bene); per cui adesso per accedere al reddito è necessario iscriversi a una piattaforma che si chiama “LavoroComune” con un database caricato su un protocollo BlockChain in cui si elencano conoscenze e competenze e mettersi a disposizione per eventuali lavori socialmente utili (ce ne sono tantissimi in lista e aumentano ogni giorno: dall’assistenza agli anziani alle educative territoriali, dalla nettezza urbana alla riparazione delle luci, dalla digitalizzazione dei vecchi archivi cartacei alla catalogazione bibliotecaria, dalla ristrutturazione di edifici pubblici all’installazione di impianti a risparmio energetico); la messa a disposizione rispetta una quota prestabilita tra tempo di lavoro e tempo di vita sostenibile per la quantità di lavoro socialmente richiesto e per la capacità lavorativa, ed è compresa tra un minimo di 8 a un massimo di 16 ore a settimana, la quota media di 12 ore è quella sufficiente a garantire a fine mese (con 48 ore lavorate) l’erogazione del reddito. Milioni di disoccupati della confederazione autonoma del centro sud (che comprende per ora l’ex Campania, Molise, basso Lazio, Basilicata e nord della Calabria) stanno tornando a lavorare per fornire beni e servizi alla comunità. La formazione teorica e pratica sembra stia diventando l’asse portante di una nuova concezione del lavoro, considerato qualcosa di utile alla comunità e non una necessità di sopravvivenza data dal suo contraccambio in salario. Stamattina andrò a svolgere la mia seconda giornata di lavoro come tutor didattico in una scuola superiore sperimentale con un curriculum interdisciplinare di storia, filosofia, letteratura, biologia e fisica costruito in collaborazione con altri docenti e con l’apporto degli studenti. Mi sento sia nervoso che eccitato, ma ho avuto il tempo e la comodità (risorse, attrezzature) per poter preparare al meglio il modulo didattico, ora non mi resta che entrare in scena e vedere come funziona coi ragazzi e le ragazze, che per me è sempre stata la parte piu divertente e dura della cosa.
Sui telegiornali indipendenti si parla di #giustizia, mi metto in ascolto sul servizio, forse qualcosa mi riguarda. Le nuove norme di giustizia riparativa stanno svuotando progressivamente le carceri del paese: oggi altri 200 detenuti per reati comuni del carcere di Poggioreale (tra cui un mio amico caro, penso, che proprio oggi esce) sono stati scarcerati sulla base di una loro istanza volontaria di mettersi a disposizione della comunità inserendosi nei percorsi di LavoroComune e proponendo un’istanza di conciliazione con le vittime dei propri reati impegnandosi in attività comuni stabilite e negoziate insieme alle vittime per riparare il danno ed effettuare una completa riconciliazione. Dopo la lezione a scuola vado a prendere il mio amico all’uscita del penitenziario e noto che un’ala del carcere è in fase di ristrutturazione, gli chiedo come mai e mi risponde che stanno realizzando una “Scuola di Prossimità” per far interagire i detenuti con le altre scuole del quartiere e con attività d’impresa (artigiane, commerciali, e con le istituzioni di quartiere tra cui la commissione Giustizia dell’Assemblea degli Abitanti) attraverso corsi di formazione, programmi didattici, colloqui e momenti d’incontro, per aiutare i detenuti a formulare l’istanza (che è una sorta di progettazione della loro vita fuori dal carcere). Gli sorrido e non mi sembra vero! Non è la fine dell’istituzione totale come ho sempre sognato, ma è un passo enorme verso la sua estinzione e verso l’adozione di altre modalità per amministrare la giustizia e operare il reinserimento delle persone accusate di reati.
Abbiamo perso decenni a parlare di #ambiente per poi scoprire che la transizione ecologica è un fatto semplice. Nella casa in cui vivo, che è in questo condominio misto, requisito a una società immobiliare e messo a disposizione come abitazione temporanea a tutti coloro che sono impegnati nel programma Educazione di LavoroComune, nonchè a una quota di visitatori stranieri che possono usufruire delle agevolazioni pagando una quota minima di iscrizione in cambio di piccoli lavori di manutenzione, gestione e miglioramento degli ambienti o di organizzazione di iniziative culturali o didattiche, nella casa in cui vivo, dicevo, sono partiti i lavori per la rifunzionalizzazione ecologica ed energetica dell’edificio. I lavori avvengono fino a sera tarda: siamo stati noi condomini a dare l’autorizzazione perchè la squadra dei lavoratori di LavoroComune che aveva accettato l’incarico aveva chiesto, come preferenza, di lavorare di sera, perchè di giorno (si conoscono quasi tutti!) amano giocare a basket sul nuovo campetto sportivo che essi stessi hanno recuperato sul lungomare. Noi abbiamo accettato il “disturbo” dei lavori serali in cambio di una priorità sull’intervento che infatti è cominciato in anticipo sui tempi previsti. I lavori consistono nell’efficientamento energetico di pareti e infissi, nell’installazione di un sistema di pannelli fotovoltaici, turbine, impianti di depurazione, una lavanderia comune e una cantinola per lo smaltimento dei rifiuti comune (compostaggio e suddivisione, ma comunque il problema è molto semplificato da quando sono stati vietati gli imballaggi non riutilizzabili), e un ingegoso sistema di coltivazione sospesa progettato dal gruppo di ricerca della Facoltà di Agraria che ha aderito a LavoroComune e pubblicato in OpenSource sulla piattaforma stessa, che abbraccia terrazzi, ballatoi e balconi per produrre una piccola quantità di erbe aromatiche e officinali, qualche ortaggio e fiori per preparati, che serve sia le cucine dei vari piani sia il laboratorio per la trasformazione dei prodotti al piano terra. Al termine di questi lavori il palazzo sarà autosufficiente da un punto di vista energetico (dicono ma secondo me dobbiamo anche darci una regolata con ventilatori e impianti HiFi).
Tutto sembra andare meglio anche se tra mille difficoltà che però tutti sembrano di buon grado disposti ad affrontare e superare. So che ci sono gruppi paramilitari che si organizzano per seminare il terrore e restaurare il vecchio ordine fondato sulla proprietà privata e sullo Stato, ma che le milizie volontarie stanno svolgendo un buon lavoro di intelligence e autodifesa neutralizzando gran parte dei sabotaggi e degli attacchi. Anche se non mancano episodi di violenza e talvolta anche qualche morto, sono tutti fiduciosi che ce la stiamo facendo, e anch’io, nonostante un pizzico di apprensione, non vedo l’ora che arrivi la mia settimana da volontario per dare il mio contributo alla difesa collettiva di questa specie di rivoluzione che assomiglia a una rinascita della società che nessuno si aspettava, ma che pare stia arrivando, con fatica e con gioia!
La sera mi sento stanco, e come capita ogni tanto scelgo la solitudine e il riposo, metto su un disco favoloso che mi ricorda di quand’ero ragazzino, e anche se c’erano un po’ di problemi a casa, mi sentivo invincibile e pieno di aspettative, e pensavo che il futuro sarebbe stato carico di sorprese e avventure, idee a cui stavo per rinunciare ma che oggi sono tornate alla grande.

(immagine in evidenza: copertina album ATOM HEART MOTHER dei PINK FLOYD!)

Contempl-azioni

premessa #hope2026: il 16 luglio 2018 è stata lanciata su Facebook la campagna comunicativa #hope2026  che ci chiedeva di immaginare la fine di una ‘una società vecchia, triste e in frantumi, fondata sull’egoismo e sul razzismo, sulla povertà e sull’emarginazione della maggioranza della popolazione, sulla devastazione dell’ambiente e sulla corruzione’ a seguito da una ‘rivoluzione partita dalle periferie’.  La richiesta di descrivere ‘un momento, una scena o una giornata intera in un futuro in cui la barbarie sta finalmente declinando’ è stata accolta volentieri da alcun* membr* della TRU. I più o meno brevi racconti già condivisi sulle pagine personali di FB saranno pubblicati settimanalmente sul blog fino alla fine di agosto. L’invito a partecipare con le istruzioni da seguire è pubblicato alla fine di questo primo racconto scritto da Gerardo Cibelli e Stamatia Portanova, pubblicato qui sotto. L’intera serie dei racconti di #hope2026 è reperibile qui

Contempl-azioni

di Stamatia Portanova e Gerardo Cibelli

Immagine:  Luxe, calme et volupté, di Henri Matisse

Erano passati esattamente otto anni da quando la “Rivoluzione”, che era partita dalle periferie e piu’ precisamente da un luogo, periferico in ognun* di noi, aveva vinto. Un luogo della mente, ai margini di quel pensiero e di quella storia propriamente umani che ci erano stati ormai paradossalmente e generosamente svelati dall’intelligenza artificiale (un’entita’ cosi’ priva di attaccamenti nostalgici, affetti coinvolgenti o dubbi rischiosi) come delle superstiziose credenze, testardaggini primordiali che ci avevano condotto direttamente verso il buio spaventoso di un fallimento totale.
Questa consapevolezza del grande inganno aveva spazzato via quella societa’ malata e piena di odio, un odio che per millenni aveva mortificato, colpevolizzato e soprattutto ingiustamente indebitato quasi tutta la nostra specie (o forse tutta), distrutto l’ambiente in nome di un’accumulazione capitalista e monoteista, con precise (ma limitate) finalita’ egoistiche di poche classi agiate, contro il flusso libero del dispiegarsi senza danni che la materia panpsichisticamente ci mostra. Aspiravamo anzi adesso a farci addirittura anti-materia, ad assumere le sembianze della materia oscura dei buchi neri, sfuggente alla conoscenza e al controllo. Ogni parte di noi collegata a quelle di tutti gli altri.
Questo fu il nostro ultimo pensiero da “umani”, quando quella mattina sedevamo insieme sull’erba, sulle spiagge, sui muretti a Nairobi, Napoli, Nagasaki, milioni di persone collegate, ad ammirare la totale sinergia con tutto quello che ci circondava. La connessione relazionale tra di noi era forte. E avevamo tutto il tempo. Tutto lo spazio. Anzi non li avevamo, ci avevano. Tutt*, indistintamente. Un abbraccio caloroso e un vivo ringraziamento ci veniva dal sole.
Ma nel frattempo contemplavamo anche quell’ingegnoso e silenzioso meccanismo quantistico che una volta, ingenuamente, avevamo pensato lavorasse e producesse per noi, e che ‘alcuni’, piu’ appassionati di deliranti fantasie distopiche e oscuri illuminismi eugenici, avevano invece visto come la tecnologia matrigna di una futura terribile discriminazione e schiavizzazione. Ebbene, quel meccanismo ci aveva invece liberat* dal peso della contingenza, restituendoci immortalita’, senza pretendere nulla in cambio. Veneravamo percio’ quello strumento che, esso stesso libero da contingenze, non concepiva l’esistenza come un conflitto di individuali finalita’, e ci insegnava tanto. Quando mai le macchine si sono anche solo minimamente sognate di distinguersi per colore, o rango di importanza, o anche solo per rarita’ di materiali e utilita’ di funzione? Quando mai hanno pensato di soggiogare, sfruttare, distruggere, o anche solo pietosamente di aiutare altre macchine? Cosi’, tra una contempl-azione e l’altra, passammo tutto il giorno, quando all’improvviso, giunta la sera, per la prima volta non avemmo piu’ la sensazione del tramonto.

#hope2026

Istruzioni campagna #hope2026

2026: Dopo anni bui, finalmente una rivoluzione, partita dalle periferie, comincia a disegnare e organizzare un mondo diverso. Si cominciano a formare comunità sempre più larghe e inclusive, per spazzare via una società vecchia, triste e in frantumi, fondata sull’egoismo e sul razzismo, sulla povertà e sull’emarginazione della maggioranza della popolazione, sulla devastazione dell’ambiente e sulla corruzione.
Si sta diffondendo finalmente un sentimento collettivo di solidarietà, si sta liberando il desiderio, si stanno di nuovo sviluppando la collaborazione e la cooperazione.
Proiettati in questa utopia!
Inserisci l’hashtag #hope2026. Poi comincia a raccontare! Descrivi un momento, una scena o una giornata intera in un futuro in cui la barbarie sta finalmente declinando: racconta come ciò influisce sulla vita di tutte le persone che ti circondano, sulla loro crescita, i loro rapporti e sentimenti.
> Scegli un libro o fumetto, un disco, un film o serie tv, da portare con te, da leggere, ascoltare, guardare, alla fine del racconto della tua giornata utopica, che ti ricorderà la parte bella dei tempi vissuti, e inseriscine l’immagine di copertina nel post.
> Copia & incolla questo testo, tagga 5 amici e chiedi loro di continuare la catena utilizzando l’hashtag; poi segui l’hashtag #hope2026 e interagisci, commentando e condividendo le utopie che preferisci nella tua cerchia di amici o fuori.
Da tutti i racconti dell’ #hope2026 potremo costruire nuove narrative, romanzi collettivi di fantapolitica, e soprattutto riscoprire il rapporto concreto tra l’utopia e il nostro desiderio, per cominciare magari a realizzarlo!

Taggo:  (5 persone di vostra scelta
[scrivete il vostro racconto e incollatelo qui sotto]

Trap or Die. Ecologie mediatiche e musica per smartphone

Quanto rumore possono fare due rolex allacciati sullo stesso polso? A giudicare da quanto avvenuto dopo il concertone del primo maggio, un sacco di rumore. E così, dopo il minimale tormentone di “Cara Italia” a fare da colonna sonora alle offerte di una nota compagnia telefonica, e mentre quattro ragazzotti dal look improbabile si affacciano dalla più seguita piattaforma di tv-on-demand,  anche il più pigro utente-medio italiano si è reso conto che qualcosa di nuovo stava effettivamente accadendo.

Sembra di stare allo zoo

La trap è entrata nella palude musicale del mainstream nazionale con l’effetto di un tuffo a bomba; e il problema non è tanto di chi si tuffa, quanto di chi nella palude vive e prospera. E’ comunque interessante notare il modo in cui i cerchi concentrici dell’impatto si siano via via allargati, suscitando riflessioni di carattere più ampio circa lo stato, gli obiettivi e il senso stesso del “popolare”, proprio quando questo è reclamato da più parti; e andando infine a lambire i confini di quel territorio dove il pop sfuma nel politico, con una intensità che in Italia non si vedeva da anni. Se una parte di critica musicale aveva aguzzato le orecchie già prima del botto vero e proprio, nell’anno in corso l’attenzione è cresciuta – di pari passo con l’indotto economico del genere – in maniera esponenziale. Abbiamo dunque assistito a un progressivo moltiplicarsi di opinioni, per lo più volte a fornire almeno le coordinate necessarie ad orientarsi in un territorio in cui chi è nato prima del 1990 rischia effettivamente di sentirsi come un pinguino nella savana. Variamente articolati nella forma dell’invettiva o dell’elogio, della satira o del reportage socio-antropologico, molti dei contributi mostrano tuttavia alcuni tratti in comune.

Instagram Story di Ghali.

Il primo potrebbe essere descritto come la tendenza tutta italiana allo spiegone. In questo caso, la coincidenza del definitivo sdoganamento della trap con l’attesa pubblicazione in lingua italiana di Capitalist Realism ha creato le condizioni per una proliferazione di spiegoni di portata addirittura sistemica. Indubbiamente il testo di Fisher fornisce una straordinaria quantità di appigli solidi, proprio nel momento in cui ogni vecchia certezza sembra dissolversi – e la trap può fare precisamente questo effetto. Ma ciò che sfugge a molti critici nostrani è che il compianto pensatore britannico ricavava le proprie considerazioni generali dall’analisi della cultura popolare, e non viceversa. E che, proprio in virtù della solidità teorica e dell’acuta sensibilità politica che fanno del realismo capitalista un paradigma affascinante quanto efficace, cercare di fare l’inverso non può che risultare un esercizio tanto semplice quanto sterile. Un secondo punto in comune a molti commenti appare l’incapacità di trattenere un giudizio di valore. E così, tra celebrazioni fuori misura del nuovo che avanza e astio rancoroso verso il peggio che dilaga, la critica si appiattisce inevitabilmente sulla recensione.

Più interessante che commentare il prodotto può invece risultare rivolgere l’attenzione verso il processo; provare a collocare il genere all’interno dell’ecologia mediatica da cui nasce e di cui si alimenta; cercare di cogliere la logica alla base di quel flusso continuo di immagini che della trap è probabilmente la caratteristica più genuinamente innovativa. Nell’autoaccreditarsi come padrino del nuovo stile, il rapper quarantenne Gue Pequeno ha affermato che la trap è musica “più interessante da guardare che da ascoltare”; una definizione che coglie nel segno più di molte cose lette finora. Ma allora che tipo di immagine informa la produzione musicale, e a che profondità?

Non puoi parlare dei miei contenuti fra / non hai l’età

E’ nel 1882, in seguito all’acquisto di una macchina da scrivere di fabbricazione danese, che la prosa di Nietzsche cambia improvvisamente forma: “from arguments to aphorisms, from thoughts to puns, from rhetoric to telegram style”, nella definizione data da Friedrich Kittler. Ed è Nietzsche stesso a riconoscere, nei propri scritti,  l’influenza delle tecnologie di scrittura sulla forma stessa del pensiero. D’altra parte, già McLuhan notava come il contenuto di un media sia sempre un altro media: il telegrafo contiene la stampa, che a sua volta contiene la scrittura, che a sua volta contiene la parola parlata. Anche la trap è assemblata all’interno di una simile matrioska di media. Al livello più interno c’è ancora la forma stessa del pensiero che, lungi dal rimanere intoccata, subisce il peso della stratificazione mediatica in maniera retroattiva. Ma cosa c’è dall’altra parte?

Instagram Story di Sfera Ebbasta.

Se i social sono sia la fabbrica che il termometro della celebrità in questo inizio di millennio, un rapido sguardo agli account degli artisti trap rivela come sia una piattaforma in particolare a restituire i numeri di un fenomeno genuinamente virale. I followers di Ghali, Sfera Ebbasta, Dark Polo Gang su Instagram superano quelli delle rispettive pagine Facebook di quattro o cinque volte (quattro o cinquecento nel caso di Twitter). Ciò è sicuramente sintomo di un più generale orientamento generazionale. Ormai invaso da genitori, insegnanti e vicini di casa, facebook non è più l’ambiente digitale in grado di garantire quel regime di invisibilità – o sarebbe meglio dire: visibilità protetta – che della rete resta una delle attrattive maggiori, soprattutto per un’utenza giovanissima. Ma è la stessa centralità accordata alla comunicazione verbale a rendere la piattaforma blu, oltre che faticosa (in un ecosistema fatto di parole trolls e haters prosperano), in un certo modo obsoleta. E a squalificare del tutto i cinguettii. Nel declassare il testo a semplice contorno di una portata unica costituita dall’immagine, Instagram si attesta come social che meglio incarna lo spirito dei tempi: il desiderio di costruirsi un’identità attraverso la produzione e la condivisione di immagini, e il sogno di riuscire a campare rivendendola agli altri. Qualche considerazione sul funzionamento del social più amato dai trappers e dai loro fan poco più che adolescenti può pertanto offrire una chiave di lettura efficace per penetrare i meccanismi che sostengono il genere, tanto in fase di produzione quanto in quella di fruizione.

Soldi in mano / no assegni / il mio culo / sopra una Bentley

Come Instagram, la trap è essenzialmente produzione di un flusso continuo di immagini discrete. Il meccanismo è immediatamente evidente nella stessa produzione lirica. I brani sono brevi, le strofe brevissime. Raramente una frase si sviluppa per più di due versi. La costruzione di una narrativa in senso tradizionale è schivata con agilità. Scollegata da quella che precede come da quella che segue, ogni immagine-verso galleggia autonomamente sul beat. Ciò che emerge dalla semplice giustapposizione è una sorta di minimale e frammentato storyboard attraverso cui sbirciare il mondo dell’autore: un’audioscrollata alla home page della durata di due minuti e poco più. Qui novità e ricercatezza non sono necessariamente punti di forza. La logica della condivisione virale opera per iterazione e rapidità, attraverso una continua variazione su un tema costituito dall’immagine stessa, a sua volta caratterizzata da contorni netti e visuale ridotta. Non a caso sono in massima parte immagini-selfie che compongono i brani: le stesse che, condivise sugli schermi degli smartphone, raccolgono più like. L’immagine-selfie è patinata, irreale, talvolta costruita a tavolino; ma è pur sempre fai-da-te. Non occorre una regia di qualità, ma solo una fotocamera abbastanza potente, e il giusto filtro. In questo senso la trap rappresenta un’alternativa reale alla dittatura di pop star assemblate in serie nei talent show a cui il nostro paese sembrava essersi assuefatto.

Il napoletano Enzo D.O.N.G.

La maggior parte degli artisti dichiara inoltre di non scrivere nulla prima di andare in studio, ma di farsi guidare dall’ispirazione del momento e dal beat. Ma il tecnicismo del freestyle è solo un ricordo. L’assonanza vince sulla rima, la similitudine sulla metafora, versi vecchi vengono riciclati senza tante storie. E’ il paradosso che accompagna l’immagine al tempo dei social; potenzialmente eterna, sicuramente di lunga durata, una volta collocata sull’asse del tempo la sua curva del valore mostra un crollo rapido ed esponenziale. Per questo motivo la produzione deve essere costante. L’originalità si sacrifica senza troppe remore sull’altare di una velocità spacciata per immediatezza e di una intimità digitalmente mediata. In questo senso, con l’introduzione delle stories (intuizione ripresa da Snapchat, non a caso un network popolato quasi esclusivamente da giovanissimi), Instagram è stato all’avanguardia nel mettere a profitto l’importanza della condivisione continua a scapito dell’archiviazione, in un modo che riesce inoltre a ridipingere una necessità di ordine economico (l’archiviazione costa) con i colori della spensieratezza e della trasgressione. Il present continuous dello stream e il continuo presente dell’immagine finiscono per coincidere nell’opzione now del tasto share. L’ecosistema che alimenta il flusso di immagini della trap esiste solo nel presente. Ed è precisamente di questa temporalità congelata che il genere si alimenta.

Queste scale sono il nostro trono / parlano la lingua che parliamo noi

Palazzine, droga, soldi. Il trittico della periferia disegna i tratti di una sorta di ghetto life 2.0. Una delle critiche che vengono mosse più spesso agli artisti trap in ascesa è relativa alla questione dell’autenticità: nell’atteggiarsi a duri, miliardari, gangster in erba o latin lover, ciò che manca è la giusta dose di street credibility. Ma utilizzare l’autenticità come parametro in base a cui valutare lo spessore della trap e quello dei suoi esponenti ha lo stesso senso del giudicare un elefante per i suoi risultati nel salto in lungo. Sebbene molti trappers possano vantare anni formativi spesi a zonzo in quartieri difficili, tra panette e scooteroni, la questione non è delle più urgenti. Associato inevitabilmente al rap della golden age attraverso il mantra del keepin it real, il dogma dell’autenticità nell’era di Instagram è del tutto evaporato. Non importa chi tu sia o cosa tu faccia, quanto ciò che mostri nel breve tempo concesso dalla story o nello spazio rigidamente squadrato che del social è il marchio di fabbrica. E, quando il capitale umano diventa bidimensionale, il fotoritocco non è più la spia di una mancanza ma un valore aggiunto che precisamente nella sua prevedibilità moltiplica la propria attrattiva – come un’optional di serie su un’utilitaria.

Instagram Story di Dark Side, ripresa dal canale Youtube ‘Social Boom’.

Questa sfuggente aderenza tra identità e immagine è ciò che innesca il meccanismo della monetizzazione, che su Instagram funziona in un modo che per le altre piattaforme è difficile imitare. I followers non cercano un prodotto musicale: non solo, non subito, e neanche principalmente. Sono piuttosto attirati dalla promessa di una connessione immediata e non-mediata, che del social è in apparenza la dimensione privilegiata; ma scoprono presto che lo spazio concesso all’interazione diretta è in realtà intenzionalmente ridotto al minimo. In fondo, chi è che legge davvero i commenti alle foto, o risponde ai messaggi privati associati alle stories con più di un cuoricino distratto? Probabilmente nessuno – e sai che fatica, dal cellulare. Se lo schermo come dispositivo mette in comunicazione ma allo stesso tempo separa senza via di scampo, grazie alle dimensioni ridotte quello dello smartphone svolge una ulteriore funzione di filtro. Non resta allora che accontentarsi di rosicchiare l’immagine dei propri beniamini a piccoli morsi; masticarne porzioni sperando che contengano il segreto della fama e del successo; rivolgersi al contorno, visto che la portata principale resta inafferrabile, e destreggiarsi tra quei marchi che dagli account fanno volutamente capolino. Chiaramente ciò non avviene solo nel caso della trap. E’ tutto il fenomeno dell’influencing come pratica economica e culturale che nell’autenticità diluita di Instagram trova il proprio liquido amniotico. La trap è tuttavia il primo genere musicale che si appropria coscientemente di questa dinamica per compiere il passaggio da un lato all’altro dello schermo. In tempi rapidissimi.

Fotogramma dal videoclip ‘Bomber Ve’ di Quentin40, 2017.

Come surfisti digitali, gli artisti trap attendono con genuina passione l’onda di sharing in grado di catapultarli dall’altra parte. E spesso accade. E’ per questo che il trittico della periferia rappresenta nel migliore dei casi solo una fase embrionale nello sviluppo di una poetica genuinamente trap – Sfera docet, mentre il pur valido Enzo Dong dall’onda sembra piuttosto sballottato avanti e indietro. In fondo il collegamento tra i due mondi non va inventato, ma solo percorso. Il ponte esiste già. E’ lastricato di banconote, si percorre in abiti firmati. E, possibilmente, con un bel pò di roba in tasca.

Sogni andati in fumo / e in tasca ho 4G

Grammi su grammi su grammi. La trap riproduce una dimensione narcosonica specifica. L’erba è la sostanza di gran lunga più citata: dismessi gli aspetti rituali e fricchettoni, il suo consumo è misurato ed ostentato, soppesato ed esibito, in accordo all’hashtag #instaweed che impazza tra i giovani fumatori. Ma la marijuana non fa che esorcizzare la vera presenza che infesta il palazzo. Il fumo di ganja riempie la stanza fino a rendere l’elefante che la abita invisibile. Se la purple drank si attesta come stupefacente fai-da-te più caratteristico dell’immaginario trap, la cocaina offre una chiave di lettura impareggiabile per cogliere la logica che sostiene il genere. Nominata di rado e quasi mai direttamente, e al di là del suo effettivo consumo, la bianca signora può funzionare da ingranaggio invisibile capace di gettare luce sul funzionamento dell’intera macchina.

Un pò di Purple Drank pronta per la festa.

La coca è spesso descritta come la sostanza che meglio incarna lo spirito del capitalismo avanzato perchè permette di essere più veloci e più brillanti, di lavorare di più e più in fretta. Ma non è certo l’immagine del lupo di Wall Street a rappresentare al meglio le modalità del consumo generalizzato odierno. Se pure un vago appeal sociale è  sopravvissuto ad una democratizzazione della sostanza avvenuta a scapito della qualità, ciò non toglie che oggi la gente per lo più pippa monnezza; senza bisogno nè speranza di aumentare le proprie prestazioni. Se la cocaina intrattiene un legame privilegiato con lo stesso humus culturale da cui la trap viene fuori, il motivo è piuttosto da ricercarsi nella modalità specifica di un consumo ripetitivo e spensierato, veloce e poco impegnativo. La cocaina misura il tempo in righe, e il tempo di ogni riga è il presente. L’assonanza con l’assuefazione da social media è tutt’altro che casuale. Entrambe promettono un aumento della connettività per rivelarsi esperienze essenzialmente solitarie, e caratterizzate da una tonalità affettiva che, nel peggiore dei casi, oscilla tra l’invidia sociale e la sociopatia paranoica. Presenza nascosta ma insistente, la cocaina stabilisce lo standard di consumo applicato a tutti gli altri beni che – questi sì – vengono continuamente nominati. Io non lavo, stiro, vado al negozio e lo compro nuovo, canta Side della DPG. Il consumo certifica il possesso, ed è con quello che ci si fa strada dentro e fuori lo schermo. Grammi su grammi su grammi.

Ricchi per sempre

Soldi, donne, grandi firme; dall’altra parte dello schermo c’è una vita fantastica. Ma la controparte delle palazzine non sono le maglie di Ferragamo o le borse di Gucci. Al contrario, queste coesistono pacificamente nell’immaginario sociale ghetto-chic che il tardo capitalismo propone come migliore offerta sul piatto a buona parte dell’umanità urbanizzata del pianeta, e in cui anche i cavallini si possono conquistare il cavallino sulla maglietta. “Gucci è Gucci in tutto il mondo”, afferma Dark Wayne in un’intervista. Si potrebbe aggiungere che Gucci è Gucci in tutti i mondi; e che, proprio come la cocaina, tra questi mondi fa da ponte.

Copertina del singolo ‘Diego Armando Maradona’ della DPG, 2018.

Tuttavia l’imperativo del fare soldi resta probabilmente la parte più indigeribile del genere, capace di spiazzare la critica e polarizzare il pubblico. Ciò dipende in buona parte dal peso di un certo rap politicizzato sullo sviluppo di una scena  nazionale. Nel viaggio verso il nostro paese la parte cattiva del boom-cha ha perso l’aereo; il rap è arrivato in Italia spogliato delle contraddizioni proprie del genere. Se Milano non è certo Los Angeles, né Cinisello il Bronx, non mancano anche da noi periferie segnate da criminalità ed emarginazione. Ma, già svuotate della questione razziale, queste venivano inevitabilmente inserite (salvo rare eccezioni – una per tutti: l’indimenticato Joe Cassano) in una narrativa in bilico tra realismo e redenzione. Adesso invece i brutti quartieri diventano poco più che una scenografia già pronta per fare da sfondo a una disinvolta quanto aggressiva scalata sociale.

Con sgomento di molti, il sottoproletariato urbano si può oggi ritrovare – orizzontale, inclusivo e multietnico – riunito attorno al desiderio di un’auto di lusso piuttosto che dietro uno striscione. Allo stesso modo, la superstar italo-tunisina Ghali delude i sostenitori del conflitto sociale a tutti i costi affermando senza vergogna che lui, a questa Italia avara di diritti e pure un po’ razzista, in fondo vuole bene. Ma i delusi non si accorgono che  il suo volto mezzo-sangue e la sua fisicità sbilenca, accoppiati all’accento padano e ai completi di sartoria, fanno implodere la narrazione esistente più di qualunque dichiarazione incendiaria. In altre parole, se le maglie del sistema si fanno troppo strette per un cambiamento su larga scala, l’hackeraggio momentaneo e l’intercettazione parassitica dei flussi di denaro possono diventare tattiche di guerriglia tutto sommato valide.

Fotogramma dal videoclip ‘Cara Italia’ di Ghali, 2018.

E’ allora rilevante osservare come la celebrazione del successo si colori spesso e volentieri delle tinte del fantasy. Affollati di animali tropicali e ambientazioni esotiche, i videoclip più maturi rendono manifesto il potere dell’immagine di operare a livello di costruzione della realtà più che della sua rappresentazione. Lungi dall’influire sul reale in termini di diminuzione, il filtro di Instagram sfida i limiti della realtà stessa. Allo stesso modo, i suoni abbandonano la stratificazione semantica del campionamento e la corporea solidità dell’hardware analogico per volgere interamente al suono di sintesi computer-based. Nella ricerca di un’intonazione perfetta, le voci sottoposte ad autotune finiscono per assomigliarsi tutte. Ma, dopotutto, ciò che accade fuori dall’inquadratura a chi interessa davvero?

La mia Faccia sopra un Magazine

La Dark Polo Gang è probabilmente la formazione che più di ogni altra ha saputo cogliere e sfruttare questa sorta di bug nel sistema. I primi milioni di views collezionati erano dovuti più all’ilarità generale che ne accompagnava le spacconate che a un vero apprezzamento. Un paio di anni più tardi, la DPG è una realtà indipendente dal fatturato notevole e la protagonista di una docu-fiction dedicata su Netflix, mentre il suo slang viene registrato dalla Treccani. In altre parole, accoppiate al giusto filtro e debitamente ripetute, le spacconate hanno piegato la realtà a propria immagine e somiglianza. “Ci siamo creati un nostro film, una nostra serie televisiva, e adesso ci stiamo dentro.”

Fotogramma dal videoclip di Magazine della DPG. 2017.

Parallelamente, dagli esordi a tinte decisamente cupe, i brani (e soprattutto le immagini che li accompagnano) si sono progressivamente colorati di rosa. Intanto, una crescente dose di autoironia rendeva  esplicito il meccanismo alla base del loro successo, proprio nel momento in cui questo trasbordava dal set alla vita vera. Nel clip di Caramelle, per molti versi insuperato, i soldi sono foglietti colorati e si fa festa con bibite gassate; le droghe diventano, come da titolo, poco più che zuccherini, e la band si atteggia a suonare strumenti che nel beat non compaiono neanche campionati. Allo stesso modo, i quattro trapper romani (adesso diventati tre) riescono a tenere insieme il più sgradevole linguaggio sessista con una estetica post-romantica tutt’altro che eteronormata, fatta di occhiali da donna e pellicce colorate, bacini e cuoricini (anche questi definitivamente sdoganati da Instagram), e capace di far arrossire i rapper – quelli sì, decisamente maschi – della vecchia generazione. Il risultato è che le ragazzine li amano, e i ragazzini risparmiano sulla paghetta per comprarsi una pochette di pelo firmata. E’ lecito a questo punto domandarsi come faccia questa architettura traballante a stare in piedi con tanta solidità.

Instragram Story di Sfera Eebbasta ripresa dal canale Youtube ‘Trap News’.

E’ tutta una questione di attitudine, spiega ancora Dark Wayne con innegabile lucidità: “La vita non è quello che fai, come lo fai, se lo fai bene… La vita è energia. Bisogna credere al karma.” Ma di che natura è allora questa energia, e a quale logica risponde il karma che la accompagna? L’energia che sostiene la trap è in buona parte il flusso di bytes che viaggiano incessantemente da un cellulare all’altro attraverso le stories, le dirette e i selfies. Subito riprese da altri account, canali youtube dedicati e siti di clickbaiting, questi producono una sorta di rumore di fondo crescente; un feedback loop di dati che si può tradurre infine, in un punto qualsiasi della catena, in rapida monetizzazione. E’ qui, e non altrove, che un’attitudine positiva stimola una risposta positiva del pubblico, in una sorta di social-karma anch’esso digitalizzato. Come una festa noiosa dove suona un gruppo indie di trentenni depressi, la realtà è ormai una faccenda di scarso interesse. Ma se la festa non piace si può sempre scappare dalla finestra per poi farvi ritorno dal portone principale, carichi di erba e sciroppo per la tosse, pronti a ribaltare il party. A festa finita (e sbornia trascorsa), se quel che rimane in tasca siano le briciole concesse dal capitalismo di piattaforma o il frutto di una strategia politicamente spregiudicata per riappropriarsi del maltolto, resta una questione tutta da verificare. Ma, per come stanno le cose, vale forse la pena di aspettare la prossima story.

Cronaca di una notte insonne: media sociali, estrattivismo dei dati e ecologia politica intersezionale

Nessun dorme! Sintomi (forse diffusi) di intossicazione da social

L’altra sera faticavo a prendere sonno e come succede quando si fatica a prendere sonno, pensavo. O forse faticavo a prendere sonno perché pensavo. Una delle due. Comunque pensavo a se era possibile che grazie al wi-fi e ai cellulari, l’etere intorno a me potesse trasmettere non solo onde elettromagnetiche ad alta frequenza, ma anche tutte la tossicità, tutte le discussioni rabbiose, tutti gli affetti tristi che i media sociali mettono in circolo incessantemente. Si sa ormai che l’aria, specialmente in città, è satura di queste onde e anche spegnere il wifi di casa, come a volte cerco di fare, non mi protegge sicuramente da quello degli altri e neanche dalle cellule della telefonia mobile. I cosiddetti media sociali poi, da Facebook e Twitter alle app da telefonino come Whatsapp, Telegram, Snapchat o Tinder e Grindr hanno intensificato questo traffico non solo a livello fisico ma anche a livello nervoso e affettivo.

I media sociali, una nuova classe di media che si è formata attorno alla metà degli anni 2000, sono chiamati così perché hanno introdotto un nuovo principio architettonico nella comunicazione digitale via Internet. La struttura a strati dei protocolli Internet ha sostenuto negli ultimi cinquantanni una varietà di applicazioni che hanno in qualche modo astratto e riconfigurato computazionalmente vecchie forme di comunicazione e media. Penso per esempio all’email, che appunto imita computazionalmente la posta (infatti in italiano è tradotta letteralmente come posta elettronica), dove però il messaggio viaggia da mittente a destinatario come nelle vecchie lettere, ma che a differenza delle vecchie lettere viene spacchettato in transito e arriva alla velocità della luce – introducendo tutto un nuovo modo di scrivere e comunicare (incluse le mailing lists, i messaggi multipli e lo spam) per non parlare degli usatissimi SMS e la messaggeria mobile. Mentre i protocolli TCP/IP che permettono ai computer di comunicare nella rete Internet usano la teoria dei grafi (l’ormai familiare diagramma costituito da nodi e links) per organizzare il movimento dei messaggi, e il protocollo http del web invece lo usa per organizzare una rete di documenti tra cui è l’utente a vagare come in una flanerie neurodigitale, i media sociali attraverso protocolli proprietari come l’Open Graph di Facebook, usa il ‘social network’ (rete o grafo sociale) per organizzare il flusso dei messaggi, dati e informazioni. Nella rete sociale sono i ‘profili individuali’ a diventare nodi della comunicazione e le connessioni che essi creano (aggiungendo amici, cliccando sui mi piace, condividendo oggetti digitali) dà forma al flusso comunicativo e alla rete tecnosociale stessa. Questo flusso socio-elettromagnetico ad altissima frequenza che può causare insonnia si duplica nel mio cervello in questi giorni con tutti gli echi delle opinioni e delle idee che ho sentito ultimamente e chi mi hanno fatto rabbrividire, dei razzismi, dei sessismi, dell’omofobia e della misoginia che riverberano, convergono e si fanno onda.

Kill All Normies! O: tutta colpa dei gay e delle femministe?

Mentre mi preparo una bella tisana di camomilla e alloro come la faceva la mia nonna materna Maria, mi ritrovo a Angela Nagle, una scrittrice irlandese che ha scritto Kill All Normies! un libro un po’ approssimativo sui vari movimenti online di destra nordamericani e al modo in cui è stata ripresa dal mio amico e compagno Bifo in un suo post in cui l’ha arruolata tra le evidenze del suo a tratti molto oscuro macluhanesimo. Nagle punta il dito sui movimenti femministi e LGBTQ online, attivi specialmente su Tumblr, accusandoli di produrre ‘femminismi puritani’ e ‘vittimismi gay’ e di avere letteralmente provocato l’ascesa della alt-right. Bifo unisce alla diagnosi abbastanza sospetta di Nagle, la sua tesi sulla devastazione psichica causata dall’iperstimolazione del sistema nervoso a sua volta causata dal semiocapitalismo. Il cortocircuito tra queste due tesi, confesso, mi sembra abbastanza pericoloso.

Ma davvero vorrei fermare questa ondata di ragionamenti solitari ma anche affollati. E’ l’ondata infonervosa che mi sta distruggendo il cervello e rovinando il sonno? Questo mio cervello con cui mi guadagno da vivere si sta facendo colonizzare da memi parassiti che stanno riducendo la mia capacità cognitiva? Finirò disoccupata se non ‘cancello Facebook’ come mi invita a fare un altro amico, Geert Lovink? Ma come faranno, come mi diceva ieri sera un’altra nuova amica e collega, la mediologa arabista Donatella Della Ratta, i libanesi e gli egiziani, i tunisini e gli algerini, i marocchini e i palestinesi per cui come mi racconta Facebook è diventato un medium di comunicazione fondamentale? Dobbiamo seguire lo Zeitgeist nazionalsocialista e necropolitico, metterci in salvo noi e lasciare loro ad affondare sulla barca social? Non è appena uscito su un numero speciale della rivista dell’associazione della sociologia italiana un articolo scritto a quattro mani con Stamatia Portanova sulla questione delle patologie cognitive delle nuove generazioni in cui cerchiamo di problematizzare questo comportamentalismo di ritorno, questa idea del corpo umano come terminale nervoso provvisto di uno scarso capitale di attenzione e soggetto alla colonizzazione infosemiotica? Non ci siamo confrontate con Roberta Pompili, di cui abbiamo ripreso un post sul fascismo molecolare su questo blog,  sul modo in cui è piuttosto la scuola che non riesce a seguire e investire in nuovi metodi che liberino le nuove intelligenze che pur vediamo si stanno formando con grandi potenzialità nel paradigma dell’interconnessione? È la rete o la scuola che sta fallendo le nuove forme di intelligenza che si sviluppano?

Una piacevole sensazione di rilassamento: pensieri sparsi sull’ecologia politica intersezionale

La camomilla e l’alloro stanno facendo effetto e finalmente mi comincio a rilassare e piacevolmente mi ritorna in testa la giornata sull’ecologia politica a cui ho partecipato sabato a Napoli con il suo eterogeneo e vitale assemblaggio di corpi e cervelli organizzato da Nicola Capone e istigato da Marco Armiero e Stefania Barca, intellettuali napoletani diasporizzati tra la Svezia e il Portogallo dove sviluppano le loro ricerche su questi temi. L’idea di una politicizzazione dell’ecologia, di un ripensamento della politica a partire da un pensiero ecologista planetarizzato di matrice intersezionale, marxista, postcoloniale, a transfemminista, mi è sembrato un’indicazione di metodo in grado di leggere meglio quello che sta succedendo e di aprire un minimo di orizzonte di futuro. Se l’ecologia politica include anche l’ecologia mentale (alla Gregory Bateson o Felix Guattari) diventa importante capire qual è la dimensione ecologica specifica di questo modello social. Anna Fava, filologa napoletana ed ecologista politica, mi manda due bellissimi articoli degli anni 40 di Leo Spitzer sulla filologia della parola ‘ambiente’ (politicizzata ci aveva già detto Laura Guidi dal femminismo in primis da Rachel Carson nel suo famoso Primavera silenziosa). Il termine ambiente, mi conferma, è sinonimo di medium già in Newton, ma la sua storia pre-politicizzazione ecofemminista va da Anassimene a Netwon e Taine (per il quale l’ambiente sociale produceve il ‘vizio e la virtù’ come il ‘vetriolo’ e lo ‘zucchero’) e oltre.

Penso a come il cosiddetto modello di ‘estrattivismo dei dati’, di cui pure si parla in un ricco e recente volume (Datacrazia) che il curatore Daniele Gambetta mi ha donato, mette in circolazione le forze ctoniche e territoriali dell’energia del petrolio consumato dai servers, ma anche tutti i giacimenti di senso comune depositati da una storia centenaria – e quanta tossicità c’è anche lì dentro! Diceva Antonio Gramsci, in una citazione molto usata da Stuart Hall, che la cultura è stratificazione della memoria storica – un vero e proprio giacimento di idee e opinioni, modi di vivere, di comportarsi e di vedere il mondo depositati dalla storia, un archivio sociale inconscio e diffuso di tutto quello che è stato detto e pensato. L’estrazione dei dati operata dai social attraverso lo strumento della rete sociale o grafo sociale è proprio su questi giacimenti. Nei termini che abbiamo ereditato dal materialismo storico, i media sociali costituiscono il motore di una messa al lavoro che è anche una lavorazione, valorizzazione e circolazione di questo archivio, aggiungendo ad esso tutto quello di nuovo che lo spirito ricombinante della ‘forza lavoro’ può aggiungere. – come Roberto Ciccarelli ci ricorda nel suo bel libro di quest’anno. Quindi è vero mette in circolo tossicità varie, ma include e permette anche possibilità di una riattivazione della memoria delle resistenze popolari come quelle tentate dal progetto Cubotto di cui pure Alessandra Cianelli ci parlato su questo blog (bellissime le immagini che Alessandro Gagliardo ha mostrato al mio corso dello sciopero delle donne di Paternò negli anni 80!). È questo archivio, in parte attuale, cosciente e indicizzato e in parte virtuale, inconscio e pieno di tracce mnemoniche, che i media sociali trasformano in giacimento e fonte di dati, valorizzandolo attraverso il commercio finanziarizzato di dati. Le due tossicità, quella dei giacimenti culturali e quella dei giacimenti di petrolio stanno provocando una catastrofica convergenza. Mentre conosciamo ormai gli effetti dello sfruttamento dei giacimenti di petrolio, dobbiamo ancora fare i conti su come interi giacimenti di affetti, credenze e opinioni depositati da una storia violenta sono stati messi in circolazione, rivelando un terreno sociale malato da tempo, mai veramente bonificato dai postumi della biopolitica fascista e nazionalista dove gli altri devono morire perché ‘noi’ possiamo vivere. Il classico linguaggio della sinistra, e su questo Nagle può avere anche ragione, non fa presa su questo terreno, viene percepito come supponente, presuntuoso, moralista. Forse è come un rimedio che non funziona più, che è stato neutralizzato dalle mutazioni del patogene? Forse perché le tecniche che servono a bonificare un terreno sono diverse da quelle che hanno innestato la rivoluzione d’Ottobre, e più simili a quelle che servono a ‘liberare’ un luogo abbandonato e riempirlo di nuova vita sociale e non solo, nei lunghi anni in cui non è più tempo di scassare e non c’è un bisogno immediato di difendersi, là dove le comunità consolidano legami affettivi e si aprono, là dove i luoghi vengono riparati e ritornati alla vitalità di nuovi e imprevedibili usi?

Prendiamo sonno (sognando strane parentele…)

Invece che additare i femminismi come la matrice del puritanesimo che ha provocato l’ascesa dell’alt-right, sarebbe forse il caso di studiare e imparare dal pensiero femminista, postcoloniale e queer e dalla sua capacità di arricchire sia il materialismo storico che i contemporanei neomaterialismi. Nel suo ultimo volume, commentato su questo blog da Lidia Curti e Federica Timeto, Donna Haraway per esempio ci spiega come è necessario fare i conti con la catastrofe ambientale imminente che sarà anche, come nei più cupi romanzi di Octavia Butler, una catastrofe sociale e politica. Come ci suggerisce Donna Haraway, bisogna stare attente a due posizioni che stanno diventando dominanti: una ci dice che si troverà una soluzione tecnologica anche a questo (come Facebook quando ci dice che basterà sistemare gli algoritmi, e le bolle, le fake news e la guerra social scompariranno o come i commercianti della green economy); l’altra è quella che ci dice che è troppo tardi, che non si può fare più niente e che non vale la pena darsi da fare. ‘C’è una linea sottile tra il riconoscere la serietà del problema e cedere al futurismo astratto e i suoi affetti di disperazione sublime e la sua politica di sublime indifferenza’ ci dice Haraway. Rimanere col problema e nel problema è molto più vitale, e ci richiede, continua, di continuare a lavorare e giocare, tessendo nuovi legami e formando strane e improbabili parentele o s/famiglie. Come Foucault ci ha suggerito: la resistenza non può essere l’immagine rovesciata del potere, ma deve essere più intelligente e più inventiva di quest’ultimo. Come nello sforzo di bonifica delle terre avvelenate dal biocidio, come nello sforzo di riparare dei beni comuni abbandonati e costruirci dentro comunità vitali e aperte, bisogna pensare a lungo termine e insieme. Inventare nuovi modi di vivere e costruire legami, prenderci cura dell’umano e del non umano, pianificare e lasciarsi sorprendere dall’imprevisto, difendersi, ma anche giocare…

Finalmente, forse, grazie alla tisana di mia nonna Maria e ai pensieri istigati in me da tutte le emozionanti intelligenze che ho la fortuna di aver incontrato, senza Tavor e affini, comincio davvero a prendere sonno. I tempi sono oscuri ma anche lunghi, il riposo è difficile ma necessario e domani rimane sempre il tempo dell’apertura a nuove possibilità.

Cruising alla Biennale Architettura: un’anti-guida nello spazio delle libertà

Lavorare per un evento come la Mostra Internazionale di Architettura de La Biennale di Venezia offre un punto di vista privilegiato sui progetti esposti, sulla politica curatoriale, ma anche sull’interazione dei progetti con il pubblico di addetti ai lavori, giornalisti, habitué e quello occasionale. Quest’anno il tema della Biennale Architettura diretta dalle curatrici irlandesi Yvonne Farrell e Shelley McNamara è FREESPACE. È proprio sull’uso di “Spazio Libero” che si sono spesi i discorsi più o meno informati di architetti e partecipanti, della stampa di settore e di quella generalista. Discorsi che hanno reso il Freespace un concetto assai nebuloso. Ma le curatrici dello studio Grafton hanno elaborato un manifesto molto preciso che parla di architettura come gesto di generosità che offre in dono un eccesso di valore d’uso ed estetico che l’Architettura elargisce a tutti, anche quando l’iniziativa progettuale è meramente commerciale se non addirittura escludente. Freespace è un’agenda est-etica che l’architettura deve garantire alle generazioni future: spazio gratuito ma anche spazio libero, tuttavia mai spazio pubblico e nemmeno spazio comune. La Biennale Architettura di quest’anno non è dunque una Mostra sul ripensamento degli spazi pubblici. Al contrario, riflette sul soggetto privato considerato come il vero motore tecno-economico-culturale della contemporaneità.

Fortunatamente, la polisemia cui si prestano le parole libero e libertà offrono a chi ha risposto alla call delle curatrici della mostra principale e dei padiglioni nazionali la possibilità di fornire soluzioni non sempre aderenti al palinsesto Freespace.

Questo post è dunque un’anti-guida alla Biennale, una specie di cruising tra progetti e padiglioni, non necessariamente quelli più piacevoli dal punto di vista estetico. È una mappa che pero stringe l’occhio alle mostre capaci di fornire un’interpretazione di spazio libero come socialmente prodotto, seppur in modo problematico.

Cruising all’arsenale: eterotopie ed utopie urbane

Gli spazi filtro di Francesca Torzo: Z33 Gallery – Hasselt, Belgio

L’estetica dello spazio libero, ovvero vuoto, si riflette soprattutto negli ambienti dell’Arsenale – prima fabbrica di tipo industriale in Occidente – attraverso l’uso limitato del cartongesso che restituisce la dimensione delle corderie nella maestosità dei suoi 316 metri di lunghezza. Nelle navate laterali sono installati i progetti che riguardano varie tipologie di spazi: quelli domestici che si aprono verso l’esterno (Gli spazi dello studio finlandese Talli e quelli di MarieJosé VanHee), quelli provvisti di filtri piuttosto che di chiusure (l’elegante gioco di losanghe con aperture senza riflessi della galleria d’arte contemporanea Z33 a Hassel a cura di Francesca Torzo), quelli che utilizzano gli elementi naturali attorno ai quali viene ripensato il progetto (l’officina teatrale New Sala Beckett a Poblenou, Barcellona di Flores y Prats) e, in ultimo, quelli che mostrano la tensione tra l’autorità dell’architetto e l’utilizzo di chi abita questi spazi.

Elemental: The Value of what’s not built

Elemental di Alejandro Aravena presenta un’installazione concettuale in cui sperimenta, attraverso 7 dichiarazioni scritte a mano su carta, la pratica della libertà degli utenti negli spazi non programmati dall’architettura. Per Aravena “Free Space” è da intendersi come un’azione piuttosto che un aggettivo, rivendicando così un valore non quantificabile che si esprime nella tensione tra gesto architettonico e produzione della soggettività dei suoi utenti. Questa tensione incarna a pieno il paradosso dell’architettura contemporanea che, nel volersi disfare di quelle che Foucault chiamava eterotopie, governa il non-governato ovvero le relazioni prodotte dai suoi utenti.

Laura Perretti: Rigenerare Corviale_The Crossing

Tali tensioni sono riscontrabili in interventi rigenerativi che operano su sistemi portati a termine quando ormai la loro cifra sperimentale aveva esaurito già il suo potenziale: è il caso di Corviale nella periferia di Roma, edificio-città disegnato da Mario Fiorentino e pensato per essere un centro abitativo autonomo con lo scopo di costituire una barriera fisica contro lo sprawl urbano in estensione a discapito del paesaggio circostante. In questo sistema chiuso il tentativo di ricucitura del tessuto sociale è assai delicato poiché ha l’onere di intervenire non solo sul pensiero dell’architetto che ha progettato il primo nucleo abitativo ma anche sugli interventi operati attraverso le occupazioni di spazi non funzionali/non funzionanti da parte degli abitanti stessi. In questo dialogo turbolento, Laura Parretti opera su due scale: attraverso interventi minimali che puntano a trasformare la barriera del Serpentone in un filtro e, in scala maggiore, con nuovi spazi pubblici che fanno conversare la città-edificio con il paesaggio concepito come cliente.

Cruising nei Giardini

Granby Workshop – Assemble

I Giardini napoleonici si contrappongono all’Arsenale anche per il cruiser della Biennale: se le corderie con la loro estetica proto/post-industriale lo spingono a una visita compulsiva e completa, il padiglione centrale ai Giardini è un labirinto ma pieno di luce. Molti cruiser si affolleranno nel soppalco di Carlo Scarpa per ammirare i magnifici plastici dell’Atelier Peter Zumthor mentre altri si disperderanno nelle salette laterali per ammirare i nuovi spazi pubblici/corporate di Humanhattan (The Big U) o gli appartamenti prefabbricati per senza-tetto

Star Apartments di Michael Maltzan. L’unico punto protetto dalla luce diretta è la prima sala del Padiglione Centrale ripavimentata dal Granby Workshop con Assemble, piastrelle a encausto che ricordano l’azulejo portoghese ma che in realtà rivelano la natura casuale ed evenemenziale dell’architettura.

Amateur: How to legalize spontaneously built illegal structures in the city by means of design.

Nel solco tracciato da Aravena si inseriscono i cinesi Amateur, con delle strutture in legno che costituiscono un intervento di  che conferma relazioni sociali e microeconomiche già in atto. Lo studio di architetti ha convinto la municipalità di Hangzhou a resistere alla frenesia di rinnovamento tipica della Cina contemporanea e a preservare, legalizzandole con degli interventi architettonici minimali, le occupazioni delle intercapedini tra un edificio e l’altro, adibito talvolta a orto urbano, talaltra a mercatino o a riparo di fortuna.

Nell’anno in cui la legge Basaglia compie quarant’anni, non passano inosservati De Vylder Vinck Taillieu. I giovani vincitori del Leone d’Argento presentano invece su pannelli-filtri, in questo contesto espositivo, il loro progetto di ristrutturazione e recupero del padiglione del primo ospedale psichiatrico belga a Melle. Seppur immerso in un contesto naturale circondato dal verde, la struttura sottoposta a restauro porta con sé una storia turbolenta di isolamento e medicalizzazione che gli architetti hanno deciso di preservare pur aprendola verso l’esterno.

De Vylder, Vink, Taillieus: Unless Ever People. Caritas for Freespace

Cruising the Nations: ripensare i confini della nazione e del lavoro

Estudio Teddy Cruz + Fonna Forman: Mexus, A Geography of Interdependence

Biennale ha voluto conservare la struttura delle partecipazioni nazionali tipica delle Esposizioni Universali novecentesche. Molte partecipazioni presentano però delle agende che interrogano il senso stesso di Stato-Nazione. Capita così nel padiglione USA affidato all’Università di Chicago. Qui il team curatoriale si confronta con le dimensioni della cittadinanza che vengono esposte su diversi livelli: quello legale (civitas, cittadin*), quello territoriale (regione, nazione), eequello tecnologico ed economico (globo, network e cosmo). In questa intricata condizione, la cittadinanza viene continuamente messa in discussione e rinegoziata dai flussi di persone e di capitali. I curatori scandagliano nelle aree marginali dei territori teorici dell’architettura il senso della futura cittadinanza, andandola a cercare nei one-dollar-shops gestiti da lavoratoei cinesi su entrambi i lati della frontera statunitense-messicana, in immaginarie dichiarazioni di colonizzazione di nuovi mondi, nel rapporto tra umano e naturale attraverso la lente della migrazione, trasgressione, trasmissione, viaggio e mobilità.

La locker room del Padiglione Olandese

Partendo da una riflessione dell’artista e architetto neerlandese Constant Nieuwenhuys raccolta nella serie di dipinti New Bayblon, Marina Otero Verzier, curatrice del padiglione dei Paesi Bassi, si interroga sul ruolo dirompente della piena automazione in relazione alle condizioni di vita e alle configurazioni dello spazio in cui è immerso il corpo umano. Gli armadietti che nascondono teche, talvolta intere stanze sono

Anthropometric Data – Crane Cabin Operator vs Remote Control Operator. Disegno del Het Nieuwe Instituut 2017

allo stesso tempo elemento architettonico che lega in modo intimo il corpo al lavoro e al tempo libero e l’espediente narrativo del padiglione. Body Work and Leisure prende in considerazione quelle che Marcel Mauss chiamava le tecniche del corpo in relazione alle nuove e sempre più intime forme di lavoro e tempo libero che spesso si sovrappongono: dal letto come spazio di lavoro per millennials e sexworkers agli algoritmi per l’efficientamento del flusso di lavoro, la curatrice “nasconde” e invita a scoprire i luoghi del corpo contemporanei nello spazio neutro dello spogliatoio arancione-olanda.

Cruising the Cruising Pavilion: homotopie nella zona industriale

Cruising Freespace Manifesto

Tra le mostre che gravitano in modo non ufficiale in laguna, degno di nota è sicuramente il Cruising Pavilion che si nasconde lontano dalla mondanità sull’isola della Giudecca. Il giovanissimo team di curatori cancella la dicitura Freespace del manifesto di Farrell e McNamara e la sostituisce alla parola Cruising. Le intimità illimitate (Tim Dean) generate dal cruising diventano dunque occasione per riflettere su “uno spazio che invita a riesaminare il nostro modo di pensare, stimolando nuovi modi di vedere il mondo”, “uno spazio di opportunità, democratico, non programmato e libero per utilizzi non ancora definiti”.

Etienne Descloux: Panopticon (sex club)

La mostra si arrampica su due torri in legno e sono alternate da un’area vuota e scura che rappresenta (nel senso teatrale del termine) l’afterlife del cruising: preservativi srotolati, carta igienica accartocciata sono il palcoscenico utopico di questo spazio. Se da un lato è sempre un pericolo che pratiche così radicali dell’esperienza dello spazio più o meno urbano siano tradotte e addomesticate nei circuiti artistici e nell’accademia, è tuttavia interessante il discorso curatoriale che oscilla tra l’esteticizzazione di tali pratiche e l’analisi della loro potenzialità.

Progetto per il giardino delle Tuileries

Con in mente l’orizzonte utopico di J.E. Muñoz, il cruising diventa una pratica di ricerca architettonica che non può risolvere in modo pacifico il rapporto tra progettista e utente: spesso infatti si ritrovano a consumare un rapporto sadomaso dove però è a volte l’utente a interpretare il ruolo del dominatore. In questo senso i progetti sulle due torri possono solo assecondare la sessualizzazione dello spazio già praticata da chi pratica il cruising, ed è per questo che la maggior parte dei progetti esposti – come quello che riproduce un club-panopticon decisamente poco disciplinare, o il progetto per il giardino delle Tuileries apparentemente pensato per il cruising con il suo gioco di siepi – rimangono disegni su carta che sfidano il pensiero, mentre nella messa in scena della darkroom il sesso viene solo immaginato.

Trevor Yeung: The Locker Room (2016), ancora armadietti come metafora di intimità condivisa e lavoro.

Crusing Venice: il diritto all’estasi della città

Come suggeriscono Salvatore Iaconesi e Oriana Persico con Human Architecture Al Padiglione Venezia, durante la kermesse viene prodotta una complessa geografia delle interazioni umane sui siti di social media. Ma anche la geografia fisica dell’arcipelago lagunare è sottoposta a forte stress durante gli eventi messi in moto dall’istituzione Biennale. Eventi che conferiscono a una città materialmente liquida, un carattere fortemente governato e allo stesso tempo effimero.

Se lo storico cruising al Lido – scenario di Morte a Venezia – è meno frequentato, il turismo dei grandi volumi e dei negozi di cioccolato e caramelle sta trasformando Venezia nella sua messa in scena, svuotandola di abitanti.

Ritornando dunque nello schermo a 16:9 che è l’entrata della Stazione di Santa Lucia ripenso a Venezia e allo spazio libero. I tornelli voluti dal sindaco Brugnaro, con un intervento emergenziale inutile e dannoso nella città-a-tema, a una seconda lettura ossequiano anch’essi il manifesto Freespace, secondo il quale la città non è un diritto ma ha solo un valore estetico, gentilmente concesso a tutti.

Memorie di un archivio futuro: politiche dell’immagine dal mondo arabo post-2011

Il 24 e il 25 maggio alla John Cabot University a Roma si svolgerà il workshop “The Arab Archive: Mediated Memories and Digital Flows”, un incontro di due giorni dedicato all’economia politica dell’immagine araba tra materialità, etica ed estetica della sua produzione, distribuzione e archiviazione dal 2011 in poi. Il workshop, che vedrà la partecipazione di ricercatori, attivisti, artisti e curatori dal mondo arabo e non solo, rifletterà sulla questione della rappresentazione e delle politiche della memoria nel contesto arabo, schiacciato adesso da guerre civili, violenze o processi contro-rivoluzionari. Ripensare agli archivi digitali nel mondo arabo post-2011 vuol dire interrogarsi non solo sul ruolo del passato nelle conflittualità del presente, ma soprattutto su quali sono i soggetti e i poteri coinvolti a molteplici livelli geografici, locali e internazionali, nel modellare le politiche degli archivi, particolarmente alla luce delle potenzialità della tecnologia digitali nel facilitare i processi di condivisione e archiviazione del passato. Il programma dell’evento si può trovare a questo link; qui il programma della tavola rotonda “The revolutions won’t be televised. Immagini e archivi dalle rivolte del 2011”, che si svolgerà il pomeriggio del 24 a ESC Atelier.

 

May amnesia never kiss us on the mouth. May it never kiss us. Così scrivevano Basel Abbas e Ruanne Abou-Rahme, artisti visuali palestinesi, in un intervento contenuto nel volume collettaneo You Are Here. Art After the Internet. Pensavano al desiderio che spinge a conservare frammenti di tempo, e a come sia possibile nel virtuale produrre e riprodurre continui archivi della contemporaneità, tramite piccole operazioni scandite dalla banale riproduzione della routine del cercare, scaricare, tagliare, incollare, copiare, documentare, caricare, postare, bloggare, twittare… Gli artisti palestinesi discutevano di quanto la dimensione e la pratica dell’archivio avesse riguadagnato centralità nei pochi anni precedenti, complice l’inversione di rotta avviata dalle nuove tecnologie che ha drasticamente infranto l’elemento statico e la processualità gerarchica dell’archivio, così come hanno testimoniato le vicende che hanno destabilizzato la regione del Nord Africa e Medio Oriente dal 2010, momento in cui siamo stati testimoni della possibilità di trasformare istantaneamente un evento in un file archiviale semplicemente riversandolo in maniera immediata nel ben più grande archivio di Internet. Ciò ha scompaginato lo scenario, presentando nuove pratiche di appropriazione, ri-archiviazione, documentazione, ri-narrazione, come prodotte in massa, ma soprattutto pubblicamente e performativamente, non solo come conseguenza e testimonianza, ma anche come componente del momento fisico di rivolta. L’idea di produrre archivi dissonanti in tempo reale, mente gli eventi si svolgono, può essere compreso, scrivevano sempre Abbas e Abou-Rahme, come un modo fondamentale per interrompere lo spettacolo del potere, e non solo condividere informazioni.

Oggi l’impulso a documentare, salvare e narrare il momento è ovunque, e la produzione collettiva e sempre crescente di archivi soggettivi, orizzontali, critici tra i paesi del mondo arabo esprime in maniera radicale il desiderio di ricominciare a interrogarsi, a partire da questo, sulle modalità di costruzione e decostruzione della storia, del passato e dell’attuale; un processo in cui per l’archivio non è solo contenimento e produzione di dati, ma soprattutto un dispositivo che può e deve mettere in discussione la sua funzione e il suo contenuto, per sovvertirlo dall’interno e renderlo vivente.

 

Screenshot homepage archivio egiziano 858 (https://858.ma)

 

Si tratta di una discussione che da una sponda all’altra sta prepotentemente attraversando, tanto in maniera teorica quanto pratica, i paesi del Nord Africa e Medio Oriente, tagliando trasversalmente geografie e temporalità, per diventare oggetto di pratica e discussione da parte di ricercatori, studiosi, ma soprattutto attivisti e artisti.

In questi anni, lo slancio politico e il potenziale liberatorio, la vitalità creativa che si impone di salvare il desiderio dall’egemonia della cannibalizzazione archiviale così come è stata conosciuta finora, quella dello spettacolo del potere, ha dimostrato di essere espressione anche di un riguadagnato diritto alla parola, di un’assunzione di agentività. La genesi di tali dissonanti e proliferanti archivi, dalla Tunisia all’Egitto, dalla Siria alla Palestina, è allora in sé un atto di dissenso e di resistenza dalla trappola della rappresentazione, una delle tante possibili articolazioni della creazione di un nuovo radicale immaginario politico. È pur vero che un eccesso di informazioni potrebbe paradossalmente portare all’amnesia, ed è questo che potrebbe accadere dinanzi al flusso straripante e troppo accelerato di dati auto-prodotti nell’archivio digitale, tuttavia questo non deve condurre a una derubricazione dell’atto archiviale. Bisogna allora affrontare la questione allargando lo sguardo verso un nuovo immaginario.

Qui, praticare l’archivio vuol dire non solo contrastare la monopolizzazione della memoria degli archivi ufficiali, o l’obliterazione di memorie altre, sopraffatte dalla verticale gravità del potere, ma soprattutto ricostruire un nuovo senso di archiviare, che nasce soprattutto dalla ridefinizione di chi può farlo, e dalla plasticità linguistica e testuale di ciò che compone l’archivio. Un percorso che ha a che fare tanto con la memoria che con la creazione di un percorso per il futuro, poiché l’intento di questi archivi non è solo il preservare, quanto il localizzare le testimonianze come strumenti di resistenza e farle circolare; oltre alla possibilità di creare alleanze trasversali contro le privatizzazioni dell’archivio, ma soprattutto contro l’egemonia delle narrazioni della storia, della distribuzione del potere e del disciplinamento del dissenso.

Di immagini, spettacolarizzazione e cannibalizzazione, particolarmente nello scenario siriano, abbiamo discusso recentemente con Donatella Della Ratta, organizzatrice del workshop che si terrà alla John Cabot University e docente di Communications and Media Studies presso la stessa università statunitense a Roma. Donatella Della Ratta è stata ospite della TRU e del Centro Studi Postcoloniali e di Genere del Dipartimento di Scienze Umane e Sociali (Università L’Orientale di Napoli) lo scorso aprile per un seminario sul suo libro di prossima uscita per Pluto Press, Shooting a Revolution: Visual Media and Warfare in Syria, e per una performance svoltasi presso L’Asilo, dedicata alla Siria e all’archivio personale di immagini della rivoluzione di Bassel Khartabil aka Safadi, attivista pacifista siriano, scomparso e poi morto nelle carceri siriane, parte attiva di quella comunità di arab geeks e techno-savies, che aveva contribuito a formare una cultura digitale in Siria e nel mondo arabo e a dare un contributo attivo agli effettivi sommovimenti sociali scoppiati nella regione tra il 2010 e il 2011.

 

Immagine dalla performance “L’immagine sparita”

 

Quello di cui Bassel Khartabil era un appassionato esponente era una forma di cultura digitale che nello scorso decennio ha travalicato i confini nazionali, riconnettendo gli arabi a diverse latitudini e contesti, in una dimensione collettiva e reticolare, accomunata in maniera sinergica e solidale (e le campagne per la liberazione dei mediattivisti detenuti ne sono ancora un esempio) da una visione della tecnologia come possibilità trasformativa della società: tecnologia significava tanto il simbolo della libertà di espressione quanto lo strumento attraverso cui conquistarla. Un’idea per cui le pratiche legate alla tecnologie digitali del curare, proporre contenuti, condividerli, erano e sono indistricabilmente legate a riconnettere il mondo dell’online con tutto quello che c’è fuori, il virtuale con le molteplici pratiche dell’attivismo sociale, in un’ottica che non ha nulla a che vedere con un determinismo tecnologico, ma che guarda a come l’ecologia e la pratica della cultura digitale (nei suoi molteplici aspetti, dal coding al blogging) possa avere informato un network di relazioni e sviluppato progetti per promuovere la libertà di espressione, di condivisione di informazioni, di coscienza dell’open source, e in definitiva, un cambiamento politico e sociale.

L’esplosione degli archivi digitali sembra poter riportare indietro tutto questo, rimostrando con vigore questa cultura dell’attivismo digitale, costretta negli ultimi anni a sopravvivere in uno scenario fagocitante, in cui sono diventati bulimici la produzione e il contenuto di immagini e visioni opposti e violenti, in cui i soggetti sono definiti e determinati dall’immagine, un’immagine violata che non è più rappresentazione, né tantomeno testimonianza, piuttosto è in antitesi di entrambi. Lo scenario attuale della produzione e circolazione delle immagini, particolarmente in Siria, sembra raccontarci di una dispersione, dissipazione e dissoluzione dei significati. In riposta a questo collasso, c’è però credo ancora una possibilità di interferenza, e di intervento, una risposta a queste forme di digital warfare e militarizzazione delle immagini.

Se è vero che la politica di testimonianza pubblica degli archivi digitali deve scontrarsi con la proliferazione di regimi visuali violenti e il fallimento dell’immagine-evidenza in favore dell’immagine indegna e non dignitosa, è nel lavoro con gli archivi, nella loro doppia intenzione, talvolta coincidente, di pratica documentaria ma anche creativa, che c’è una possibile strada per ridare operatività alle immagini, e ricostruire realtà e dimensioni di significato. Oggi, l’immagine della rivoluzione, già condannata all’estinzione perché forse lontana dai canoni di spreadability e di potenza riproduttiva, è sparita, insieme a chi questa rivoluzione l’ha tentata, cancellati virtualmente e fisicamente dalla sfera pubblica. Ma possiamo conservare una genuina, forse ingenua, credenza che negli interstizi ci sia una possibilità, come testimonia nonostante tutto questa forte politica attiva di resistenza contro l’uso mainstream delle immagini, guidato dal mercato dell’informazione e dall’ipertecnosocialità, e contro l’apparente irrefrenabilità delle immagini digitali di violenza, come per esempio il lavoro del collettivo di video-maker siriani Abounaddara ci racconta.

Certamente questo tipo di immagini altre e questi archivi operano in un circuito che viaggia ad un’altra velocità, forse non riuscendo ancora ad essere tanto effettivi quanto affettivi, o ad uscire dall’opacità, ma sono senza dubbio l’espressione dello sforzo di ricostruire i tasselli delle troppe “immagini mancanti”, e definire una nuova politica dell’immagine che strappi i soggetti a una visione voyeuristica, orientalista e compassionevole. Si tratta di un approccio vitale ed eticamente complesso, si tratta di scrivere una storia che si dispiega giorno per giorno, e di un modo per riportare quell’esplosione di energia scaturita con la rivoluzione nei diversi paesi, costruire una nuova temporalità, con le sue disgiunzioni e interruzioni, e con i suoi futuri possibili, tentando una reazione all’evacuazione del significato, e costruendo perciò un senso differente per questi nuovi archivi visuali e di memorie, per resistere alla vulnerabilità e all’obliterazione.

(Olga Solombrino)

Fare un salto al seminario: come praticare l’arte del fallimento nell’Università.

Questa è una lunga analisi sul perché non ho scritto un post per invitarvi tutt* a discutere intorno al testo di José Muñoz “Cruising Utopia”. Giovedì 3 Maggio ore 16,30 all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici con Renato Busarello, Mara De Chiara, Roberto Terracciano e me… forse.

È dai tempi della scuola che ho imparato a confrontarmi con il fallimento. Il fallimento anche oggi arriva all’ultima fase. All’ultima frase. Facevo traduzioni perfette, forse non giuste, ma sempre appassionate; non era questione di grammatica e di studio, ma l’esercizio di cercare le parole giuste per dire le cose. Amavo scegliere le parole; ancora adesso. Brava: brava per i professori che mi premiavano con ottimi voti; brava per i compagni di classe che mi riconoscevano più la generosità del far copiare che una qualche dote; brava per i miei genitori che potevano raccontarmi come la figlia perfetta. Eppure tutto questo pesava su di me come un macigno: il peso delle aspettative. Non tanto quelle delle persone intorno a me, ma quelle di cui mi caricavo io stessa. Nata sotto il segno della Vergine, sempre in competizione con me stessa per essere all’altezza dell’ideale che mi pongo. L’ascendente in Pesci mi ha dotata del dono della creatività e la luna in Sagittario mi ha infuso l’arte della fuga. Ho iniziato molto presto a conseguire il fallimento come pratica militante di boicottaggio, e ho continuato con una certa perseveranza per il resto della mia vita. Una lunga carriera di esami a cui mi sono presentata senza aver studiato l’ultimo capitolo. L’esercizio del fallimento l’ho praticato con più dannazione che orgoglio, aggiungendo al peso delle aspettative l’ansia e i sensi di colpa.

Sono qui a cercare l’idea migliore per il prossimo post di Technocultures. Non devo solo essere all’altezza dei post precedenti, tutti un successo di visualizzazioni, devo essere più in alto di essere all’altezza. È l’ultimo, quindi devo spaccare. Lasciare il segno non è solo un desiderio narcisista oggi; mi muovo nel paradigma della precarietà dell’università neoliberista. Non ho neanche un nome per descrivere la mia posizione: non più dottoranda, non (ancora?) post-doc. La mancanza di una parola non è solo la ricerca di una collocazione lavorativa ma il bisogno di un posto esistenziale. Devo accumulare voucher visibilità: non dire mai no ad alcuna proposta di scrittura, intervento, organizzazione e non perché mi abbiano mai pagato per questo, ma con la speranza di poter impressionare qualcuno, trovare un contatto, lasciare un segno, non sparire mentre aspetto che arrivi il mio turno.

Ma questo è il momento dell’ultima frase e io, come al solito, non posso scrivere. Niente. Riprendo in mano il libro di Muñoz, l’ho già riletto quasi tutto, ma sono ancora in cerca dell’idea perfetta. Mi manca sempre lo stesso capitolo: A Jeté Out of the Window. Fred Herko’s Incandescent Illumination. Avevo scelto di non rileggerlo sebbene fosse il primo testo che avessi mai letto di questo autore che dopo mi ha tanto appassionata. Era agosto e mi preparavo per una summer school, lo aveva dato da leggere Jack Halberstam, entrambi grandi amici si sono molto influenzati nelle loro scritture. Sin da subito ho esorcizzato il pugno nello stomaco ricevuto da questo testo, scherzando con un mio amico sul destino di una dottoranda, costretta a leggere di uno che fa un salto fuori dalla finestra, mentre gli altri sono con le chiappe al mare. Questa volta me lo sarei risparmiata, infastidita dall’apologia di un suicidio in un testo che nasce dichiaratamente come risposta alle teorie nichiliste della svolta antisociale del pensiero queer. Cosa cazzo c’entra il suicidio mentre parliamo di utopia, speranze, relazioni guardando al futuro?

Questo capitolo ha la potenza di un pensiero intrusivo. I pensieri intrusivi, in un linguaggio patologizzante, sono quei pensieri ed immagini, percepiti come esterni, che attivano le crisi ossessivo compulsive: idea di morte, droga, contaminazione… L’idea di qualcosa di estraneo, introdotto dall’esterno, per mandare in frantumi l’equilibrio. Come questo capitolo che attiva con potenza una catena di pensieri ansiogeni rispetto all’ideale di utopia che si sta delineando. Mi decido a riaffrontarlo e resto colpita immediatamente dalle prime parole “Surplus is a loaded concept”. Prosegue introducendo la teoria del valore prima in una prospettiva marxista; dunque il surplus inteso come quella parte di ricavi superiore al costo del lavoro, quindi il profitto del capitalista. Prosegue, successivamente, introducendo questo concetto nel campo dell’effimero, attraverso la produzione artistica. Solo a questo punto mi rendo conto che Muñoz, ancora una volta attraverso l’analisi dell’estetica delle pratiche, sta introducendo i suoi elementi di elaborazione di una teoria del valore queer. Un’analisi che non è dello sfruttamento da parte del potere, ma della potenzialità della performance come atto che produce l’esodo.

Forse occorre un passo indietro. Fred Herko è volato fuori dalla finestra di un appartamento del Greenwich Village nel 1964. Il suo consumo di speed era noto e imbarazzante perfino per le altre persone della Factory, che com’è altrettanto noto, non consumavano tè e biscottini ai loro incontri. Lamentava in continuazione la lentezza del mondo – sono le anfetamine, darling – in un corpo accelerato dal consumo di sostanze. Una lurida puttana, come fu definito da altri artisti dello stesso entourage, senza fissa dimora, una frocia sfranta che si bruciò troppo velocemente all’ombra della Factory di Wharol, che ha prodotto più rifiuti che arte. Il grande artista, com’è altrettanto noto, era un sadico di merda e sfruttò Herko per molte delle sue produzioni, tra queste probabilmente la più famosa è Roller Skates, alla fine della quale, dopo giorni a giare scalzo per New York, a Herko sanguinavano i piedi. Questa è grande arte signori. Fred Herko si spoglia nella casa di un suo amico; inizia a ballare, come sempre, nel suo stile sopra le righe; non è mai stato chiaro se volesse davvero suicidarsi o letteralmente stava fuori come un balcone. L’unico spettatore presente si rammaricherà per sempre di non aver filmato il suo capolavoro definitivo.

Muñoz riprende la nozione negriana di plusvalore, come quella parte incontrollabile e potenzialmente distruttiva integrata all’interno della formulazione del lavoro in questa configurazione del capitalismo contemporaneo. Sviluppando questo pensiero con quello che abbiamo analizzato nei seminari precedenti possiamo provare a formulare una nostra nozione di plusvalore queer: all’interno della produzione immateriale esiste una componente personale, che non è solo quella che produce il profitto, è anche e soprattutto quella componente sessualizzata che rappresenta la potenzialità di hackerare il sistema.

È impossibile seppellire o ignorare i pensieri intrusivi, bisogna attraversarli e provare a trovarne un senso, e comincio a intravederlo all’orizzonte. Leggo questo testo accanto a quello di Mark Fisher, un suo pensiero sulla depressione in cui racconta della sua esperienza; un testo che ha acquistato, piuttosto che perso, significato al momento del suo suicidio, anche grazie alla larghissima diffusione. In questo testo Fisher insiste sulla necessità di rileggere la depressione, che comunque ha segnato la sua personale esistenza, in una prospettiva politica più ampia di crisi generalizzata e malessere sociale. Rileggo questo pezzo di Muñoz non più come una resa al nichilismo, quanto piuttosto un ulteriore modo di tracciare delle mappe relazionali anche nei momenti più cupi dell’analisi queer. La sua tesi sull’utopia non è, infatti, la produzione di un ideale naif delle potenzialità del futuro. Tutt’altro. Questa temporalità proiettata all’orizzonte ancora da venire non è bonificata dalle memorie, è piuttosto un momento estatico in cui tutto questo può essere percepito, popolato anche di fantasmi e momenti difficili.

Il potenziale trasformativo della costruzione di relazioni ha radici piantate in un mondo percepito come insostenibile così com’è. Da qui la necessità di smettere di pensare al qui e subito e l’urgenza di direzionarsi verso l’allora altrove. Nell’analisi dell’estetica delle pratiche queer risiede la via di fuga ma anche la possibilità di fare mondi. Dunque non è corretto continuare a tracciare la vecchia riga che separa l’esodo praticato dall’artista dalla radicalità delle esperienze politiche collettive. Tutto ha radici in un mondo da trasformare. Queerness is not yet here, la frocianza non è ancora qui.

Guardare all’orizzonte come luogo e tempo delle speranze ci costringe a dover scrivere anche storie di delusioni e disillusioni, ma affrontare le aspettative significa anche abbandonarsi all’arte queer del falimento. L’utopia stessa, come mancanza di pragmatismo, è il fallimento del desiderio di essere normale, un colpo al cuore del produttivismo. Dalla teoria postcoloniale queer ho imparato che il fallimento ha un’aura di privilegio che chi deve pagare le bollette non può permettersi, ma per me, in questo momento, accogliere il fallimento mi libera dall’ansia di essere all’altezza del reach-out di questi post e mi permette di prendere parola, politicizzare e inserire in un contesto più ampio questa ansia. Mica poco per una giustificazione di non aver fatto il mio dovere?

Muñoz analizza il fallimento accanto al virtuosismo, poiché nella sua stessa matrice c’è la potenzialità: quello che poteva essere e non è stato; quello che ancora un giorno potrà essere… incluso un nuovo fallimento!

Chiara Fumai è morta, Mark Fisher è morto, Muñoz è morto, Herko è morto… e anche io non mi sento tanto bene.

Manovra Napoli: Per un’alleanza di Archivi

Qualcosa è successo, qualcosa sta succedendo e qualcosa succederà.

Quando parliamo di archivi parliamo di memorie.

Uno dei terrori più antichi dell’umanità, come individui e come gruppi, è perdere la memoria.

Perciò la tecnologia a supporto della Memoria, che nei tempi antichi erano la parola, il canto, la poesia, sostenute dalle regole del ritmo, dei toni, della giusta pronunzia e dalla forza della voce, era tenuta nel massimo conto, era arte sacra.

Mnemosine era una divinità, una delle sette Muse.

Senza memoria non si produce poesia non si produce visione, non si puo fare del momento presente il nodo tra passato e futuro.

Queste preziosissime memorie, semi di ogni storia si sono organizzate nel tempo in raccolte detti archivi.

Queste raccolte, prima orali, trasmesse a volte in forma di poemi visionari cantati, come l’Iliade, l’Odissea, il Mahabarata, poi in forma di scrittura sono il materiale che costituisce il Sapere, la Storia, il Mito in cui la comunità si riconosce come autore e fruitore. 

Qualcosa sta succedendo 

A Napoli da qualche mese, in un discreto, silenzioso crescendo di incontri, relazioni e azioni si sta costruendo la Manovra Napoli, come si è deciso di chiamarla per semplicità e verità effettiva.

Cubotto.org

Nata per nutrirsi di e nutrire eventualmente la memoria e l’archivio di memorie della città, ad opera del Genio Collettivo e dei movimenti che via via si stanno aggregando supportandola con mezzi materiali e immateriali ( spazi, persone,idee, denaro) è stata presentata in società a puntate, tra dicembre 2017 e gennaio 2018, nel corso di Assemblee per l’archivio Cubotto_Manovra Napoli.

La Manovra Napoli (e subito viene in mente quella creatura particolarmente cara all’ immaginario cittadino che è il purpo, in italiano piovra) quindi è un processo che partorirà a sua volta una creatura che per ora, giocando con “mamma” e “base” tra il l’italiano base, fondamento l’equivalente inglese, ha nome Mamabase.

per la costruzione di un archivio dei movimenti sociali, ma anche delle storie comuni, dei ricordi, delle lotte, della produzione culturale.Mettere insieme una storia collettiva. Raccoglierla per non disperderla, per condividerla e trasportarla nel tempo. Ma anche per farla rivivere, permetterle di raccontare ancora e ancora,attraverso un software open source (cubotto.org), in una rete confederata di archivi costruita dal basso, internazionale, su di una infrastruttura propria non affidata alle grandi compagnie dei big data.[…] Solo alcuni racconti tra tanti, selezionati scientemente, costruiscono la Storia. Solo alcuni racconti sono l’Archivio su cui si siede il Dominus, quello che muove i fili della sceneggiata spettacolare del presente continuo, investendosi dell’Autorità (ancora una A maiuscola) di decidere per gli altri.

Tutte le memorie che si sono prodotte collettivamente, mentre si costruivano e agivano i movimenti che hanno fatto pensiero, cultura, arte e politica negli ultimi anni, a Napoli, in forma di documenti fotografici, filmici, audio, sono potenzialmente parte di quest’archivio a venire.

Gli spazi fisici e immateriali del racconto di una città, Napoli in questo caso, sono da sempre lo spazio culturale da colonizzare.

Se è vero che la città possiede una indubbia capacità di raccontarsi facendosi mito e poesia condivisi (a volte in un eccesso di autoreferenzialità fine a se stesso), i processi di integrazione, assorbimento, inclusione, digestione di questi racconti e di queste autonarrazioni – messi in atto dal capitale neo liberista, dalla modernità, dal mercato globale dal pensiero eurocentrico, dallo sguardo neo coloniale orientalista, ecc. ecc. che dir si voglia, qual si voglia – attraverso la costruzione di favole egemoniche, capaci di annullarne  differenze, diversità e specificità, producono opportunamente appiattimento ed essenzializzazione.

Sembra che, mai come in questo momento, la città sia pericolosamente e non del tutto consapevolmente, al centro di un’attenzione morbosa in grado di disinnescare il valore positivo di di questa innata capacità mitopoietica.

Il brand “napoli-città diversa caotica e anarchica e vitale” è attualmente una delle leve più potenti per la commercializzazione a scopo turistico e per la riduzione di tutto quello che si sta producendo e pensando a uno sguardo che rassicura e chiude la questione nel recinto delle eventuali “manifestazioni di diversità esotica”. Il risultato è che gli spazi della città, intesi come spazi di pensiero e di azione culturale e politica, dopo questo processo di sterilizzazione e cambio di segno, rientrano via via – e da sempre – come icone di identità pre-moderne, indifferentemente accanto ai pastori di S. Gregorio Armeno, alle cape di morto delle Fontanelle, alle cene nei bassi con autentiche “vaiasse”, ad alimentare l’ambito sempre innocente dell’antico, autentico desiderio dell’altro, del differente, della possibilità alternativa.

È così che possibili vie rivoluzionarie, visioni altre, istanze radicali si riducono a beni-merci di consumo: itinerari trasgressivo-turistici acquistabili e consumabili nell’arco di un weekend, oggetti-opere, materiali o immateriali di artisti, talvolta furbi e ingenui, destinati al collezionismo e/o al consumo culturale-finanziario del sistema dell’arte.

È così che queste direzioni di fuga intese come possibilità di costruzione alternativa del mondo, prodotte da parole e immaginazioni diverse partorite dagli abitanti di questo piccolo spazio del pianeta, di nome Napoli, rientrano nell’Archivio della narrazione egemone, sterilizzate, bonificate e finalmente innocue.

Quante e quali sono le linee di altri futuri possibili, perdute nello svolgersi del tempo-spazio- racconto della città, anche solo guardando agli ultimi 30 anni?

Sepolte, nascoste o dimenticate ma comunque sopravvissute da qualche parte, grazie a collezionisti, flâneurs, addetti ai lavori curiosi e malati d’archivio, in forma di fotografie, filmini e quant’altro, queste memorie e documenti conservano intatto, come un seme non più o non ancora germogliato, una potenza sovversiva.

Perciò raccoglierle, guardarle insieme confrontarle, come si fa con i vecchi album di famiglia serve, mai come ora: per acquisire una coscienza individuale e collettiva di quello che si è stati già capaci di produrre, magari attraverso più di una generazione; per imparare ancora una volta che se si è già stati capaci di pensare diversamente, siamo e saremo ancora capaci di produrre differenza di pensiero e azioni; per confrontarsi e imparare dagli sbagli quello che non si deve fare e quello che è più opportuno fare; per riprendere il filo di discorsi e racconti interrotti che ancora dispiegano, vive, prospettive e visioni da percorrere.

L’essere umano è la sua capacità di ricordare e immaginare, adesso più di prima, nel tempo in cui, quasi insensibilmente, stiamo esternalizzando questa capacità, tagliando in maniera sempre più definitiva il rapporto tra memoria e voce, memoria e visione, memoria e relazione con l’altro. Affidando sempre più alla macchina, la capacità di conservare la memoria.

Spesso nell’illusione che la memoria fuori di noi sia molto più affidabile, vasta e precisa di quella di un singolo umano, stiamo mettendo l’enorme ricchezza-capacità-potere che è il tutt’uno del ricordare-essere-immaginare, fuori di noi, individui e collettività, in mani altrui.

Allo stesso tempo, paradossalmente, siamo tutti più o meno consapevoli o almeno a conoscenza del fatto che quello che produciamo, semplicemente duplicando in rete il nostro ricordare-essere-immaginare, ovvero vivere individuale e collettivo in termini di informazioni e dati, sono la vera ricchezza: sappiamo senza dubbio che siamo noi il capitale di questo tempo.

Mettere insieme queste ricchezze, sia materialmente in un archivio digitale ovvero il cubotto, sia del punto di vista dell’incontrarsi, dello stabilire una relazione consapevole con queste ricchezze, con questa capacità di produrre visioni, riappropriandosi prima di tutto dell’umano, affettivo, visionario e politico, che sottende queste ricchezze, è un’operazione autoriflessiva estremamente importante in questo momento. Significa riprendersi la propria voce, letteralmente, la propria capacità di ricordare-essere-immaginare.

Se l’equazione archivio-memoria-dati-capitale è vera, se è vero che mai come ora sottile e grossolano, materiale e immateriale coincidono, questa certamente non è un’operazione senza rischi.

La macchina come tecnologia non dà garanzie, non è Dio, come abbiamo, per fortuna da tempo scoperto. Il rischio che questa ricchezza enorme possa andare in mani e cuori sbagliati esiste, al di la delle buone intenzioni, come esiste il rischio del bug tecnologico.

Non c’è, come è ovvio che sia, nessun futuro garantito.

È il caso comunque di prendersi il rischio focalizzandosi, più che sull’interrogativo inesauribile “che garanzia e quale futuro per questi archivi/ricchezze?”, sul presente della performance dell’apertura e condivisione di questi archivi, che nel momento vero dell’incontro possono produrre e stanno già producendo autoriflessione, cioè domande essenziali.

Almeno una parte-piccola ma non trascurabile, della città, si sta chiedendo dove siamo? cosa siamo? da dove siamo venuti? dove eventualmente possiamo andare ed essere per il futuro? Cercando di immaginare un futuro. 

Qualcosa è (già da tempo) successo

C’è un filo del discorso che dura da anni tra diverse persone.

In un assolato pomeriggio-sera di luglio ai piedi del vulcano Etna, circa 7-8 anni fa, alcune persone, si incontrano al piano nobile di una antica casa di campagna in rovina, decorata da affreschi in rovina, nel mezzo della valle del Simeto.

In questa rovina di casa e paesaggio che sembra la scena costruita apposta per raccontare il paesaggio culturale in cui siamo immersi tutti da anni, si inizia a tessere la tela delicata sui cui ancora stiamo producendo pensieri visioni e affetti.

Si parla di Storia, di come la storia si fa mito, di storie rimaste fuori dalla storia, di archivi perduti, di memoria, visione e poesia.

Già da tempo il piccolo angolo di mondo, che ci siamo costruiti, noi abitanti dell’emisfero nord del pianeta, grosso modo da quando Colombo ha “scoperto” l’America, è stato dichiarato affetto da mal d’archivio e mania della rovina.

Ci sono stati i profeti e i veggenti del morbo, da Nietzche a Benjamin, i sapienti che per primi hanno annusato il morbo poi alcuni saggi hanno annunciato che la (nostra) Storia è finita e che abbiamo perso il futuro. In concomitanza il nostro presente è diventato (anche) digitale.

Oggi, che il morbo sembra aver assunto carattere endemico, persone comuni come noi e anche alcuni specialisti cominciano a pensare che il morbo non è veramente malattia, che piuttosto è una mania e una malia d’amore.

E’ una passione che ha sede nel cuore, che guarda con scioltezza avanti e indietro nel tempo e nello spazio, tornati ad essere la stessa cosa, come ai tempi di Omero e del Mahabaratha, in un sguardo che è sempre nel presente.

La Malinconia non è più quella di una volta, come dice il bel titolo di un articolo di Beatrice Ferrara.

Successivamente il filo mai interrotto di questa conversazione ha incrociato le sperimentazioni e le invenzioni di un manipolo di creature ipertecnologiche, tanto malate e ammaliate dall’algoritmo e dalla scrittura binaria, quanto noi eravamo malati di archivi materiali e immateriali.

Da questi incontri, passando per Milano, in residenza a Macao è nata la sperimentazione del Cubotto, ad opera del Genio collettivo

un software open source sviluppato con l’intento di facilitare la raccolta, la catalogazione, la valorizzazione, la fruizione, la distribuzione e l’uso di oggetti audiovisivi e non (suono, video, foto, testi) da parte di un numero illimitato di persone in un contesto di lavoro sia locale che remoto. La visione che ha guidato questo processo di sviluppo collettivo durato più di un decennio muove i suoi passi dalla necessità di fornire strumenti a basso costo per la costruzione di una federazione di archivi condivisi senza un centro, una costellazione di persone e macchine che a partire dal mediterraneo, dal sud, può dare luogo alla stratificazione di una storia non di dominio, non di potere, ma popolare,

dice il testo della call per Opere in lotta in occasione della prima uscita publica durante l’evento Sensibile comune: Le opere vive (a cura di Ilaria Bussoni, Nicolas Martino, Cesare Pietroiusti), tenutosi alla Gnam nel gennaio 2017.

e qualcosa succederà

Dopo questa prima uscita pubblica Cubotto e Genio Collettivo hanno sperimentato il contesto della 53a Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro a giugno 2017, per tornare di nuovo a Sud a Napoli.

MamaBase è il neonato progetto di archivio delle lotte sociali e delle autoproduzioni che si sta sviluppando a Napoli tra varie realtà e in rete con altri archivi della rete Cubotto.

Siamo nel terzo millennio e il digitale è la forma e il mezzo è il luogo in cui si raccolgono memorie.

Da Aprile, al terzo piano dell’Ex Asilo Filangieri, ogni martedì e giovedì, a partire dalle 15 sino a sera tarda, funzionerà un laboratorio, un point, per chi volesse consegnare materiale o anche ragionare-praticare-fare l’archivio, mentre presso il Giardino Liberato di Materdei sono già presenti i due server che costituiranno la rete Cubotto di Napoli.

Ci si augura non tanto una copiosa raccolta dati quanto un momento di autoriflessione, attraverso l’archivio, fatto di incontri di visioni e revisione condivise di passati prossimi o remoti, di parole e relazioni che aprano al nuovo guardando indietro.

“Costruire un altro Archivio, aprendo gli archivi di quello che è scartato, escluso dalle narrazioni dominanti, può consentire il racconto di altre storie, costruire altri pensieri, immaginare altre culture. Perciò lavorare l’archivio, farlo, aprirlo, metterlo in discussione è un’ azione culturale e politica radicale”.

 

 

 

 

 

Significant Others

Diffractive Technospace di Federica Timeto (Routledge, 2015)

In vista dell’appuntamento del quarto incontro del ciclo di seminari “Postcoloniale, queer e femminista: percorsi per una vita non fascista”, dedicato all’ultimo libro della teorica femminista Donna Haraway, Staying with the Trouble (Duke University Press, 2016), proponiamo qui un estratto in inglese tratto da Diffractive Technospaces. A Feminist Approach to the Mediations of Space and Representation (Routledge, 2015) di Federica Timeto, sull’opera multimediale di Beatriz da Costa Dying for the Other (2012) alla luce del concetto di “altri significanti/significativi” e di “specie compagna” di Haraway. Federica Timeto insieme a Lidia Curti, Marina Vitale e Tiziana Terranova discuterà di Staying with the Trouble presso i locali dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli, giovedì 12 aprile a partire dalle 16.30.

Fare clic qui per l’articolo in inglese.

 

Futuro Remoto: appunti per un’archeologia del futuro.

La vita è assurda

Lo dice sempre Mike. Nella sua casa su Prinsengracht, nel centro di Amsterdam, si finisce sempre sul divano, a discutere di esistenzialismo, arte, storia, Europa, Brexit, la lingua e l’etimologia. Ogni volta che si alza per versare un bicchiere di whiskey o prendere una lattina di birra fredda sul balcone, Mike chiude o apre una conversazione col suo mantra preferito: la vita è assurda. L’assurdo l’ho incontrato per la prima volta al liceo, leggendo Il Mito di Sisifo e Lo Straniero di Camus. Mi piaceva l’adozione di uno sguardo nichilista sul mondo, perché mi restituiva un senso del reale disilluso e perché mi permetteva di mettere in discussione tutto quello su cui non ero d’accordo: le ore di religione, il modo in cui mi venivano spiegate la storia, la fisica e la matematica. Ero una studentessa allora, e anche oggi, a volte, quando mi siedo sul divano di Mike, mi sembra di essere ancora al liceo, quando provavo a colmare il divario tra la stranezza del mondo e il desiderio di ingabbiarlo in un’unità di senso. L’assurdo rimaneva nello scarto, ciò che non poteva essere completamente conosciuto, l’intraducibile. Più tardi, all’università, ho imparato a fare pace con tutto ciò che è altro dai miei parametri di conoscenza, e quello che prima era assurdo, è diventato poi un modo, tra tanti, di stare al mondo.

Sono appena rientrata da casa di Mike e mi sono seduta a scrivere il mio pezzo per TRU, perché ho visto una mostra che mi ha fatto venire voglia di rimettermi a scrivere di quello che mi piace; sfogliando tra i miei appunti, mentre cerco un filo conduttore per tenere insieme i testi, ecco che mi si palesa ai sensi l’assurdo, il paradosso, la contraddizione.

Odissea nello spazio

Dal 14 gennaio all’11 febbraio, il Melkweg Expo ha ospitato Creating Other Futures, una mostra curata da Brigitte van der Sande, che ha riunito artisti/e e collettivi internazionali attorno al tema del futuro ripensato da una prospettiva non occidentale. L’esposizione è stata parte di un progetto più ampio: Other Futures è una piattaforma online e offline dove teorici/teoriche, artisti/e e produttori/produttrici culturali provenienti da diversi ambiti disciplinari si confrontano con un pubblico di utenti altrettanto variegato per elaborare assieme nuovi visioni del mondo ‘a venire’. Realizzata dalla Mouflon Foundation, in collaborazione con le università di Amsterdam e Rotterdam, e con altri istituti e operatori della scena artistica e culturale locale, la prima edizione del progetto è stata incentrata sulle aspirazioni, come le chiamerebbe Appadurai, evocate dalla fantascienza non occidentale. Oltre alla mostra collettiva, la manifestazione ha incluso un ricco calendario di eventi: un festival di letteratura, musica, cinema e scienza, e una serie di incontri e conferenze accademiche sui temi dell’utopia e del futurismo, intrecciati alle questioni del cambiamento climatico, della razza, del genere e della sessualità nell’odierno contesto politico e socio-culturale.

Per Creating Other Futures, gli/le artisti/e hanno operato un intervento di radicale immaginazione del futuro. Provenienti da diversi background culturali, articolati in linguaggi artistici differenti e radicati in aree geografiche altre dall’Europa e dal resto dell’occidente (Palestina, Kenya, Singapore, Mexico), i lavori si concertano nel rifiuto del futuro così come è già stato consegnato alla storia dalla politica neoliberista dominante: un mondo inteso come insieme ordinato di parti (s-oggetti) separate, la cui relazione reciproca è mediata da poteri economico-politici che decidono della loro inclusione differenziale in questo o quell’altro flusso di produzione e consumo. Disturbi alimentari e la fame nel mondo; ambientalismi e i nuovi colonialismi dell’ingegneria biogenetica; la mobilità degli Expat e il rimpatrio dei migranti. Collocandosi precisamente sul confine dei paradossi del capitalismo contemporaneo, i progetti esposti scardinano ogni assunto della ragione moderna. Gli scenari fantascientifici delle installazioni espongono il pubblico a un esercizio di immaginazione in grado di ripensare le relazioni (sociali, economiche, disciplinari…) tra le parti (non più s-oggetti, ma soggettività) senza quelle fissità astratte prodotte dalla ragione e dalla violenza, parziale o totale, che questa comporta – contro gli altri culturali (non-bianchi/non-Europei) e fisici (non-umani).

L’artista digitale Jacque Njeri, per esempio, fa dialogare la tradizione del mito Maasai keniota con i tropi afrofuturistici del viaggio nello spazio e della vita su altri pianeti, dando vita a MaaSci, titolo nato dalla fusione delle parole ‘Maasai’ e ‘sci-fi’. L’opera è presentata come una raccolta di stampe grafiche che documentano il viaggio nello spazio della comunità MaaSci. La leggenda, rivisitata dall’artista, narra di una coppia (moglie e marito) che dalla Silicon Savannah parte in esplorazione dello spazio. I due ritorneranno con artefatti provenienti dalla Luna e da altri pianeti, grazie ai quali sarà possibile intrattenere scambi con altre comunità tribali più ricche, così da assicurare ai MaaSci l’approvvigionamento di acqua e risorse alimentari. La memoria del viaggio nello spazio – una narrazione a cui l’artista si riferisce col termine ‘Shestory’ – è appuntata su una pergamena e consegnata alla comunità delle donne MaaSci, depositarie della tecnica e della conoscenza scientifica. Alle donne che, sfidando i costrutti di genere, si dedicano ad occupazioni tradizionalmente maschili, quali lo studio della scienza e dell’ingegneria, si deve infatti la messa a punto delle tecnologie e delle astronavi che continueranno a mandare i MaaSci, nomadi celestiali, nello spazio.

Di passato interstellare tratta anche Windows on the World Part III. Qui, l’artista Ming Wong mette assieme un’installazione video multi-canale che ripercorre e intreccia la storia e le tradizioni della cultura dell’antica Cina in dialogo con il contemporaneo. Gli schermi, sistemati su casse di legno e bancali ammucchiati sul pavimento della galleria, trasmettono scene dell’opera cinese, testi e materiale documentario del programma spaziale del Paese, e sequenze di immagini che documentano un immaginario pop della fantascienza cinese. Questa sorta di scintillante e frammentata futurologia del passato risveglia il corpo e lo spirito di un’esploratrice spaziale, che compare a tratti sugli schermi mentre vaga tra le rovine della storia alla ricerca di una nuova soggettività.

Il viaggio nello spazio continua per i visitatori della mostra nel lavoro di AiRich. L’artista visuale africana, stabilita ad Amsterdam, introduce il pubblico alla vita sul Pianeta AiRich: una stazione interplanetaria in un’altra galassia, dove i Visionari si incontrano per essere riforniti dal “Grande Tutto” prima di partire per una missione volta al ristabilimento dell’equilibrio e dell’umanità sulla Terra. L’artista espone una documentazione di ritratti e testi che mappano un territorio sconosciuto e invisibile, tanto all’umano quanto alle tecnologie che questo ha prodotto. Armati, avvolti in un campo magnetico che è loro scudo, i Visionari del Pianeta AiRich parlano un’altra lingua, eppure sono in grado di farsi intendere. Il testo, proiettato in loop sullo schermo all’ingresso della galleria, recita: “Ogni attacco a loro sarà restituito indietro, più in fretta della velocità del suono e della luce, e risuonerà nella realtà degli attaccanti.” Un monito, questo, e un invito a prendere coscienza del fatto che il futuro è preparato in itinere, e non c’è modo di immaginarne un altro libero dal ricordo. “Planet AiRich – si legge ancora sullo schermo – è una stazione di disintossicazione, un rifugio per il rinnovamento”, uno spazio per la pratica della memoria (remembrance) e la cura di coloro che sono (stati) danneggiati.

Alimentato forse dall’urgenza di rispondere ai quesiti posti dal dibattito sulla questione ambientale, il tema del futuro mi sembra essere oggi un argomento di grande interesse, a volte anche di tendenza, negli ambienti dell’arte, della scienza e della cultura di consumo in generale, impegnati nella produzione di artefatti che prefigurino un mondo in cui la Terra, la tecnologia, l’umano e l’animale possano co-esistere in maniera sostenibile. Solo che non tutto quello che contemporaneamente si sta producendo in questo senso mi sembra essere inclusivo nei confronti di una differenza che è alla radice di qualunque sistemazione si provi a dare al mondo.

Nel sociale, per esempio, le forze politiche dominanti non mi sembrano in grado di preparare uno spazio di co-esistenza per le diverse soggettività che lo abitano, com’è testimoniato dal ritorno al potere delle destre in gran parte dei governi occidentali, per primo forse l’Italia, dove i discorsi politici dei due partiti vincitori delle ultime elezioni (Lega Nord e Movimento Cinque Stelle) – tra gli altri – si costruiscono su un lessico e una grammatica razziali, in  armonia con le politiche di (non)accoglienza adottate da Trump e dall’Europa nei confronti di rifugiati e immigrati. Come spiega Denise Ferreira da Silva in un articolo molto interessante sulla necessità di ripensare la natura e la co-esistenza delle differenze, il programma etico-politico dominante è radicato in una visione dialettica ereditata dal pensiero moderno occidentale, che alimenta sentimenti di incertezza e di paura dell’altro (il terrorista musulmano, l’africano che soffre e muore di fame…).

Altrettanto inadeguate alla complessità del mondo e alla costruzione di un’etica di sostenibilità e co-esistenza della differenza, mi sembrano essere alcune proposte provenienti dalla scienza. In concomitanza con la mostra Creating Other Futures, lo scorso 6 febbraio, i media occidentali hanno puntato i riflettori sul lancio del Falcon Heavy, il razzo studiato per mettere in orbita carichi pesanti per grandi basi orbitanti e per assemblare grosse astronavi, realizzato dagli ingegneri di SpaceX, l’azienda aerospaziale di Elon Musk. Quella sera ho cenato da Simon; verso le dieci lui e Pablo seguivano in diretta il viaggio della capsula, incuriositi e affascinati da una specie di estetica pop futurista: un razzo rilasciava nello spazio una Tesla rossa con un astronauta finto al volante, dotato della tuta sviluppata per gli astronauti veri della Dragon V2 e accompagnato dalle celebri colonne sonore di David Bowie. “Piccolo spazio pubblicità…”, cantava Vasco, in Bollicine, nel 1983. Per la sua nuova impresa interstellare, Musk è stato eletto dalla maggior parte dei media occidentali come indiscutibile icona del futuro. Ma quale? Di chi? Per chi? Per assurdo, il nuovo magnate dell’industria aerospaziale e proprietario della Tesla, compagnia di veicoli elettrici, batterie e pannelli solari leader nel settore dei trasporti green, celebra la sua impresa nello spazio rilasciando in orbita una macchina, alla faccia delle politiche di sostenibilità ed ecologia di cui la sua azienda si fa promotrice. Non solo. Come sottolineato dallo scrittore e urbanista Paris Max, in un articolo per Jacobin, “le tecnologie di cui abbiamo bisogno per trasformare la nostra rete di trasporto esistono già, ma gli americani sono stati a lungo bloccati in un sistema datato e auto-dipendente mentre gli veniva negata la tecnologia del presente da politici invischiati nella lobby dei combustibili fossili e dipendenti da un’ideologia del “mercato libero”, tanto che crederebbero a qualunque ricco imprenditore che si presentasse loro con una soluzione.” Le proposte di Elon Musk per lo sviluppo delle tecnologie di trasporto sono di fatto disegnate per rallentare la costruzione di un’infrastruttura che potrebbe realmente aggiornare il sistema dei trasporti americano spingendolo, finalmente, nel XXI secolo. Seppur sia possibile riconoscere all’imprenditore il merito di aver dato una spinta all’industria del settore verso lo sviluppo e l’implementazione di veicoli elettrici, la sua visione del futuro della mobilità non si emancipa da una tipologia di trasporto automobilistico individuale, esclusorio ed esclusivista.

Davanti a questi modelli dominanti per gli scenari natural-culturali del futuro, preferisco rivolgermi all’arte, nella cui selva ho trovato proposte di cambiamento molto più radicali, meno glam (forse) e decisamente inclusive, in grado di scardinare gli assunti del pensiero moderno, che ripete da secoli un’aberrante separazione della differenza (di corpi, materie, specie, generi e sessualità). I lavori esposti al Melkweg Expo in occasione della mostra Creating Other Futures, in questo senso, interrompono proprio questa dialettica, attraverso la messa in discussione della dicotomia tra un occidente maschio, bianco e depositario della Storia e della Scienza e il resto del mondo, eternamente colonizzato e cronicamente in ritardo sul progresso, secondo i parametri dello sviluppo e della civilizzazione moderni.

In the Future They Ate From the Finest Porcelain

Se della memoria, intesa come indispensabile e inevitabile punto di partenza per l’immaginazione di altri futuri, trattano i progetti artistici sopra presentati, questa diviene snodo centrale nella trama del film-documentario fantascientico di Larissa Sansour, pure parte della mostra al Melweg Expo. L’artista palestinese, in collaborazione con l’autrice danese Søren Lind, anticipa già nel titolo del suo lavoro l’anacronismo storico: l’interruzione della narrazione dominante del mondo necessaria a qualunque nuova prefigurazione del futuro si intenda produrre. In the Future They Ate From the Finest Porcelain si articola trasversalmente nel dialogo tra fantascienza, politica e archeologia. Combinando live motion e CGI (computer-generated imagery), il film esplora il ruolo del mito per la storia e per la costruzione di un’identità nazionale. Un gruppo di resistenza narrativa scava dei depositi sotterranei destinati alla conservazione di manufatti in porcellana, appartenenti ad una civiltà immaginaria. Lo scopo è quello di influenzare la Storia e sostenere le future rivendicazioni della terra, di cui tale civiltà è (stata) spossessata. Una volta dissotterrate, le ceramiche proveranno l’esistenza di questo popolo, permettendo il riconoscimento della sua identità nazionale. Nel video-saggio, una voce fuori campo rivela la filosofia e le idee alla base delle azioni del gruppo di resistenza: costruendo e mettendo in atto un mito, vale a dire performandolo, è possibile operare un reale intervento nella storia, costruendo di fatto una nazione. “La finzione, l’immaginazione, la letteratura hanno un impatto sulla politica e sulla storia” – recita la voce narrante; “il mito crea i fatti e permette l’identificazione… aggiunge numeri, scombinando l’ordine matematico dei governanti, che impongono una narrazione e si accorgono degli altri solo quando questi si ribellano.” Le sequenze del film si susseguono. Alla voce fuori campo, si aggiunge il dialogo tra la protagonista, leader del movimento di resistenza, e la sua psichiatra: uno scavo nell’inconscio e nella memoria alla ricerca di un futuro remoto, costruito a ritroso, e reso negli scenari di una futurologia del passato, in cui ambientazioni archeologiche e spaziali si sovrappongono.

Appena accanto alla sezione della galleria in cui è proiettato il video-saggio, in delle nicchie ricavate nella parete, due sculture dell’artista palestinese proseguono l’interrogazione del futuro e la sua immaginazione a ritroso. L’installazione scultorea presenta le riproduzioni in bronzo di una piccola bomba nucleare dell’epoca della Guerra Fredda russa. Sul disco di ciascuna delle due capsule sono intagliate le coordinate latitudinali e longitudinali di due depositi di porcellane e ceramiche. Con la porcellana di fatto assente dall’installazione, le bombe rappresentano gli artefatti archeologici in assenza. Le coordinate di ciascun deposito rimandano ad un luogo sul confine israeliano-palestinese, in cui l’artista ha tenuto una performance in collaborazione con istituzioni artistiche locali: durante l’azione, artefatti in ceramica e porcellana, decorati con i pattern della kefiah, il tradizionale copricapo della culture arabe e mediorientali, sono stati interrati in quindici depositi. Delle foto in bianco e nero documentano i luoghi dell’intervento artistico.  Archaeology in Absentia interroga il ruolo dell’archeologia e la sua strumentalizzazione come nuova forma di guerra. Le sculture ovali, richiamando la forma delle uova Fabergé, una realizzazione di gioielleria ideata presso la corte dello zar di tutte le Russie ad opera di Peter Carl Fabergé, alludono alla sospensione delle produzioni artistiche contemporanee tra la realtà politica da cui sono influenzate e il loro stato di beni di lusso.

 Archeologia, etimologicamente, vuol dire “discorso delle cose antiche”. Bisogna ricordare giorno per giorno, minuto per minuto, secondo per secondo; sotterrare e dissotterrare miti in accordo con quello che (ci) succede intorno; scombinare l’ordine cronologico del tempo, cambiare i confini alla geografia, i numeri alla matematica, per accorgersi che il futuro non esiste: è una performance. E non sono forse queste – le performance – dei continui riadattamenti della memoria?